Un grande calabrese da ricordare: Antonino Anile
Bruno Chinè
Nella
splendida cittadina di Pizzo Calabro che si specchia su un mare quasi sempre
azzurro, nel 1869, quando da poco il Governo italiano aveva terminato la cruenta
guerra di repressione del brigantaggio, nasceva Antonino Anile, scienziato,
letterato, politico e “Poeta di Dio”. Conseguita la licenza liceale presso il
Convitto “G. Filangeri” nella dotta Vibo, si trasferisce a Napoli dove, per
volontà del padre, si iscrive alla facoltà di medicina pur avvertendo una forte
vocazione per gli studi letterari. Le sopraggiunte difficoltà economiche della
famiglia lo costringono a lavorare per potersi pagare gli studi universitari. E
incomincia proprio come tecnico di anatomia dell’Università che frequenta
seguendo il grande professore Antonelli e così può seguire i corsi di medicina.
Come i grandi geni del Cinquecento apprende sul campo l’anatomia umana e la
fisiologia descrittiva sezionando i cadaveri. In tali branche raggiunge presto
una padronanza tale che gruppi sempre più numerosi di studenti gli chiedono di
frequentare a pagamento i suoi corsi liberi. Erano tempi in cui non solo gli
studenti erano fortemente motivati ma gli stessi medici sentivano il bisogno di
migliorare le loro competenze, specialmente in anatomia. Appena laureato diviene
prima professore pareggiato e poi coadiutore ufficiale, su proposta del suo
maestro prof. Antonelli. Dopo il ritiro del maestro tenne la cattedra di
anatomia all’università per quattro anni, ma gli intrighi interni e le camarille
non gli consentirono di ottenere la titolarità della cattedra, pur essendo da
tutti ritenuto il migliore. Ebbe una grande delusione e si rese conto che il
merito spesso viene messo da parte per favorire i raccomandati e le cordate
interne. Divenuto ministro della Pubblica istruzione si diede da fare per fare
emergere la meritocrazia nelle università, ma la fragilità dei governi di cui
fece parte e la realtà politica in ebollizione non gli consentirono alcuna
riforma, ed, ancora oggi, stando alle inchieste giudiziarie e alla statistiche,
la meritocrazia resta quasi sempre fuori dalle nostre università. Nel 1909 si
reca a Parigi per frequentare i corsi di psichiatria del celebre prof. Pierre
Maric, alla scuola Salpetrièr ed ha modo di conoscere la bella e colta vedova
Maria Pekle che diventerà sua sposa e compagna fino alla morte avvenuta a
Raiano d’Abbruzzo nel 1943 dove fu tumulato nella cappella d’una illustre
famiglia che l’aveva ospitato amorevolmente assieme alla moglie negli ultimi
anni dalla sua vita appartata. Essendogli stata negata la cattedra di anatomia
dovette accontentarsi di quella di anatomia artistica nella Regia Accademia di
Belle Arti di Napoli e poi di quella di Roma. Studio a fondo il corpo umano e ne
è testimonianza la sua enorme produzione scientifica, ma ebbe interessi
scientifici diversi. Seppe vedere le cose con un senso di meraviglia come i
primi filosofi pre- socratici e si convinse che ciò che chiamiamo realtà è
coperta da sette veli come quelli che coprivano la statua della dea Iside.
Compito dello scienziato è quello di sollevare i veli servendosi del metodo
dell’osservazione e della sperimentazione come aveva insegnato il grande
Galileo. Anile sa sollevare questi veli e si rende conto che la scienza non può
afferrare la sostanza delle cose ecco, perché il suo modello è Leonardo da Vinci
che seppe coniugare scienza ed arte. Ma sa andare più in profondità: abbraccia
anche la fede, e pur non essendo bigotto, vede la presenza della mano di Dio in
tutte la cose che compongono il nostro universo infinito e misterioso. Scrive
Anile:” V’è un superdestino per ogni cosa, anche la più umile, che si offre alla
luce. Tutto in natura, avvertiva già Goethe, è soprannaturale. Un battito d’ala
non è mai soltanto un battito d’ala”. Non si tratta di una fuga nel misticismo o
di svalutare la scienza, anzi le viene riconosciuto il giusto posto
nell’economia del sapere. La scienza ha il compito difficile di scoprire i
segreti della natura con un’attività che richiede pazienza, metodo e sacrificio,
ma la natura infinita non si lascia mai ridurre in formule e schemi; c’è sempre
qualcosa che sfugge alla scienza e la trascende; questo quid viene colto dal
linguaggio dell’arte e della poesia. Nel suo meraviglioso libro: “Bellezza e
verità delle cose”, che racchiude scienza ed arte, poesia e fede, e che dovrebbe
entrare in tutte la scuole, Anile guarda ogni cosa con l’occhio della scienza e
della fede, e descrive la natura con il linguaggio della poesia e con la
precisione dello scienziato. La realtà insomma è sempre più complessa di quanto
appaia alla fredda osservazione della scienza.
