Lo scrittore e storico
Giovanni Ruffo parla di Saverio Montalto
di Bruno Chinè
Bovalino 28 dicembre 2008
Incontriamo nella sua
bella casa patrizia di Bovalino lo scrittore e storico Giovanni Ruffo (nella
foto) per
parlare di Saverio Montalto al fine di portare una maggiore luce sul dramma
consumatosi a Bovalino, nel 1942, per mano dello stesso Montalto. Il dott. Ruffo
ci accoglie con la sua consueta cortesia e gentilezza e ci parla, anche se con
velata riluttanza e malinconia, dei suoi impegni culturali attuali. Il
veterinario Barillaro, in un pomeriggio maledetto, come egli stesso scrisse,
uccide la sorella, tanto amata, e ferisce la moglie e il cognato a colpi di
rivoltella. Sul fatto di sangue esiste una verità letteraria, ricostruita dallo
stesso Montalto in due documenti importanti: Il Memoriale dal carcere e Raptus
ed una verità giudiziaria depositata negli archivi del tribunale di Catanzaro.
C’è però una terza verità accreditata subito dopo il dramma nella coscienza
popolare alla quale il dott. Ruffo fa esplicito riferimento in questa
intervista.
Domanda:
Dottore Ruffo, cosa ricorda di quel maledetto pomeriggio del 1942 in cui Francesco Barillaro, in arte Saverio Montalto, nella sua casa di Bovalino, uccise la sorella e ferì la moglie ed il cognato a colpi di rivoltella?
Risposta:
Ricordo bene che in quel pomeriggio ritornavo da “caccia”. L’orologio segnava le ore 17 /18. Non avevo ancora il porto d’armi e cacciavo con un fucile ad aria compressa (dunque a palla) col quale sparavo a passeri ed altri uccellini.
La mia “arma” stimolava l’interesse dei cacciatori e per questo, quel pomeriggio, ero fermo sotto la casa “Graziano” (dove al primo piano abitava il Veterinario Barillaro) a mostrare il mio efficiente fucile a don Ciccio Guerrisi, seduto davanti a casa sua a godersi il fresco del pomeriggio.
Sentimmo lo scoppio di tre spari e subito dopo vedemmo apparire sul balcone di sinistra la figura del veterinario in colluttazione con suo cognato Titta Fazzolari, il quale strappò al veterinario la pistola che questi impugnava nella destra e la buttò in strada.
Dal primo piano della casa provenivano lamenti e grida non so dire se di paura o di dolore.
Subito dopo apparve in strada il veterinario in pigiama a righe bianche ed azzurre che, in viso sconvolto, ripeteva urlando con voce disperata “ho ucciso mia sorella” e si avviava quasi correndo verso la caserma dei carabinieri.
Salii nella casa della tragedia e trovai per terra, in quella che forse era la stanza da pranzo, in molto sangue, il cadavere di una donna che in atto perdeva poco sangue dalla zona centrale del collo, e più in là don Titta che con le mani si “teneva” il ventre insanguinato e la moglie del veterinario - sorella di don Titta - che perdeva sangue dal petto all’altezza della mammella sinistra.
Don Titta fu portato in strada seduto su una sedia e gridava in dialetto piangendo “ ci ha sparato a mitraglia ”. Sua sorella scese la scala con le sue proprie gambe, aiutata da qualcuno.
In giro si affermò che il veterinario, che godeva prestigio e rispetto presso i compaesani, esasperato dalle continue prepotenze del cognato, gli aveva sparato per ucciderlo. La sorella si era frapposta tra i due per impedire al veterinario di sparare, ma questi sconvolto dal risentimento non riuscì a frenarsi e colpì la sorella in piena gola forse troncandole la carotide. Visto cadere la sua amata sorella, il veterinario sparò al cognato ed alla moglie con la precisa intenzione di ucciderli. Aveva usato l’unica arma che possedeva in casa: una sua vecchia pistola che aveva portato dalla “grande guerra”, nella quale aveva combattuto. Era una pistola di fabbricazione tedesca con munizioni vecchie e mal conservate da sempre. Le pallottole - del genere di quelle volgarmente definite a mitraglia - avevano la punta di piombo scoperta da protezione ed erano rivestite da una leggera lamina metallica. Erano proiettili creati per provocare ferite devastanti e quindi con alte possibilità di uccidere. Gli anni trascorsi nella più completa incuria e l’umidità avevano alquanto deteriorato la loro efficienza e fu questa la ragione che salvò la vita a don Titta ed a sua sorella (moglie del veterinario). La sorella del veterinario (moglie di don Titta) morì perchè fu sparata a bruciapelo e colpita in una zona vitale, essendosi frapposta tra suo fratello e suo marito nell’intento di impedire al veterinario (suo fratello) di uccidere il cognato
Domanda:
Potrebbe essere stato, quindi, un omicidio involontario?
Risposta:
In paese si disse che l’omicidio fu involontario mentre c’era la volontà del veterinario di uccidere la moglie ed il cognato. Non c’era stata premeditazione. Tra il veterinario e suo cognato non “correva buon sangue”, a causa di dissapori familiari che angustiavano la vita di sua sorella, moglie di don Titta. Quel pomeriggio, nel corso di una delle solite discussioni che caratterizzavano ogni incontro dei due cognati, scoppiò la tragedia. Non conosco i particolari e quindi non so essere più esauriente.
Il veterinario, che come ho detto godeva grande prestigio e considerazione presso i compaesani, era molto affezionato alla sorella, la quale ricambiava con pari trasporto l’affetto del fratello. Non so dire nulla di don Titta, se non che in paese, forse, godeva meno considerazione del cognato. Ripeto ancora che fu comune convincimento che l’omicidio fu un incidente quindi non voluto né premeditato dall’assassino.
