L’ultimo lavoro del prof. Gaudio Incorpora: “ Doppio flauto addio”!
Bruno Chinè
“Doppio flauto addio!” è il titolo dell’ultimo bel libro del prof. Gaudio Incorpora, pubblicato nella collana “ fabula degli scrittori meridionali”, ideata e realizzata con passione quasi vulcanica e pazienza certosina, da Franco Pancallo. L’Editore, lavorando da solo, è riuscito a recuperare testi pregiati, ormai dimenticati dalla cultura ufficiale, che ora vengono ristampati e messi a disposizione di coloro che ancora credono nella cultura quale mezzo di rinascita d’un popolo. L’Autore del volume è un intellettuale, nato a Gioiosa Ionica e residente a Locri, che, da circa settanta anni, col suo ingegno ed impegno quotidiano, dà lustro alla cultura locridea e calabrese. Sin da giovane ha lavorato come giornalista ed ha saputo cogliere i fatti significativi della vita quotidiana. Attraverso i giornali ha raccontato i piccoli e grandi accadimenti che hanno segnato la cronica, ed ha difeso la dignità dei calabresi dagli attacchi di una stampa male informata e, a volte faziosa. La sua attività di polemista andrebbe riscoperta e meriterebbe una trattazione a parte. C’è poi l’Incorpora romanziere: ricordiamo Lupa di mare ed il Cielo è nero, romanzi storici che si leggono come una favola, solo che manca il lieto fine ed il racconto è drammatico. Un capitolo importante dell’attività culturale di Incorpora è occupato dai suoi scritti di archeologia e di storia dell’arte. E non si tratta di testi che riportano il già noto, ma di contributi nuovi che accrescono le nostre conoscenze e ci danno la gioia della scoperta. L’Incorpora, d’altra parte, è figlio d’arte: suo nonno, Rocco Bruno Murizzi, allievo del Biangiardi, era un artista molto noto, sua mamma, la geniale ed umile Donna Gemma, modellava l’argilla con grande talento. Uno dei suoi presepi allieta gli ultimi giorni di vita di Corrado Alvaro, e la di lui moglie, Laura Babini, si lega di sincera amicizia con l’artista di Gioiosa. Il libro che ora vede la luce si apre con una citazione di Aristotele, secondo il quale, quando i Sibariti morivano, i cavalli piangevano. E quando i padroni festeggiavano, suonando il flauto, i cavalli danzavano. “ E’ fu un male - dice Incorpora - perché i crotoniati, sapendo di questa debolezza, all’inizio della battaglia contro i sibariti, fecero suonare i flauti; i cavalli, naturalmente, invece di partire alla carica, si misero a ballare. E’ fu quello un “ballo di morte”. Però non era un flauto semplice, un piffero come quelli che si usa ancora, ma era un flauto doppio, a due canne, chiamato dai latini tibiae pares. Oggi quel flauto non c’è più, è scomparso, ed è inutile cercarlo”. Ma chi, in un mondo che viaggia sul web, si preoccupa ancora del doppio flauto? In Incorpora persiste la curiosità per la scoperta, specialmente per le civiltà passate. Gli scavi archeologici non portano alla luce solo reperti, ma la vita di intere città e civiltà. L’Incorpora ha avuto il privilegio di vedere rinascere l’antica Locri lavorando, per tanti anni, accanto ad archeologi insigni, come Gaspare Oliverio e Alfonso De Franciscis, per citare solo i più grandi. Ha provato le emozioni della scoperta ed ha avuto il privilegio di disegnare i reperti appena dissotterrati. Potremmo dire che il suo libro contiene profili di personaggi calabresi del secolo scorso. Ma è riduttivo perché, il più delle volte, si tratta di storie, di testimonianze, di notizie di prima mano, che non si trovano sui libri e non viaggiano sul web. L’Incorpora possiede una miniera di ricordi che ora vengono offerti al lettore con una prosa pacata, come una favola. Ogni suo scritto è condito con un quel fine umorismo che abbiamo imparato a conoscere sui banchi di scuola, quando lui, il professore, tracciava alla lavagna il commento grafico di alcune sue battute per rendere interessante la lezione. Il dramma degli Alberti è noto. Ma nel racconto d’Incorpora non si dimentica certo. Quando il barone Abenavoli dà il primo bacio alla bella Antonia, di cui s’è innamorato pazzamente, la ragazza esclama: “ O Dio!