CORRADO ALVARO E IL PRESEPE
Giuseppe Italiano
C'è
una lettera di Corrado Alvaro che testimonia nel privato la sua
affezione al presepe. E' contenuta in un elegante libretto (Laura
Babini/Corrado Alvaro, Lettere a Donna Gemma Incorpora) che
l'editore Pancallo di Locri, con gusto scheiwilleriano, ha già
preparato, in numero limitato di copie, con colophon datato
gennaio 2006. Eccola: «Roma 14 gennaio 1946, Piazza di Spagna 20.
Gentile signora, i suoi figli passati da casa mia, le avranno detto
quanto festa abbiamo fatto al suo presepe. Troverà qui acclusa una somma con cui
vorremmo compensarla della sua fatica materiale, mentre la cura e
l'amore che ella ha messo nelle sue figurine, fanno
parte della sua e nostra poesia della vita. Con mia moglie la
ringraziamo e le inviamo i più cordiali saluti»
La destinataria della missiva, Donna Gemma, non era andata mai a
scuola, però -puntualizza nella sobria Presentazione il
figlio Gaudio Incorpora - sapeva leggere e scrivere; esplicava il
suo talento nel modellare la creta: statuine o pastori, che
incantavano l'osservatore. Laura Babini, la moglie di Alvaro, così
le scrive da Roma il 29 luglio 1955: «[...] il suo graziosissimo
presepe pieno di fantasia, che ora allieta la mia casa. Anche mio
marito si è divertito molto a esaminare minuziosamente i suoi
personaggi nei quali, veramente, c'è da scoprire qualche cosa di
nuovo ogni giorno».
In quel bel sussidiario di cultura
regionale che è La Calabria (Lanciano, Carabba, 1926), Alvaro aveva
riversato, nelle pagine relative al mese di dicembre, tutto il suo
afflato religioso nella presentazione della Natività: «Natale è la
festa più bella di tutte
perché con la nascita del Signore
l'innocenza tornò sul mondo. Da allora questa è la festa della
speranza e della pace. Tutto sembra fatto per la gioia dei ragazzi
che sono la speranza del mondo (...) Si lanciano ponti coperti di
muschio da un punto all'altro del Presepe [,,,] Il Presepe ha
l'aspetto d'un paesaggio calabrese [...] Il figurinato che ha fatto
i pastori sa che i ragazzi si fermeranno a guardare uno per uno le
figurine. Perciò, meno i soldati di Erode, tutti pastori somigliano
a persone conosciute».
E parlando del padre in «Memoria e vita» che è la parte in prosa del
libro di poesie Il viaggio (Brescia, Morcelliana, 1942) così
ricorda: «L'ultima volta che venne a trovarmi a Roma era di Natale e
io avevo disposto un piccolo presepe. Egli cavò all'improvviso dio
tasca il piffero di canna delle nostre novene, e si mise a modularlo
davanti al bambino. Il Natale era la sua festa più grande».
Era anche per lo scrittore sanluchese,
la festa più sentita per la sua umanità e nel rispetto della memoria
del padre. Tre anni prima che morisse, in un articolo pubblicato sul
Corriere della sera del 25 dicembre 1953, Perfino le pastorelle
del presepio oggi imitano le «Pin-up girls», così manifesta la
sua contrarietà al modernismo senza valori: «Non vorrei avere l'arte
di esagerare, ma venne anche nei pupazzi del presepe, l'ondata del
realismo [...] L'introduzione dei nuovi materiali plastici mutuò una
decina di anni fa la qualità e il senso delle figurine del presepe.
Si industrializzavano, e diventavano simboli senza verosimiglianza
senza pena e senza gioia con la lustra età delle vernici nuove. E
leggere per la mano di chi, ragazzo e poi uomo, una volta l'anno,
per molti anni, ne sentì il peso della creta» (Da: Gazzetta del Sud,
giovedì 29 dicembre 2005 pag,. 14. Il presepe? Fa parte della poesia
della vita)
(Nella foto il saggista Giuseppe Italiano. Sotto:
Corrado Alvaro)