Gianni Ruffo racconta come eravamo…..
di Bruno Chinè
Sant’Agostino, nell’XI libro delle Confessioni, ci conduce nei meandri della memoria meglio d’un esperto psicologo o narratore. Il problema agostiniano, dopo la sua conversione, diventa quello della ricerca di Dio dal momento che dentro di sé ne avverte la presenza. Così incomincia a cercarlo nei cieli, nel mare, nelle cose meravigliose della natura, ma non lo trova. Eppure Sant’Agostino è certo che Dio, in qualche parte, esista perché ne avverte l’esistenza, e così dopo aver scrutato il cielo e la terra sposta l’indagine dentro di sé e precisamente nel pozzo senza fondo della sua memoria. E proprio sulle meraviglie della memoria, sui suoi misteri, nonostante i contributi della psicanalisi e delle neuroscienze, Sant’Agostino ci ha lasciato delle pagine stupende che affascinano e meravigliano anche il lettore d’oggi.
Abbiamo citato uno dei più grandi pensatori dell’Occidente, che ha indagato i misteri della memoria nella quale, secondo lui, dimora l’Essere, ossia Dio, perché l’ultimo lavoro di Gianni Ruffo Al tempo dei canonici di legno, ci ha stupiti, non solo per la capacità dell’autore di raccontare il passato, perché questo l’ha dimostrato anche ne “Il Cardinale Rosso”, una ricostruzione storica originale, ma principalmente perché un medico maturo per età e saggezza ha scritto un documento letterario che ci aiuta a capire il mondo dei nostri padri. Nel racconto di Gianni Ruffo emerge spesso il bambino (Pascoli, riprendendo Platone, aveva detto che dentro di noi c’è un fanciullino che a volte prende il sopravvento e fa nascere l’arte)
Gianni Ruffo che ha viaggiato a lungo per le strade del mondo, ad un certo punto diventa bambino, o meglio fa parlare il bambino che c’è in lui. Ora il fanciullino non viene più costretto al silenzio dagli adulti per paura che possa rivelare verità scomode e turbare così l’establishment sociale basato spesso sull’ipocrisia e sul compromesso. Gianni Ruffo ricostruisce la vita quotidiana del mondo della sua infanzia trascorsa ad Ardore, della sua famiglia, dei rigidi rapporti che regolavano le classi sociali, della presenza di antichi tabù, di un mondo che sembrava immodificabile, ma che viene spazzato via dagli sconvolgimenti della seconda guerra mondiale e dagli assetti politico-sociali dell’Italia che risorge a vita democratica.
“ Al tempo dei canonici di legno” è un libro costruito sul filo della memoria: i ricordi a lungo repressi prendono il sopravvento; il fanciullino si prende la rivincita: parla con schiettezza, come sanno fare solo i bambini che non conoscono ancora le convenzioni sociali, spesso assurde, su cui ancora si basa una società civile. È lo stesso autore ad esporci il metodo che ha seguito nell’esplorazione di quello che Corrado Alvaro chiama mondo sommerso. “Nel rievocare il ricordo, m’impegno di scrivere con la schiettezza del bambino e, soprattutto, la cultura di quell’ambiente, sembrandomi cosa disdicevole contaminare e falsare il ricordo usando espressioni maturate fuori di quei tempi e di quell’ambiente. E, poi, che senso avrebbe riferire qui i ricordi con le parole dell’adulto?”
Ma se questa è l’impostazione metodologica della scrittura del lungo racconto di memorie, o libro dei ricordi d’infanzia, possiamo dire che Ruffo è riuscito nell’intento, anche se l’uomo adulto, che ha camminato per i difficili sentieri della vita, è sempre presente nella rievocazione dei fatti, delle situazioni, dei tabù, delle tradizioni, dei costumi, dei rapporti sociali del mondo scomparso.
