Nella terra di Leonida Repaci

 A 25 anni dalla sua morte
di Bruno Chinè

 

Il 19 luglio del 1985, nella marina di Petrasanta (Lucca), cessava di ruggire il vecchio leone di Palmi, ormai famoso nella repubblica delle lettere, oltre che per la sua ricca produzione letteraria, per aver fondato ed organizzato per più di  mezzo secolo il più prestigioso premio letterario italiano: il Viareggio, dal nome della città  della Versilia, tanto cara al Carducci. E proprio in questa terra Leonida Repaci, assieme alla moglie Albertina, trascorre lunghi anni d’impegno letterario e civile. Ma dopo la sua morte sullo scrittore scende il silenzio, come d’altronde su tutti gli altri grandi  intellettuali calabresi del  secolo scorso. Resta di lui una vasta produzione di romanzi, opere teatrali e di saggi. Nato nella splendida e dotta Palmi nel 1898, fu l’ultimo di dieci figli. La sua infanzia e adolescenza difficile per la morte del padre, lo inducono a seguire il fratello, avvocato, a Torino dove prosegue gli studi fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Viene chiamato alle armi e deve interrompere la scuola. Mandato in prima linea  viene ferito a Malga Pez; per tale ferimento ottiene una medaglia d’argento e torna a casa. Riprende gli studi nella città dei Savoia ed entra in contatto con i più grandi intellettuali della sinistra del tempo, primo fra tutti  Antonio Gramsci che lo inserisce tra i collaboratori di Ordine Nuovo. Così la sua firma figura, per tanto tempo,  accanto a quella di Palmiro Togliatti, Thomas Mann, Pietro Gobetti e di tanti altri intellettuali antifascisti. Erano anni difficili e drammatici: il movimento socialista ed operaio, sulla scia della rivoluzione d’Ottobre, organizza scioperi e prepara l’occupazione delle fabbriche per trasferire la rivoluzione d’Ottobre in Italia. A tutto questo il movimento Fascista, guidato con grande tatto e fermezza da Benito Mussolini, risponde con le purghe di olio di ricino ed i manganelli. Riesce così a conquistare i ceti conservatori: industriali, agrari, e la stessa Corona spaventata di una possibile rivoluzione socialista. Nel dopoguerra sulla famiglia Repaci si addensano altri lutti: perde una sorella e due fratelli per l’epidemia di febbre Spagnola. In quegli anni tormentati anche  Palmi è scossa da un forte movimento socialista che, come nel resto d’Italia, agita la tormentata  vita politica e sociale. I lunghi anni di guerra hanno cambiato profondamente il tessuto economico e sociale del Paese assieme alle abitudini degli italiani. Ma anche il nascente fascismo trova a Palmi tanti seguaci autorevoli in coloro che hanno paura della rivoluzione socialista che collettivizzerebbe  fabbriche e terre. La cittadina diventa in poco tempo una roccaforte del movimento fascista. Nel 1925, a Palmi, durante la spettacolare festa della “ Varia” viene ucciso un fascista e, in un clima avvelenato dalle lotte intestine, Leonida Repaci ed i suoi fratelli vengono arrestati come responsabili dell’omicidio. In seguito vengono tutti scarcerati e prosciolti ma questo episodio drammatico segna la vita dello scrittore ed i rapporti con la sua gente. Superata la bufera giudiziaria si trasferisce a Milano e proprio in questa città, nel 1929, nasce il premio letterario Viareggio di cui assume la presidenza che mantiene per tutta la vita. Nella gestione del Viareggio, Repaci, alle grandi doti culturali unisce quelle organizzative ed umane. Dice di lui Pasquino Crupi: “Era un intellettuale di tipo nuovo, impegnato, organico ad una classe proletaria, contadina. Fu in carcere con Antonio Gramsci. Ma poiché gli uomini sono fatti di carne ed ossa, volle riottenere la libertà con una domanda di grazia a Mussolini. Gli fu accordata e da allora si portò quella debolezza umana come una condanna biblica in questo dolce Paese in cui tutti fanno gli eroi della domenica. Se ne fece un cruccio non una ragione paralizzante”.

