Vincenzo Ammirà nella Calabria pre- e post-unitaria: l’uomo e il poeta
14 febbraio 2010
La città di Monteleone, oggi Vibo Valentia, centro politico e amministrativo importante nel periodo francese, fu la prima in Calabria ad essere dotata di un nuovo straordinario strumento per la diffusione delle idee e della cultura: la stampa. Proprio a Monteleone, nel 1808, stampato dal tipografo Giuseppe Varriente, vede la luce “ Il giornale dell’Intendenza della Calabria Ultra”. Col tramonto dell’astro di Napoleone e la fucilazione a Pizzo del suo grande cognato Gioacchino Murat i Borbone, già cacciati dalle armate francesi che diffondevano in tutta l’Europa le idee di libertà, uguaglianza e fraternità, assieme agli interessi capitalistici della Francia, tornano a Napoli, ma memori dell’influenza esercitata dal “ Monitore napoletano” sugli intellettuali del Regno, guardano con timore e sospetto a ogni iniziativa editoriale che diffonda cultura per cui la carta stampata viene tenuta sotto stretto controllo. Ma è nel periodo post-unitario che Monteleone registra una grande fioritura di giornali e riviste per la presenza nella cittadina d’una borghesia colta che vuole camminare coi tempi e d’una nobiltà illuminata. A Monteleone, tra gli altri nobili eruditi, viveva il conte Vito Capialbi, che pur sentendosi in periferia rispetto ai centri di ricerca europei, come egli stesso ebbe a riconoscere, fece parte di diverse accademie del tempo ed ebbe rapporti con archeologi di fama internazionale. Da uomo colto e aperto al nuovo, pur coltivando idee moderatamente liberali, fiutando i tempi difficili, preferì non prendere parte attiva ai movimenti e alle iniziative insurrezionali presenti nella sua città che andavano preparando i tempi nuovi. Ma la sua influenza culturale fu enorme. A Monteleone era nato anche il patriota Michele Morelli che nel 1821 marciò con la sua cavalleria su Napoli costringendo Ferdinando II a concedere la costituzione. Esercitava un’intensa attività culturale Francesco Pasquale Cordopatri nelle cui casa si riunivano i giovani più brillanti della città, seguaci delle nuove idee di libertà, indipendenza ed unità della patria italiana. Un altro centro in cui si riunivano gli intellettuali di Monteleone era il caffè Minerva. Tra tutti gli intellettuali liberali emergeva per ingegno e cultura Raffaele Buccarelli, maestro, umanista, politico liberale la cui influenza sui giovani della sua città fu enorme. La formazione culturale, umanistica e politica del grande poeta dialettale calabrese Vincenzo Ammirà avvenne appunto alla scuola del Buccarelli. A Monteleone, prima e dopo l’unità nazionale, c’era una classe intellettuale di notevole spessore, che pur rimanendo legata in letteratura al classicismo della nostra tradizione, sapeva recepire il nuovo e professare le idee di unità, libertà e indipendenza. I Borbone, ritornati a Napoli con la Restaurazione, non sanno coniugare le nuove idee nate con l’illuminismo, compreso quello della grande scuola napoletana, con la tradizione del Regno delle due Sicilie, e, per paura del nuovo, adottano una politica repressiva e sanguinaria, come avevano fatto con i capi della rivoluzione partenopea nel 1799. Molti patrioti, e non solo di Monteleone, vengo mandati in carcere o al patibolo per le loro idee politiche. In questo contesto storico e culturale il 2 ottobre del 1821 nasce a Monteleone Vincenzo Ammirà. A differenza del suo conterraneo Carlo Massinissa Presterà e di tanti altri intellettuali calabresi del suo tempo che per la loro posizione economica e l’estrazione sociale poterono frequentare l’università di Napoli allargando anche le loro conoscenze e l’orizzonte culturale, Ammirà resta nella sua città e studia sotto la guida del grande umanista Raffaele Buccarelli che, insieme alla conoscenza dei classici, specialmente latini, gli trasmette sentimenti antiborbonici e l’amore per quelle libertà fondamentali nate con la rivoluzione francese. Il giovane Ammirà, come