Il racconto è avvincente, perché rievoca il passato che non esiste più, se non nella memoria di chi quel mondo l’ha vissuto, e si snoda in una dialettica bipolare: il bambino che si prende la rivincita (non hanno parlato sempre gli adulti?) e la ratio dell’Autore, radicata nella storia e nella cultura d’oggi, che, in un certo qual senso, controlla il racconto, segnandone i confini. Il fanciullo e l’adulto convivono. Il fanciullo parla, narra il suo vero, ma l’adulto è presente con la sua storia e la sua cultura e lo condiziona ancora.
Gianni Ruffo ricostruisce la storia di una famiglia meridionale, la sua appunto, appartenente ad una borghesia di paese, in una società agricola che non contiene dentro di sé le potenzialità per un passaggio verso la modernizzazione ed i cui rapporti sociali sono ancora di tipo feudale. In questo contesto, anche quella parte colta della società, come il clero locale, che avrebbe dovuto ispirare la propria condotta alla dottrina sociale della Chiesa, (la Rerum novarum è di fine secolo) restava intrappolata in una mentalità chiusa di una società incapace di aprirsi al nuovo.
E ad Ardore non mancavano dottissimi sacerdoti come Don Giulio e Don Napoleone: “ erano entrambi sacerdoti figli e prodotti di quell’ambiente e professavano il loro sacerdozio in quel tempo e in quel paese del Meridione esprimendosi di necessità, nel solo linguaggio comprensibile ai loro fedeli:quello barbaro e primitivo di chi, vivendo in un ambiente di assoluta indigenza e soggezione, nelle poche occasioni che ha di deciderliberamente, impone e basta”.
Ma il libro di Gianni Ruffo non apre solo squarci su un mondo sommerso riconducendoci a come eravamo nel secolo scorso, ma contiene pregi narrativi e stilistici che fanno del suo autore uno scrittore efficace ed attento ai costumi del passato: “ Il terreno sul quale stava per sorgere la casa era assolutamente brullo, su di esso si vedevano le ombre dei presenti, disegnate dal sole già alto e caldo. Il mare era oltre la strada e la ferrovia; le altre case del paese, a quel tempo, di poco meno di un centinaio di metri discoste”. Nel racconto il ragazzo sveglio e desideroso di conoscere il mondo, a contatto con la vita che gli si snoda intorno, resta affascinato dai racconti dei contadini, depositari d’un sapere popolare molto vicino al mondo dei fanciulli. “Le loro storie, che mi raccontavano senza smettere di lavorare, mi affascinavano e stavo ad ascoltarle trasognato…. Erano spesso favole, frutto di fantasia popolare che, tramandate da padre in figlio, avevano nel tempo subito inevitabili adattamenti”. Il libro ricostruisce una società scomparsa, descritta da chi l’ha vissuta conservando nella propria memoria non solo i ricordi ma, anche le emozioni degli attori di quel mondo, condannati dalla storia a vivere in una società arretrata e senza speranza. Ma in quel mondo povero gli uomini non perdono la loro dignità: “ I nostri compaesani potevano essere sporchi, poveri o ritenuti …. non prossimo da nostra nonna ma erano orgogliosi, e, molto spesso anche dignitosi”.
Emerge dal racconto la civiltà contadina con le sue luci e con le sue ombre, una società povera popolata di serve, garzoni, massari, mezzadri, piccoli proprietari di terra che raramente riescono a liberarsi dalle strutture mentali consolidate nel tempo e dai tabù tradizionali.
Il mondo descritto da Gianni Ruffo, per fortuna, è scomparso e su di esso, come dice Corrado Alvaro, non c’è da piangere, ma occorre conservare il maggior numero di memorie, per chi ci è nato.
Tutto questo per dare un alimento spirituale ai nostri giovani, per scuoterli dal torpore per molti versi spersonalizzante del mondo d’oggi, indicando loro una direzione di marcia che porti all’Europa ed al mondo, ma senza mai smarrire la consapevolezza delle proprie radici.