L’abate Antonio Martino e la “ mala unità” d’Italia
“ … ca di la furca passammu a lu palu. ”
Bruno Chinè
28 dicembre 2009
Il
17 marzo 1861 nasceva un nuovo stato europeo: il Regno d’Italia. Segnava il
coronamento delle lotte risorgimentali combattute da minoranze, educate alla
scuola illuministica e romantica, per ottenere una Patria unita, libera e
indipendente. Si realizzava finalmente il sogno di Dante, di Machiavelli, di
Mazzini, di Garibaldi, di Verdi, di Manzoni e di tanti altri intellettuali che,
nel corso dei secoli, avevano sognato l’Italia unita. La Massoneria, la
Carboneria, la Giovane Italia ed altre società segrete, assieme a scrittori,
poeti, musicisti, storici, economisti, filosofi, politici e militari, in tanti
decenni di lotte, lavorando nella clandestinità, avevano diffuso una nuova
cultura ed una nuova coscienza civile, specialmente tra i giovani. La storia del
Risorgimento italiano è stata fatta da minoranze, mentre il popolo restava
legato alle antiche tradizioni ed ai legittimi sovrani. L’Unità si raggiunse al
di fuori degli schemi tracciati dai teorici del Risorgimento. Avvenne in maniera
fortunosa, tramite una spedizione militare affidata ad un generale irregolare,
Giuseppe Garibaldi, che col concorso di ex detenuti, riuscì a conquistare il
Regno delle Due Sicilie, uno Stato forte benché prostrato dalla Rivoluzione
partenopea, soffocata con le forche, prima, dalle invasioni straniere e dal
brigantaggio dopo. Nell’Europa sconvolta dalle armate di Napoleone i Borbone non
riescono a mantenere il trono. Con l’arrivo dei francesi Ferdinando II si ritira
a Palermo e a Napoli viene nominato re Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino
Murat dopo. La conquista del regno di Napoli da parte francese è difficoltosa e
cruenta. Il popolo si schiera con i briganti, intere città si oppongono
eroicamente agli invasori come Amantea, Lagonegro, Crotone, Reggio. Per spegnere
la resistenza presente in tutto il Sud i francesi si abbandonano a stupri,
fucilazioni di massa, incendi di intere città, violenze d’ogni genere e si
attirano un odio lungo a morire. Alla fine gli eserciti hanno la meglio sulle
bande dei briganti e sul popolo. Con la battaglia di Waterloo tramonta la stella
di Napoleone e crollano le speranze del suo grande cognato, Murat, che, nel suo
breve regno, si era adoperato per la pacificazione e la rinascita del Sud. Col
Congresso di Vienna a Napoli torna Ferdinando II di Borbone e riprende la solita
politica assolutista, ignorando le trasformazioni avvenute in Europa e nel suo
Regno.
Non si rende conto che le riforme murattiane non potevano essere né cancellate né fermate. Riprende così l’azione delle società segrete, specialmente della Carboneria, ed il movimento liberale patriottico, in sintonia con quanto avviene nel resto del Paese, organizza insurrezioni che vengono represse con le forche e le fucilazioni. Tra gli intellettuali liberali calabresi troviamo l’Abate Antonio Martino di Galatro ( 1818- 1884 ), più volte incarcerato per le sue idee politiche liberali espresse principalmente attraverso i suoi versi. La Calabria Ultra, ai tempi del Martino, è composta da contadini e braccianti poveri, analfabeti, sfruttati dai baroni e dai proprietari delle terre. Povertà e sporcizia sono di casa in Calabria come risulta anche dai diari dei viaggiatori stranieri. Le speranza del movimento liberale crollano con l’arrivo dei primi decreti del nuovo Governo. La piemontizzazione del Sud dà il colpo di grazia ad un’economia ancora feudale e ad un popolo prostrato dalle guerre, dalla malaria, dai terremoti, dal malgoverno. Il sistema produttivo viene smantellato a vantaggio del Nord, e con una serie di decreti nefasti il popolo calabrese viene immiserito con tasse e balzelli. Il Nuovo Stato deve pagare i debiti fatti dal Piemonte durante le guerre d’indipendenza. I provvedimenti più impopolari