8 marzo: festa della donna. Ma che significa?

di Giovanna Mangano

Bovalino, 8 marzo 2011

Mi chiedo quale sia, oggi, il significato commemorativo della donna, che si conduce alla data dell’8 marzo.

Che cosa rappresenta per tutti noi, indistintamente, la festa della donna?

Tale evento è diventato al pari di altri, una festa commerciale, caratterizzata dalla vendita di ramoscelli di mimosa che gli uomini donano alle donne senza conoscerne l’importanza.

Se questo è il presupposto si tratta di pura consuetudine.

In Inghilterra, nel secolo scorso, le ragazze meno graziose erano solite infilare un fiore di mimosa nell’occhiello della giacca, della camicetta oppure fra i capelli per esibire il proprio pensiero. Diverso  significato veniva attribuito alla mimosa dagli Indiani d’America in base ad una vecchia tradizione: un ramoscello di mimosa era donato dal giovane alla ragazza che le aveva infuocato il cuore.

Il loro aspetto delicato nasconde forza e vitalità; per questo è simbolo di vigore e femminilità.

Immaginate, quanti maschietti pur regalando la mimosa in questo giorno,  riservano  egoisticamente, un retaggio di donna relegato a moglie e madre.

A quante giovani donne, viene proibito di proseguire gli studi, perché il “pater familias” ha deciso sul loro futuro! Giovani donne che non hanno la libertà di scegliere il tipo d’istruzione, perché l’Istituto scolastico dista da casa qualche chilometro e per questo è proibito a loro l’uso dei mezzi di trasporto quali i treni e i pullman.

Quante, ancora oggi, sono assoggettate al volere di un padre o di un fratello per le scelte che riguardano la propria vita privata.

A quale categoria di “esseri” può appartenere un uomo di questa cultura che obbliga la figlia a scegliere come marito l’uomo più conveniente al padre.

Ma ahimè, vi sono anche donne che contribuiscono a trasmettere la “cultura maschilista”.

Ancora oggi, a scuola si assistono a comportamenti, che evidenziano la società chiusa di un paese.

Ragazze e ragazzi di uno stesso paese bigotto, non dialogano tra loro, perché la cultura di quel luogo impone un certo condizionamento del tipo; “Se al paese, si venisse a sapere che parliamo tra di noi, ci potrebbero affibbiare l’etichetta di cattive ragazze, per cui è bene non dare adito alla mala lingua”.

Un padre che malmena la figlia perché ha perso il pullman del ritorno e in alternativa, prende il treno in compagnia di alcune compagne, è un motivo plausibileperi giustificare il suo gesto? Il treno, in questo caso, è visto come  un mezzo di perdizione quanto più come un fatto di preoccupazione; per una ragazza che viaggia da sola. 

Si parla tanto di violenza sulle donne, ma la cultura “maschilista” trasmessa dalla madre e quindi donna, è la forma più violenta di discriminazione verso la figura femminile.

L’8 marzo è diventato il ritrovo di una sera di tante donne che la maggior parte è lì a togliersi quella maschera che nel quotidiano è costretta a indossare.

Parlo di donne che vivono disagi non confessati o ricacciati nell’oblio, donne stanche e insoddisfatte, donne che piangono in silenzio e tante altre donne che…

Non rimane che riflettere su questo giorno, e prendere coscienza che si vivono situazioni  che vengono bene occultate. 

Io che sono una donna, mi rivolgo a quelle madri amiche–nemiche -non ha importanza-, di educare i figli nel rispetto della diversità tra uomo e donna, con reciproco riguardo alla propria sfera personale; e che siano i sentimenti di comprensione e di tolleranza a rendere un uomo un vero “uomo” e una donna una vera “donna”.