Cola Napoli, cantore di Locri e Gerace

 di Bruno Crinè

 

“Gerace, una delle tre Sottindendenze in cui la Calabria Ulteriore è divisa, è una larga città vescovile, piena di palazzi, bellamente situata, posta su uno stretto margine di roccia…Qui sono le oscure e sgretolate rovine di un massiccio castello normanno…Gerace è  di gran lunga il più grandioso e superbo luogo come posizione in generale, e come città che noi abbiamo finora visto in Calabria”. Così Edward Lear annota nel suo Diario del viaggio a piedi attraverso i centri più importanti della provincia reggina.

   Gerace, sorta dalle rovine dell’antica Locri, adagiata su un’amba, per secoli fu faro di civiltà e di cultura. Ha visto fiorire personaggi illustri, in ogni settore del sapere, tra i quali spicca il monaco Baarlam di Seminara, maestro di lingua greca di Francesco Petrarca; fu per secoli centro di cultura bizantina e poi roccaforte normanna. Nell’età contemporanea vide passare le armate di Napoleone che hanno tentato persino di segare e trafugare le colonne di marmo della cattedrale provenienti dai templi pagani di contrada Marasà. Assistette, nel 1847, quasi indifferente, alla fucilazione di cinque giovani patrioti responsabili di  un’insurrezione antiborbonica, nel Distretto di Gerace, in sintonia con quanto avveniva nelle altre parti d’Italia, per ottenere la libertà e l’abbassamento del prezzo del sale, allora monopolio di Stato.

   Proprio a Gerace, il 31 gennaio del 1840, da genitori popolani, nacque Cola Napoli, rimasto analfabeta per tutta la vita, come tutti coloro che allora appartenevano alle classi subalterne. La natura gli diede il dono della poesia, e così, nell’arco della sua vita, ebbe modo di cantare la vita di Gerace e Locri, quale si presentava quotidianamente ai suoi occhi di carrettiere,  servendosi del dialetto parlato dai ceti popolari, al quale egli dà forma poetica.

  Non sapendo scrivere conservava nella memoria le sue composizioni poetiche e poi le recitava nelle bettole, nelle strade, negli incontri con amici, scapestrati e gaudenti come lui, nelle osterie, intorno ad un tavolo, sorseggiando un buon bicchiere di vino prodotto sulle colline geracesi.

   Cola Napoli è un poeta popolare, sia per sua estrazione sociale, sia perché frequenta, per motivi di lavoro, un popolo di artigiani, carrettieri, contadini, braccianti e popolane, spesso di facili costumi. Gli piace frequentare compagnie di amici bontemponi e, giornalmente, col suo carro, fa la spola tra Locri e Gerace per trasportare mercanzie e suppellettili varie.

   In questo ambiente sociale il poeta attinge gli argomenti  presenti nelle “ Quattro dissipitanzi”, insieme di poesie diffuse oralmente a Gerace e nella nascente Locri, che riscuotono successo, ma, a volte, sono accolte con ostilità da chi si sente preso di mira.

   Sappiamo dalle sue stesse parole che, una volta, dopo una farsa carnascialesca in maschera, durante la quale aveva recitato i suoi ditirambi mordaci, fu portato in carcere dove scrisse: “ Si cchiù libera è la stampa / cchiù ligata è la parola / mi serrasti nta na stanza / pe nno nesciari cchiù fora”. Versi in cui denuncia che la libertà di parola, sebbene garantita dalla legge non venisse rispettata.

  Nelle rime di Cola Napoli non può mancare il tema della peste di colera che ciclicamente si presenta anche a Gerace, mietendo vittime e seminando panico tra la gente. Dinanzi alla peste la scienza medica è impotente, e al popolo resta solo il ricorso ai santi: “ Pe d’ogni annu alla stagioni / nui morimu di spaventu / e pregamu sant’Antoni / mu ndi manda sempi ventu”.