Domenico Mauro, professa e diffonde sentimenti antiborbonici, scrive delle liriche patriottiche e nel 1847/ 48 è tra i più attivi nel comitato rivoluzionario della sua città; cade nelle grinfie della polizia borbonica ed incomincia la via crucis che lo porta in carcere, in esilio, alla povertà e all’isolamento. Proprio per la sua povertà Ammirà rappresenta l’anello debole tra i patrioti calabresi. Il Mauro e il Presterà, per esempio, erano nobili, e, si sa, che chi ha alle spalle un casato e una posizione economica solida affronta meglio le persecuzioni degli uomini e i le avversità della fortuna. Durante una perquisizione la polizia gli trovò in casa il manoscritto della Ceceide da lui composta ed una copia del Decamerone di Boccaccio. Fu accusato di “ detenzione e scritto di canzone contrari al buon costume e di detenzione di libro che offende il buon costume”. Fu condannato a due mesi d’esilio e ad una multa di venti ducati. Ma i suoi guai con la polizia non si fermarono qui, anche perché continuò a tenere una condotta antiborbonica. Nel 1858 fu arrestato e condotto in carcere. Il 27 agosto del 1860 Garibaldi, proveniente vincitore dalla Sicilia, entra a Monteleone e l’Ammirà lo incontra e lo segue fino a Soveria Mannelli, dove combatte assieme ai garibaldini contro le truppe borboniche. Con la proclamazione del Regno d’Italia Ammirà non ottiene alcun riconoscimento per le sofferenze subite per la causa italiana, anzi continua ad essere perseguitato. Certo pesa su di lui la maledizione della composizione della Ceceide, poemetto dialettale nel quale sono presenti la satira, la voluttà, il fantastico, le iperboli, scritto con un linguaggio apparentemente osceno e scurrile che scandalizza i falsi moralisti della sua città, che erano tanti. In questo genere di composizione poetica Ammirà non è il primo in Calabria. Già nel Seicento il canonico Domenico Piro, noto come Duonnu Pantu, aveva scritto due poemetti, La Cazzeide e la Cunneide che, in periodi di Controriforma, per il loro contenuto e linguaggio scurrile furono considerati osceni e crearono tanti guai al grande poeta e intellettuale di Aprigliano, noto per la sua immensa cultura e grande creatività artistica. La Ceceide scuote la falsa moralità della classe dominante della Monteleone bene e questa non ha pietà verso chi ha osato squarciare il velo dell’ipocrisia, sebbene ispirato dalla musa propizia. I tempi in cui il sommo Omero scriveva: “ Lascia il dolce cantor ( leggi poeta) che c’innamora/ là gir coi versi dove l’estro il porta” / sono lontani. Ammirà fu perseguitato anche dopo l’Unità, gli fu negata una cattedra in una scuola della sua città, nonostante avesse tradotto l’Eneide e composto delle tragedie di stampo classico che venivano rappresentate nel teatro cittadino, tra gli applausi del pubblico. Vive appartato e cade in uno stato di povertà ma non piega la schiena: è critico nei riguardi del nuovo regno e guarda con simpatia al brigantaggio. Nel 1861 vede la luce un volume di Poesie giovanili. Pubblicò poesie sui giornali locali “ L’Avvenire vibonese”, “ Strenna dell’Avvenire vibonese” , “ La sentinella”, “ La falce” ed altre riviste. Il suo capolavoro resta A Pippa, che da molti viene considerata non solo il capolavoro di Ammirà ma di tutta la poesia dialettale calabrese. Rappresenta la metafora della vita travagliata del poeta e di ogni uomo che ha la fortuna di vivere le varie stagioni dell’esistenza. Un altro capolavoro del poeta vibonese è “ A ninna nanna du briganteju”, una dolce nenia, musicale, delicata, scritta per il figlioletto d’un brigante caduto sulle montagne della Sila, nella lotta contro i bersaglieri del generale Cialdini. Ammirà, sebbene isolato, dimenticato e in povertà continua a criticare la mala unità, ed in questo non è solo. Gli fanno compagnia l’abate Antonio Martino, Mastro Bruno Pelagi, Vincenzo Padula e tanti altri intellettuali e patrioti che pochi anni prima avevano lottato per l’unità e l’indipendenza d’Italia.