Scrittore prolifico, ci ha lasciato una ricca produzione di poesie, romanzi, saggi, opere teatrali che abbracciano quasi tutto il novecento. La sua opera maggiore resta la monumentale Storia dei fratelli Rupe che narra le vicende di una famiglia (la sua )   inserita in un contesto regionale, nazionale ed europeo. Racconta mezzo secolo di storia, un’epopea,  come  Il mulino del Po e Guerra e pace. Si rivela grande narratore e la sua prosa è avvincente anche se priva di quell’afflato lirico presente  nel  grande narratore russo. Vulcanica anche la sua attività di giornalista. Collabora alle principali testate italiane ed è cofondatore del Tempo. Con l’istituzione del premio Viareggio, si trasferisce in Versilia, dove la moglie Albertina ha interessi di lavoro. Da qui segue lo sviluppo della produzione letteraria italiana ed europea per oltre mezzo secolo. Ma il mondo da cui trae continuamente ispirazione la sua produzione letteraria è quello calabrese. Si tratta d’una Calabria povera, popolata da contadini e braccianti abbrutiti dal lavoro e dallo sfruttamento di baroni e  galantuomini. I contadini ed i braccianti hanno fame di terre da coltivare ed invocano una riforma agraria, ma il blocco conservatore, che trova nel Fascismo la sua forza, blocca qualunque tentativo di riforma. Prefetti e galantuomini, al Sud, spesso ostacolano anche la legge che concede ai combattenti terre demaniali. Al Nord le cose vanno in modo diverso: il movimento sindacale di sinistra e le leghe bianche del Miglioli creano gradualmente un’agricoltura moderna ed assicurano un buon tenore di vita a contadini e braccianti. Con la sua Palmi Leonida Repaci mantiene rapporti continui: ogni estate trascorre le vacanze a Villa Petrosa, la casa da lui migliorata ed arredata artisticamente. Qui scrive, pensa e riceve gli amici. Fu proprio durante una visita del suo amico Gaetano Mancini, allora Ministro dei Lavori Pubblici che nasce l’idea della Casa della Cultura. Secondo una testimonianza di Michele Furfaro, amministratore comunale e provinciale per tanti anni, le cose sono andate così: erano seduti sulla guardiola, il balcone che dalla Petrosa s’affaccia a picco sul mare, Leonida Repaci, la moglie Albertina, Gaetano Mancini, ed un gruppo di dirigenti socialisti di Palmi. Durante la conversazione, Repaci chiede al Ministro di finanziare un’opera degna della città di Palmi. Mancini accoglie subito la richiesta, e, ipso facto, telefona al capo del suo gabinetto orinandogli  di predisporre, per il prossimo Consiglio dei Ministri, un finanziamento per la costruzione di una Casa della cultura. La struttura oggi è una realtà che accoglie oltre centomila volumi, molti dei quali donazione d’intellettuali palmesi e di altre cittadine della tirrenica. E’ fornita d’una ricca pinacoteca, del museo del folklore e d’un auditorium; accoglie anche una donazione dello stesso Repaci fatta di libri e quadri dei più importanti pittori italiani ed europei, nonché  dello stesso donatore. Contiene anche cimeli del grande Cilea. Durante gli ultimi anni di vita, Repaci, che non aveva figli, ha espresso la volontà di lasciare alla sua città natale il suo patrimonio librario ed artistico, come poi ha fatto. Parlando con gli amici, ha espresso  il desiderio di essere seppellito in una grotta nei pressi di Villa Petrosa, oggi restaurata dalla Regione e proprietà del Comune. L’idea non è rimasta inascoltata. Lo scultore Maurizio Carnevale ha predisposto il progetto d’un mausoleo proprio nel luogo indicato dallo scrittore. Finora non s’è fatto nulla. La frenetica vita odierna non concede tempo per pensare nemmeno ai grandi morti. Ci auguriamo che l’Amministrazione comunale di Palmi, diretta dall’ottimo sindaco dott. Ennio Gaudio, possa trovare il tempo e le risorse  per accogliere la volontà  di uno dei suoi figli migliori.