Mario La Cava e la questione meridionale

 Bruno Chinè

 

15 novembre 2009

Il sedici di Novembre di ventuno anni fa lo scrittore Mario La Cava terminava la sua esistenza terrena, lasciando un vuoto nella sua famiglia, ed un senso di solitudine nella parte più sensibile e più colta della società calabrese. Mario La Cava, che fece la difficile scelta di vivere a Bovalino, pur conoscendo bene le difficoltà che deve affrontare uno scrittore di provincia per fare arrivare la sua voce alla comunità nazionale, non è stato mai un isolato. Dalla sua Bovalino, che Lui tanto amò non sempre ricambiato, tenne rapporti epistolari ed umani con scrittori, poeti, filosofi e critici letterari che con le loro opere segnarono la cultura italiana del secolo scorso. Ricordiamo per tutti Leonardo Sciascia, ammiratore dello stile narrativo di La Cava, Carlo Emilio Gadda, Eugenio Montale, lo storico delle religioni Ernesto Bonaiuti, e tanti altri letterati ed intellettuali del Novecento. Il mondo letterario conobbe Bovalino per la presenza di Mario La Cava. Visse come un saggio greco e va considerato l’ultimo intellettuale della Magna Grecia. Infatti, come un filosofo stoico seppe accontentarsi di poco, non cercò mai visibilità tra i salotti del mondo borghese, schivò gli onori e le cariche pubbliche, e in tutto l’arco della sua vita studiò i classici della letteratura italiana e straniera, ma  principalmente volle conoscere l’uomo, specialmente il meridionale. E lo fece con  amore ed umana comprensione, e non per spirito di tolleranza, ma perchè convinto che l’essere umano è ontologicamente fragile, anche quando assume i connotati dell’arroganza e della tirannia. Ma quello dell’uomo in generale è un concetto astratto e Mario La Cava non studiò l’uomo astratto, ma quello condizionato storicamente e culturalmente. Come un filosofo stoico ebbe la profonda convinzione che la vita per essere vissuta bene necessita di poche cose essenziali. Per questo non cercò mai il lusso e il superfluo. Pur provenendo da una famiglia borghese, scelse una vita semplice e frugale; coltivò un rapporto sereno e rispettoso verso scrittori e poeti affermati e più fortunati di lui, senza un pur minimo senso d’invidia e di gelosia. Amò la natura, manifestazione del divino nel mondo, rispettò i suoi simili, accettandoli  così come sono, ammirò l’universo infinito e misterioso  che ci fa quasi toccare con mano la nostra fragilità e la brevità del corso della nostra vita .

   Con la sua morte, avvenuta dopo quella di Corrado Alvaro, di Francesco Perri, suo amico e parente, di Saverio Montalto, da lui introdotto nel mondo delle lettere, la stagione esaltante degli scrittori della Locride s’impoverisce. Ci accompagna ancora la voce di Saverio Strati, ormai anziano e fuori dei circuiti delle case editrici che contano e pertanto bisognevole dei benefici della legge Bacchelli, come lo stesso La Cava degli ultimi anni, per affrontare l’ultima tappa  della sua vita.

   Mario La Cava è stato e resta principalmente un grande scrittore, ma si occupò in varie circostanze della questione meridionale, non da sociologo o da politico bensì da intellettuale  che ama la sua terra, nel pieno rispetto di quella degli altri. Ormai da tanti anni la Questione meridionale, che per oltre un secolo segnò il dibattito politico e culturale nel nostro Paese, senza però essere risolta, è stata accantonata, anzi è stata ridotta ad una semplice questione criminale, e tutto il Mezzogiorno, come dice il prof. Pasquino Crupi, viene oggi considerato un grande corpo criminale( mafia, ndrangheta, camorra ) e va combattuto con le carceri speciali e con l’antimafia. Nessuno parla più del Mezzogiorno come problema politico e sociale, dell’arretratezza delle sue strutture, dell’inefficienza e della corruzione della sua Pubblica Amministrazione, degli sprechi nella sanità gestita spesso da gente incompetente e a volte rapace. Oggi si parla di Questione settentrionale, che esiste da decenni, ancor prima che venisse proposta dalla Lega,  e va senza dubbio affrontata nell’interesse dell’intera Nazione, ma esiste altrettanto una Questione meridionale che va affrontata anch’essa in un’ottica nazionale, individuando responsabilità politiche vecchie e nuove, comprese quelle dei cittadini calabresi, legati ad un clientelismo becero, incapaci di scegliersi una classe dirigente onesta e capace. Abbiamo detto che il La Cava non è un meridionalista di professione e pertanto non ha mai individuato interventi specifici per la soluzione dei problemi del Sud. Da scrittore e intellettuale d’animo sereno ha difeso più volte la Calabria con appassionati e lucidi interventi sulla stampa nazionale, ogni qual volta aveva occasione di leggere giudizi tendenziosi ed offensivi nei riguardi del Mezzogiorno. La Cava riconosce che la Questione meridionale nasce con la mala unità, che la politica del conte di Cavour nel Sud ha portato la guerra civile, ( Il brigantaggio secondo la storiografia risorgimentale), ha depredato le risorse economiche per pareggiare il bilancio dello Stato unitario e sviluppare il Nord, ha peggiorato la vita già misera dei contadini, un tempo angariati dai baroni ora dalle classi borghesi che si sono impadronite dei comuni, delle terre demaniali e di quelle ecclesiastiche.

   Nel 1952 Mario La Cava pubblica “ I misteri della Calabria”. Si tratta d’un libro  nel quale tratta problemi vecchi e nuovi della nostra regione, vizi e virtù del popolo calabrese. E’ un libro scritto con spirito d’amore, con animo sereno ed obiettivo nel quale è ancora presente la  miseria e la sporcizia di tanta gente. “ E’ la povertà che rende triste ed amaro questo popolo; per cui la vita non è piacevole e i contrasti privati crescono esasperati e maligni: fin tanto che gli italiani, colla forza del loro ingegno vittorioso, non ne spezzeranno per sempre la catena crudele”.

  Per una conoscenza approfondita della questione settentrionale e di quella meridionale occorre consultare alcuni scritti apparsi sul “ Mondo” del 1945, oggi riportati nei “ Quaderni calabresi” / inserti N. 23 del 2007. Troviamo un dibattito tra intellettuali di prima grandezza nel panorama nazionale del tempo:  un confronto di posizioni di tre grandi della nostra letteratura: Mario La Cava,  Carlo Emilio Gadda ed Eugenio Montale. Questi interventi  andrebbero ripresi ed approfonditi perchè riportano le ragioni del Nord e quelle del Sud: due importanti questioni nazionali dalla cui armonica soluzione dipende la stessa sopravvivenza dello Stato unitario italiano. Ma mentre la questione del Nord viene giustamente affrontata e risolta, quella del Sud è addirittura assente nel dibattito politico- culturale e ridotta ad una semplice questione criminale. Le due questioni non devono alimentare lo scontro tra Nord e Sud ma vanno affrontate di pari passo, in un’ottica unitaria e complementare. Si dice che la coperta è troppo corta e non riesce a coprire il lungo stivale. Si potrebbe però allungare mettendo finalmente mano alle grandi riforme, eliminando sprechi e ruberie varie. Ma la Casta che ci governa non sembra pronta per fare questo passo, e nemmeno i calabresi appaiono ancora pronti per spezzare la catena crudele di cui parlava La Cava.