I misteri orfico-pitagorici in Magna Grecia

Bruno Chinè 

  Il tema dell’immortalità dell’anima è ricorrente nei dialoghi platonici. Il filosofo greco, com’è noto, l’affronta attingendo dalla tradizione religiosa precedente, in modo particolare da quella misterica. Ma non tralascia la via tipicamente speculativa fondata sulla ratio e sul logos, in sintonia con la migliore tradizione filosofica presocratica. Già nel Fedro troviamo una chiara impostazione razionale sul problema dell’immortalità dell’anima. Infatti così ragiona Socrate: ” In realtà qualsiasi corpo, cui dal di fuori proviene il movimento, è privo d’anima. Ciò che per interiore energia da se stesso ha movimento, è invece animato. E’ tale appunto la natura dell’anima.” Il da se stesso mosso, dunque, secondo Platone, è animato.  Ma Platone, consapevole della complessità del problema, si rivolge anche al mito, che, secondo Gian Battista Vico è la forma tipica di conoscenza dei popoli antichissimi molto più poetica e accessibile alla comprensione degli uomini.  Platone, dunque,  attinge a piene mani dai grandi miti pre- ellenici e dalle religioni misteriche, molto diffuse nel popolo. I misteri eleusini, quelli dionisiaci ed orfici presuppongono, infatti, l’immortalità dell’anima. Su questa strada la ratio tace. Platone non argomenta e non dimostra, ma si limita ad esporre il celebre mito della biga alata, nel quale l’immortalità dell’anima è presupposta più che dimostrata. Le anime tutte, secondo questo mito, in un tempo meta storico,  incedono nel mondo iperuranio, regno delle pure essenze, assieme agli dei immortali e beati. Quelle perfette e con le ali resistenti volano in alto, assieme alle divinità, quelle più pesanti, gravate da fardelli terreni o da colpe non ancora espiate, invece, non reggono, perdono le ali e cadono e, arrivate sulla terra, s’attaccano a qualcosa di solido, assumono cioè un involucro corporeo. Così l’anima si unisce al corpo e  dà vita alla creatura mortale. Iddio, viceversa, viene configurato come un vivente immortale “ che ha un’anima, che ha pure un corpo congiunti tuttavia insieme per un tempo senza fine”. Nel mondo iperuranio eravamo- dice Platone- “ interi e puri e celebravamo l’iniziazione indenni di sciagura.” ..” E intere pure visioni erano quelle, a quelle eravamo iniziati…puri anche noi senza questa tomba che con noi portiamo in giro. E la chiamiamo corpo e c’involge e ci lega come l’ostrica al suo guscio è involta e legata.” E’ nel corpo, dunque, la parte negativa che non consente il volo dell’anima tra gli dei. Per abilitarla al volo occorre liberarla da tutto ciò che la lega alla terra, ai suoi richiami ed ai suoi allettamenti. Tutti i riti d’iniziazione misterica si propongono di liberare l’anima dalla pastoie terrene,  di purificarla dalle colpe. Ed ancora, nel Fedone, Platone dice chiaramente che quando con la morte il corpo si dissolve, l’anima, invece, si diparte “ per recarsi in luogo a lei conveniente; luogo nobile, puro e invisibile, la casa di Ade, l’Invisibile, presso la divinità in cui è bontà e intelligenza. ”Pervenuta laggiù, è concesso a lei essere felice, libera di errore, di stoltezza, di terrore, di selvaggi amori e degli altri innumerevoli mali, retaggio dell’uomo”.  