- che avete fatto compare; non sapete che Cristo perdona e San Giovanni no?” Ed aggiunse: “ Dicono che quando il compare bacia la comare, nel petto di San Giovanni, ad ogni bacio, spunta una piaga sanguinante”. E L’Incorpora commenta: “E pare che di piaghe sanguinanti San Giovanni ne abbia avuto parecchie perché il barone di Montebello era proprio pazzo d’amore.” Tra i politici calabresi del secolo scorso Incorpora, che certo non ha mai avuto simpatie per il fascismo, inserisce due gerarchi della prima ora: Carlo Scorza e Michele Bianchi. Il primo, chiamato “ squadrista fascista animoso” dallo stesso Duce, viene nominato segretario del Partito quando gli Alleati sono già a Palermo e le sorti della guerra e del Regime sono segnate. Carlo Scorza difende inutilmente Mussolini nell’ultima drammatica riunione del Gran Consiglio e riesce a superare incolume le tempeste successive. Muore serenamente nella sua casa e lascia ai posteri il suo bel “ Mussolini tradito”. L’altro grande gerarca della prima ora è Michele Bianchi, di Belmonte. Uno dei quattro della Marcia su Roma; coprì incarichi di partito e di governo. Come sottosegretario e ministro dei Lavori pubblici diede un notevole contributo per ammodernare la viabilità calabrese, ancora ferma ai Borbone. Le più belle parole su questo gerarca vengono da un antifascista onesto, Tiberio Evoli, da Melito, che scrisse di lui: “Come tanti altri avrebbe potuto accumulare una ingente fortuna personale; invece morì povero. Dall’opposta trincea, per la solidarietà che deve guidare gli uomini di tutti i partiti, e di ogni fede, rivolgo alla sua memoria un commosso saluto di riconoscenza”. Altri tempi e altri uomini!! Rivivono nelle belle pagine d’Incorpora tanti artisti calabresi: Pasquale Panetta, Mattia Preti, Antonio Marasco, inventore dell’Aeropittura, Giuseppe Renda, donna Gemma, sua madre. Nel libro non mancano intellettuali come Francesco Perri, Corrado Alvaro, Galeazzo di Tarsia, Mario La Cava, Raul Maria De Angelis. Su ognuno l’Incorpora riporta episodi di vita di cui è stato testimone. Belle le pagine su Zanotti Bianco e Tiberio Evoli. Ma il cuore d’Incorpora s’accende quando tratta di archeologia locrese: gli astragali, “ simbolo del fato e della morte”, emersi dalle tombe, durante la campagna di scavi di Paolo Orsi, il tempio di Marasà, Castore e Polluce, Centocamere, la Teca, i pinakes. E poi le laminette d’oro” orfiche”, trovate ad Hypponion ed a Thurii, testimonianza della presenza dell’Orfismo in Magna Grecia. La stessa Persefone, divinità del bene e del male, della vita e della morte, testimonia la fede nell’oltre tomba delle popolazioni magno greche. E poi il ricordo di Alfonso De Franciscis che condusse una fortunata campagna di scavi in contrada Marasà, Pirrettina, Lucifero; di Gaspare Oliverio, morto sul campo mentre dirigeva una fortunata campagna di scavi. Tante scoperte, ma della dea Persefone nulla. Nemmeno il grande Paolo Orsi ebbe fortuna; quando egli arrivò a Locri gli operai di Vincenzo Scannapieco avevano già dissotterrato la statua, durante i lavori di scasso per impiantare un vigneto. Don Vincenzo, subito informato, diede ordine che venisse bene occultata, nel vicino frantoio, in attesa che si trovasse il giusto mercante di contrabbando. La tormentata storia del trafugamento della Dea della vita e della morte, da Locri a Berlino, che tante ombre fece cadere ingiustamente sullo stesso Paolo Orsi, viene ricostruita nei minimi particolari, fino alle dichiarazioni di Giovanni Giovinazzo, testimone oculare del ritrovamento della statua. Finalmente Incorpora ottiene la prova di quello che già sa: l’origine locrese della bella e maestosa divinità che oggi troneggia nel museo di Berlino. A Locri ebbe un tempio e tanti devoti, per secoli. Quando il Professore metterà a disposizione della cultura il suo ricco archivio si vedrà che questo non è il suo unico merito.