I rapporti tra il veterinario ed il cognato non erano buoni. Si affermava che don Titta avesse scarsa considerazione della moglie, facendola vivere in un ambiente familiare ricco di tensioni e sofferenze. Si diceva anche che tutto ciò esasperava il veterinario, che aveva creduto che, sposando egli la sorella di don Titta, avrebbe influenzato in maniera favorevole la vita coniugale di sua sorella. A quanto si diceva ciò non era avvenuto
Domanda:
Come Lei ricorda la figura umana del veterinario Barillaro?
Risposta:
Io ho un buon ricordo del veterinario.
A quei tempi ero un quindicenne ricco di fantasia e d’interessi ed il veterinario si fermava spesso a conversare con me.
Era un uomo molto colto, che aveva grande passione per gli studi classici e storici. Il confronto letterario lo aveva con Mario La Cava ed il medico Francesco Ceravolo, altro appassionato studioso di “materie classiche”.
Non so dire altro se non che la passione per la storia, forse, me la inculcò il Dottor Barillaro. Ma non so neppure se ciò risponda a piena verità. A quel tempo, a mio disdoro, devo confessare che avevo più interesse per la caccia ed i gioco, che per lo studio.
Ai miei occhi il veterinario appariva uomo di cultura e di buona indole. Di suo cognato Titta Fazzolari avevo scarsa conoscenza.
A mio giudizio di allora (e d’ora, uomo ormai vecchio d’età), il veterinario era persona equilibrata e degna di stima. Era uomo di cultura, scarsamente preparato a vivere ed affrontare ambienti e personaggi diversi da quelli propri dell’ambiente da lui preferito.
Proveniva da sana famiglia contadina e di questa manteneva essenzialmente la dignità. Gli studi e la vasta cultura gli consentivano “arricchimenti” comportamentali, che, però usava senza ostentazione.
Non aveva certamente l’animo dell’assassino né chiara conoscenza d’ambienti mafiosi, a quei tempi di consistenza ed ambientazione assolutamente diversi da oggi.
Domanda:
Vuole dirci qual era l’ambiente socio-culturale a Bovalino ed in Calabria ai tempi del delitto?
Risposta:
L’ambiente culturale bovalinese era ….. numericamente “molto contenuto” e di conseguenza basso. La povertà di cultura era, forse, il solo neo di quell’ambiente, rilevabile a prima vista. Esistevano altre numerose manchevolezze ambientali, ma erano comuni a tutti i paesi calabresi e, quindi, scarsamente rilevabili dai compaesani.
A mio modesto avviso il giovane, che oggi vive in un paese calabrese, ha bisogno soprattutto di conoscere la storia vecchia e recente e gli usi ed i costumi di vita della Regione.
Se poi vive in un paese della Locride ha bisogno anche di conoscere quale travolgente evoluzione negativa ebbero, a partire dalla fine della guerra, le comunità paesane. Prendere coscienza delle loro usanze, dei costumi, della dignità di vita, di comportamento e di lavoro che li animavano negli anni prebellici.
Dalla guerra, per noi finita nel 1943, uscì una nuova “cittadinanza” e delle “forze” di lavoro che ebbero come prima e sola possibilità di estrinsecazione il contrabbando, meglio noto alla massa con il nome di “intrallazzo”.
Come riferimento concreto di lavoro esisteva, da sempre, soltanto il mercato legato all’agricoltura; mercato che sino a quel tempo aveva avuto prevalentemente estensione addirittura rionale. Per parecchi mesi rimase tale, per estendersi improvvisamente - e senza precisa cognizione dei suoi operatori - al territorio intercomunale e subito dopo addirittura ad ambito extraregionale.
I mezzi e le possibilità di produzione agricola rimasero invariati anche per più di un anno.
Fiorì l’intrallazzo, che fu la deleteria scuola dei paesani più giovani ed il miserabile, avvilente saluto che demmo ai nostri reduci di guerra, già sconvolti dalle tante novità post belliche.
Quei pochissimi compaesani che sarebbero potuti intervenire, guardavano con indifferenza a braccia conserte non so dire se per incapacità, ignoranza, o delittuosa aspettativa che maturassero eventi di buon lucro al loro intervento.
Avemmo il telefono, con il tempo la televisione, la possibilità di viaggiare in aereo (invece che a dorso d’asino) e tante altre novità sconvolgenti perché riferite a collettività aduse a vita semplice ed a rapporti sociali che difficilmente varcavano i confini comunali.
Alla fine della guerra in Paese non c’erano più di tre o quattro automobili; una delle quali adibita a servizio pubblico. C’era da poco la luce elettrica, ma non esistevano i telefoni.
Non esisteva il commercio di frutta e verdura né quello dell’abbigliamento, mentre esisteva quello dei prodotti alimentari ed un solo negozio che vendeva scarpe.
Non esisteva parrucchiere per signora, mentre operavano alcuni barbieri.
L’istruzione era affidata ai Maestri elementari, che spesso operavano in condizioni proibitive stimolati soltanto da entusiasmo ed ambizione personali.
Gran parte della popolazione dava soddisfazione alle esigenze corporali in riva al mare o in “ locali “ pubblici aperti, mantenuti convenzionalmente riservati. Di tali locali faceva uso anche qualche estroso elemento della cosiddetta “gente perbene”.
Molti bambini portavano ancora i pantaloncini con “il fondo” aperto per dare soddisfazione con rapidità e senza gran danno ai loro impellenti bisogni corporali.
La divisione dei due sessi era rigorosamente mantenuta.
I bagni venivano praticati su due diversi tratti di spiaggia: uno destinato ai maschi, l’altro alle femmine ed erano affidati alla sorveglianza delle guardie municipali.