Ma questa  posizione non è certo originale e la stessa esigenza di ricorrere al mito per spigare umanamente l’argomento dimostra chiaramente quanto Platone sia legato alla tradizione, ed in modo particolare ai riti d’iniziazione misterica. Il termine “ iniziazione” è ricorrente nei dialoghi di Platone e concerne anche la filosofia. I riti misterici  assicuravano agli iniziati le beatitudini dei campi Elisi dopo la morte ed una vita sana e serena sulla terra. La religione olimpia non aveva libri sacri né regole ferree da rispettare; si fondava sul culto degli dei olimpici e nella fede nelle Istituzioni. Ma accanto a questa religiosità, per così dire aristocratica, in Grecia, è esistita un’altra, più popolare, quella di Dionisio, Dio della vita e della morte, divorato dalle baccanti e resuscitato, che prevedeva riti d’ iniziazione: i Piccoli misteri. La religione di Dioniso esaltava gli aspetti mistici ed estatici dell’uomo. Gli iniziati imparavano ad uscire da questo mondo “ mediante l’entusiasmo e la divina follia”. Secondo la tradizione dionisiaca ed orfica l’anima non è un semplice soffio o uno pneuma, come per gli stoici, che si dissolve con la morte per unirsi al Tutto. Nel culto di Dionisio c’è quasi un ritorno all’antico animismo che considera l’anima come spirito preesistente al corpo e destinato ad incarnarsi. L’anima non è più un “ pallido fantasma che vaga nei regni dell’oltretomba” come in Omero e Virgilio. “ Ombre vane fuor che nell’aspetto.” Questa visione, altamente spirituale dell’anima, dai misteri dionisiaci passa in quelli orfici e poi nei pitagorici che in Crotone  erigono un centro d’eccellenza. Orfeo nella mitologia rappresenta l’arte il canto, la musica e la poesia. Resta commovente il suo amore per Euridice che muore punta da un serpente velenoso per sfuggire alle insidie d’un dio non amato. Orfeo per amore si reca nel regno dei morti per riprendersi Euridice, riuscendo col suo divino canto a superare persino  il terribile custode infernale, Cerbero e a  commuovere Persefone. Ma al di là del mito, i misteri orfici, come quelli dionisiaci, sono basati su una complessa dottrina mistica. Alla base c’è  l’idea che in ogni singolo dimora uno spirito, o demone, sul quale pesa  una sorta di peccato originale da cui bisogna liberarsi. Il ciclo delle nascite ( metempsicosi ) può essere interrotto attraverso riti propiziatori e di purificazione. Gli iniziati ai misteri intendono assicurarsi l’eterna beatitudine dell’anima attraverso la mortificazione delle carne, ricettacolo d’espiazione, e le pratiche ascetiche”. La spiritualità orfica, deriva da quella dionisiaca per quanto concerne la parte divina della natura umana. Questa discende proprio da Dioniso, il Dio ucciso, lacerato, divorato e rinato, mentre il corpo, s’è formato con le ceneri dei Titani, inceneriti da Giove per la loro tracotanza. L’orfismo, oltre a coltivare una spiritualità intensa,  professa un concetto etico della vita molto elevato. Gli iniziati; fra l’altro, seguono una alimentazione naturale e sobria, vestono in modo semplice e curano l’igiene personale. Per celebrare i misteri orfici non erano necessari templi, come nella religione olimpica; possono essere celebrati in qualunque luogo e l’accesso è aperto a tutti purché tengano fede al giuramento di non rivelare ad alcuno quanto visto o praticato durante il rito, come attesta il ritrovamento del papiro di Derveni. L’orfismo, con Pitagora, arriva a Crotone e si diffonde in tutti i centri della Magna Grecia. Ne sono testimonianza le laminette d’oro emerse dagli scavi archeologici di Thurii e Vibo. I seguaci dei misteri orfici, attraverso i riti di purificazione e lo stile di vita intendono evitare che l’anima, dopo la morte, debba ancora incarnarsi. L’anima pura che ha espiato le colpe, dopo la morte raggiunge il regno beato ed immortale di Ade, l’Invisibile, mentre quella non opportunamente purificata è destinata a più incarnazioni e a vagare come un fantasma.  Un forte richiamo alla tradizione orfica è presente nella letteratura italiana, da Francesco Petrarca a Dino Campana, e allo stesso Gabriele d’Annunzio. Nelle credenze popolari sull’anima, immaginata come un fantasma che, dopo la morte, vaga in cerca di pace ci sono chiari riferimenti alla tradizione orfica. E non potrebbe essere diversamente trattandosi d’un rito ampiamente diffuso in Magna Grecia.