Anile è stato anche attento osservatore della Calabria e dei suoi problemi annosi. Nel 1920 vide la luce un suo scritto dal titolo: “ La Calabria”, raccolto poi nel volume “ Nella scienza e nella vita”. In questo scritto viene superata la dicotomia Nord Sud, non c’è alcuna nostalgia verso il regno dei Borbone e cerca le cause del sottosviluppo della Regione nei calabresi, ed in modo particolare nella sua classe dirigente vecchia e nuova. Cita, a questo proposito, la denuncia di Zanotti Bianco, apostolo del Sud diseredato. “ Le persone che sono scese ( in Calabria) a vedere ed alleviare il male hanno trovato nelle amministrazioni locali, in quel nucleo di borghesi faccendieri che, insediati nelle amministrazioni dei comuni e delle province, fa lecito d’ogni libito, il vero impedimento allo sviluppo” Nel 12920 don Luigi Sturzo lo chiamò nel Partito Popolare italiano con l’incarico di seguire i problemi della scuola. Anile divenne propugnatore di una scuola popolare, libera, attenta ai problemi igienici e principalmente alla realtà irrepetibile ed unica di ogni allievo.” Ogni scolaro è diverso di fronte agli altri ed è diverso ogni giorno da sé medesimo, ebbene per la nostra scuola sono tutti uguali e sottoposti come gregge”. Anche da Ministro della Pubblica istruzione non riuscì a tradurre in realtà legislativa le sue idee di riforma della scuola per la precarietà del governo Facta, ma i suoi studi furono ripresi e tradotti in programmi scolastici da Giuseppe Lombardo- Radice che collaborò con Gentile per la redazione della Riforma. Coprì la carica di parlamentare e di ministro in tempi difficili. Il fascismo si stava trasformando in regime e le garanzie statutarie venivano ogni giorno meno. Col delitto Matteotti il fascismo scoprì il suo vero volto. Anile prese, assieme al partito di don Sturzo, netta posizione contro il regime, a favore di Matteottie. Fece parte dell’Aventino, ma quando Mussolini impose agli aventiniani le condizioni per riprendere la vita parlamentare Anile si piegò dimettendosi anche dal Partito popolare. Una pagina triste per il deputato poeta; un atto di debolezza in tempi tristissimi. Eppure aveva firmato il manifesto degli intellettuali di Benedetto Croce.
La poesia accompagnò Anile per tutto l’arco della sua vita. I temi sono principalmente religiosi e per questo è stato chiamato il Poeta di Dio. Il sentimento religioso è presente anche nella sua produzione scientifica e letteraria e coincide col sentimento della vita. E’ l’esplosione della vita che desta la meraviglia di Anile. Nella vita, dal filo d’erba, ad un bocciolo che si apre, all’uomo, c’è qualcosa che la scienza non può spiegare, è presente il mistero e questo mistero è Dio( Il deus absconditus ). Visse l’ultima fase della sua vita appartato, in compagnia della moglie affettuosa collaboratrice nel riordino delle sue numerose carte, e di pochi amici. Nel 1952 per intercessione d’un altro grande calabrese, Giuseppe Vito Galati, la sua salma, da Raiano raggiunge Pizzo, e, per decisione del Papa Pio XII viene tumulata all’interno del duomo di San Giorgio in un’umile tomba. Poi, tranne qualche iniziativa di pochi studiosi, su Anile cade il silenzio. I tristi tempi presenti non sembrano i più idonei per ricordare il pensiero e le opere di Anile e degli altri grandi calabresi che rappresentano le nostre radici.