  Le donne di facili costumi, che lui frequenta, gli fanno girare la testa, entrano nel suo immaginario e gli ispirano versi  in cui attribuisce al marito la colpa per i continui tradimenti della moglie: “ Si ndavia m’era eu, fora di tutti / Tutta a Roccu la curpa ci votava / ch’era gurdianu e non gurdau li frutti / e cu volia li nespoli sciuppava”. Un posto importante viene occupato dal mondo dei bottegai coi quali intratteneva rapporti di lavoro e pertanto scopriva i trucchi con cui si arricchivano illecitamente ai danni degli ignari consumatori: “ Lu putigaru grassu, pensa beni / S’industria e tuttu fa chillu chi poti / quandu c’imbatti ncocchi passeggeru / nci chiama sempi lu cuntu ddu voti”.

   Nel 1836 cinque illustri cittadini di Gerace chiedono al Decurionato di Siderno delle terre per edificare le loro prime case in marina, ma la loro richiesta viene respinta, ed è così che decidono di edificare a Locri, dove, nel 1840, sorgono i primi edifici.

   Nel 1871 sul litorale ionico sbuffa la prima vaporiera, e nel nuovo contesto politico e culturale la Giunta municipale di Gerace ritiene giunto il momento di trasferire alcuni uffici alla Marina. Nel 1879, con provvedimento ministeriale, la Sottoprefettura di Gerace viene trasferita a Locri, dove, nel 1889, sorge anche la prima società operaia che, tra i suoi fini statutari, annovera anche quello della costruzione di case per lavoratori.

   Cola Napoli vive quotidianamente i cambiamenti urbanistici e sociali, sempre a contatto con tutto il popolo e canta, nei suoi versi, la rinascita di Locri, e lo fa con freschezza espressiva e concettuale, e quasi con un senso di meraviglia che viene trasmessa anche in chi lo ascolta:“ Cu a stu seculu nesciu / vitti grandi novità / na marina bbandunata / mu dfiventa na città”.

   In alcuni suoi versi elogia gli amministratori di Gerace per il loro impegno profuso nella costruzione della nuova città:” Pe mbelliri lu Paisi / fiumi su di carità / fandu viaggi,  fandu spisi / jendu sempi i cca e di glià”. Con tale impegno e passione si resero artefici della seconda vita di Locri: “ Rinnovar l’antica Lcri / che fu strutta a tempi fa / sondi vai senti nu gridu / co paisi avanti va”.

   Il male della nuova città, secondo le vedute semplici del poeta, sta nei bottegai, da lui frequentati e di cui conosce i piccoli trucchi: “ Arrobandu su lu pisu / N’unza menu ad ogni pani / La vilanza cu destrizza / fandu i cala cu li mani”.

   Cola Napoli fa parte di quella schiera eletta di poeti dialettali illetterati che, in Calabria annovera anche mastru Bruno Pelaggi; usa naturalmente la lingua del popolo del quale sa interpretare pensieri, movenze ed emozioni. I suoi versi piacciono alla gente, gli danno grande popolarità, però, a volta, gli creano anche problemi e gli fanno provare la galera. Resta principalmente un verseggiatore. Gli viene naturale esprimersi in rima, ma, a volte, la sua fresca ispirazione gli consente anche di raggiungere il giardino incantato della poesia. Si legga, per esempio, il suo lamento del popolo, oppresso dai tiranni, oggi diremmo dall’arroganza del potere: “ Ddunca, o Deo, pe sti patruni / morbu stoticu non c’è / e stu mundu sbrigognatu / dura sempi chillu ch’è?” Raggiunge la vette dell’arte anche quando, lui illitterato, esprime il mistero dell’Immacolata concezione con concetti corretti sul piano teologico: “ Quantu fu grandi la divina forza / nasciu di l’ovu e no ruppiu la scorza”.

   Cola Napoli è un poeta che va ricordato per i suoi versi, scritti in un dialetto classico, ma anche per il suo attaccamento alla sua Gerace, l’unico mondo da lui conosciuto ed amato. A chi ha qualcosa da obiettare sulla sua persona o sui suoi versi risponde con orgoglio: “ Sugnu sempi di Jeraci,/ su di chista dura rocca / cu la guerra e cu la paci / nci rispundu a ccu mi tocca”. In questi versi il rimatore bontempone e spesso scialacquatore, s’identifica con l’uomo dignitoso ed orgoglioso.