Francesco Cilea, l’ultimo grande maestro del melodramma
Bruno Chinè
Da Monteverdi in poi il
melodramma è diventato un genere musicale molto amato dal pubblico italiano, ma
la sua epoca d’oro è l’Ottocento, con Bellini, Rossini, Donizzetti e Verdi.
Nella seconda metà dell’Ottocento cambiano i gusti del pubblico ed i canoni
estetici anche nella lirica, e nasce la cosiddetta scuola verista. Il maggior
rappresentante è Pietro Mascagni che, con Cavalleria rusticana, tratta da una
novella di Verga, crea un capolavoro che in poco tempo conquista il mondo. Con
Cavalleria rusticana arriva sulla scena una vicenda di amore e di morte tratta
dalla vita quotidiana siciliana. L’opera viene rappresentata in Italia e nei
maggiori teatri lirici del mondo. Ancora oggi viene seguita con viva
partecipazione da giovani ed anziani. Gli altri grandi rappresentanti della
cosiddetta “ Scuola verista “ sono Puccini, Leoncavallo, Giordano e Cilea.
Trattandosi di compositori geniali forse non è corretto inquadrarli in una
scuola. Ognuno di essi ha una sua specifica personalità musicale e drammatica
che non si lascia definire se non nella categoria della grande arte. A parte il
giudizio dei critici musicali, non sempre sereno e benevolo ed espresso con
competenza, i cinque maestri della scuola verista, hanno avuto sempre e
continuano ad avere grande successo di pubblico, che resta il migliore critico
perché disinteressato e paga il biglietto. Ma il loro merito maggiore sta nel
fatto che, pur adeguandosi al mutato clima culturale, sanno collegarsi alla
nostra migliore tradizione musicale nella quale la melodia e il bel canto
rappresentano l’originalità del genio italiano.
Francesco Cilea nasce a Palmi, la più bella città della tirrenica reggina, il 23 luglio 1866. Suo padre, avvocato, vuole che il figlio coltivi studi giuridici, ma, si racconta che il ragazzo, dopo avere ascoltato nella villa comunale il duetto del quarto atto della Norma di Vincenzo Bellini, eseguito dalla banda musicale del paese, ha chiara la sua vocazione per la musica. Così, invece della facoltà di giurisprudenza, frequenta il Conservatorio di San Pietro a Maiella, a Napoli, dove si diploma presentando agli esami il suo primo melodramma,” Tilda”, rappresentato nel teatro della scuola. Le sue opere maggiori sono “l’Adriana”, “l’Arlesiana” e “Gloria”. L’Arlesiana viene rappresentata per la prima volta al teatro lirico di Milano ed in quella occasione debutta il grande Caruso che esegue il Lamento di Federico. Il Maestro, in seguito, ha avuto modo di dire che in quella occasione aveva insegnato al giovane talento il brano, nota su nota. Ma quando Caruso diventa celebre nei teatri americani non fa nulla per Cilea allora immeritatamente messo da parte. Prima di morire in un albergo di Sorrento, il grande tenore vuole però salutare il Maestro per l’ultima volta. L’Arlesiana riscuote un successo; il pubblico colto e competente chiede al giovane tenore di bissare il Lamento di Federico. Col tempo però l’interesse per l’opera scende ed il Maestro, che crede nel valore della sua creatura, la rimaneggia varie volte, tanto che lo spartito, che si conserva oggi nella Casa della Cultura di Palmi, è completamente diverso da quello eseguito nella prima di Milano. L’Adriana riceve una migliore accoglienza e viene rappresentata nei teatri italiani e all’estero; questa opera dà grande notorietà a Cilea. Nel 1907, a Milano, diretta da Arturo Toscanini viene rappresentata Gloria, l’opera più amata dal maestro. Non riscuote gran successo. Col tempo le rappresentazioni delle opere di Cilea vanno diminuendo, fino a subire una battuta d’arresto. La causa di tutto ciò non sta certo nella mancanza di valore artistico ma in una serie di fattori, non ultima l’invidia, gli interessi commerciali ed il carattere dolce e riservato del Maestro che non fa nulla per difendere e diffondere le proprie opere. Nonostante l’amarezza, rimane sempre convinto della bontà delle proprie creazioni e sa aspettare, continuando a produrre stupende pagine di musica classica e sottoponendo le proprie opere liriche ad un certosino lavoro di lima. Ormai lontano dai teatri si dedica all’insegnamento nei migliori conservatori musicali del tempo. Ma, negli anni trenta, su pressione degli amici, vuole incontrare Mussolini per chiedere aiuto. Il Duce interviene e le opere di Cilea vengono inserite nei cartelloni dei teatri lirici, riscuotendo successo. Nel 1935 l’Arlesiana torna al teatro alla Scala. Il maestro Gavazzeni, in quella occasione, scrive che l’arte di Cilea esclude l’improvvisazione e presenta genialità e vivace fantasia fuse in elaborazione sapiente. Il 27 febbraio 1948, alle ore 20, le belle sale di Palazzo San Giorgio sono illuminate a festa. L’Amministrazione comunale di Reggio si prepara ad assegnare la cittadinanza onoraria all’anziano musicista di Palmi, ormai famoso in tutto il mondo. Col maestro c’è la moglie Rosa, il giornalista Ciccone e l’affezionato Nino Zucco che gli rimane amico fedele e devoto fino alla morte. In quella occasione il Maestro vuole visitare, per l’ultima volta la sua Palmi. Riceve accoglienza calorosa e si commuove. La parte colta della città lo aspetta, assieme al sindaco, Avv. Carbone, nei saloni del palazzo municipale, il popolo festante nelle strade. Il vecchio maestro prova emozioni nuove; nel suo cuore capisce che quella visita è un addio. Nel 1945, all’Hotel Plaza di Roma, muore Pietro Mascagni. Le truppe di occupazione francesi, in segno di lutto, mettono la bandiera a mezz’asta, ma ai funerali del grande accademico d’Italia, che si tengono nella vicina basilica di San Lorenzo in Lucina, le autorità italiane della politica e della cultura sono assenti. Certo per paura in un momento drammatico della nostra vita nazionale. Mascagni, come quasi tutti gli intellettuali ed artisti del tempo, ha aderito al fascismo ed ha diretto l’orchestra nella Basilica di Massenzio vestito d’orbace. Il vecchio Cilea, accompagnato dal fedele Maestro Zucco, vuole essere presente alle esequie del grande amico che l’ha voluto con sé nell’accademia d’Italia. Nella primavera del 1950, il Maestro riordina le carte ed i libri che intende lasciare alla Casa della cultura di Palmi, lascia definitivamente la casa di Roma e si trasferisce nella villa di Varazze, dove chiude serenamente la sua giornata terrena, assistito amorevolmente dalla moglie Rosa, dalla fedele Melania e da pochi amici intimi. La città di Palmi custodisce le spoglie mortali dell’artista, per volontà dello stesso, in un artistico mausoleo realizzato dal grande scultore cittanovese Michele Guerrisi. Vi è scolpito il mito di Orfeo. Un omaggio alla musica che vince anche la morte.