sono la tassa sul macinato e la coscrizione obbligatoria per i giovani. In tutto il Sud riprende il brigantaggio, vera e propria guerra civile, con trecentomila morti. In questo contesto esplode la dura protesta dell’Abate Martino. Nel “ Pater noster dei liberali calabresi” inveisce contro i responsabili dell’immiserimento del popolo: “ Ministri, Senaturi e Deputati, / fannu camorra e sugnu ntisi uniti/ Prefetti, Commissari e Magistrati,/ sucandu a nui lu sangu su arricchiti..”; “ Sindaci, segretari e salariati,/ e consiglieri tutti ed assessori: su latri cittadini patentati…” Nella sua elencazione degli sfruttatori del popolo il Martino non risparmia nessuno: cancellieri, pubblica sicurezza, avvocati, ricevitori, esattori, agenti delle tasse e notai. Nel “ Panem nostrum”, satira drammatica sullo sfruttamento del popolo, si rivolge ancora fiducioso al Re, convinto che questi abbia la volontà ed il potere di correggere la politica nefasta in corso. “..caru Patri, provvediti,/ ca si nui ndi mpezzentimu/ di pezzenti Re poi siti../”. Ma il Re non può ascoltare un umile poeta calabrese. Nel 1874 scrive un’invettiva contro i Piemontesi, responsabili dello sconvolgimento politico, culturale, morale e religioso del Sud, rivolgendosi al Padreterno. Solo Lui può annientare i rapaci conquistatori ed il Martino Lo prega di farlo: “ ebbene, mu struggiti chi nci voli / si figgi di puttana, si marioli?” Ma nemmeno il Padreterno lo ascolta ed il poeta assiste sconsolato alle sofferenze sella sua gente. Infine si rassegna e trova conforto nella Fede. Dedica infatti l’ultima fase della sua vita al componimento di poesie religiose. Verseggiatore eccellente, raggiunge le vette dell’arte quando esterna il risentimento, la delusione, l’amarezza per la politica oppressiva e rapace dei nuovi governanti: Piemontesi e calabresi. Spuntano con la mala unità i nemici interni della Calabria. Quando denuncia la corruzione diffusa nella burocrazia e nella politica del nuovo Governo i suoi versi dialettali, oltre ad essere taglienti, sono artistici e ricchi di pathos. Non mancano le iperboli, ma queste concorrono a dare spessore artistico ai versi.
Bacchetta i piemontesi invasori, ma non rimpiange il passato regime e riassume il passaggio storico del Sud dai Borbone ai Savoia con questi versi scultorei: “ Ca di la furca passammu a lu palu..” La delusione per la mala unità accomuna l’Abate Martino al grande Vincenzo Ammirà, a Mastro Bruno Pelagio di Serra San Bruno e a tanti altri liberali che avevano lottato per l’unità d’Italia. L’Abate Martino non è un politico, non conosce le strade tortuose attraverso cui si snoda la dialettica democratica, non conosce l’arte del compromesso. Non sa che una maggiore libertà s’accompagna quasi sempre ad una maggiore corruzione, specialmente quando nel popolo manca la coscienza civile. In alcuni versi sembra auspicare un ritorno alla Monarchia assoluta per eliminare gli organismi elettivi corrotti e rapaci, ma non chiede mai un ritorno ai Borbone, caduti anche per opera sua. E’ deluso dalla nuova politica e a volte trova rifugio nell’utopia. Sogna il regno di Saturno, senza burocrazia, basato sulla coscienza più che sui tribunali, salva pochi Istituti: “ Lu sindacu m’è giudici e prefettu,/ e supra d’idhiu sulu lu inistru: /mu dura n’annu e, se cad’in difettu, /focatu mu nci sia l’occhiu sinistru.” L’Abate Martino è vissuto in una Calabria povera, sfruttata dai vecchi baroni e dai nuovi“ Galantuomini”. Contro gli uni e gli altri usa l’arma tagliente della satira e dell’ invettiva. Nei suoi versi artistici adopera magistralmente il dialetto del mondo contadino, assieme alle metafore e ai modi di dire della gente semplice. Ci ha lasciato delle poesie che si collocano tra le più artistiche della letteratura calabrese, ed i giovani d’oggi farebbero bene a studiarle per capire le sofferenze passate dal nostro popolo.