La risata di Mario Nirta sulla politica italiana di oggi
Bruno Chinè
Nello scorso mese di maggio l’editore Laruffa di Reggio Calabria ha pubblicato l’ultimo romanzo di Mario Nirta: il Vendicatore del Sud. Pur trattandosi d’un Autore che conosco bene e di cui apprezzo l’originalità della scrittura, la viva intelligenza e il naturale umorismo con cui dà sapore ad ogni suo scritto, leggendo il libro sono rimasto sorpreso e quasi meravigliato ed ho voluto rileggerlo, come faccio sempre con i pochi libri che mi interessano, a distanza di giorni, per riprovare il godimento della lettura e per tornare a ridere, dato che, purtroppo per me, non riesco a farlo spesso. Nel grigio panorama della narrativa d’oggi non esiste un romanzo sui difetti della nostra classe politica e del nostro popolo scritto non per condannare o assolvere, ma solo per divertire. Anche in questo Mario Nirta lancia taciti sberleffi ai teorici dell’intellettuale organico che hanno tenuto in una morsa la nostra cultura per oltre mezzo secolo. L’Autore non guarda all’Italia di oggi da un’ottica politica, non divide i personaggi in buoni e cattivi ma condisce i problemi, dibattuti da tutti e risolti da nessuno, con la salsa umoristica che gli è congeniale. Ma se il lettore si sofferma a riflettere sui problemi trattati, che sono poi i problemi d’un Paese bloccato, ormai alla deriva da tanto tempo ed in mano ad una Casta che difende coi denti i privilegi acquisiti e non consente lo sviluppo e la modernizzazione, ti accorgi che si tratta d’un riso amaro. E’ come se la risata sorgesse per esorcizzare una soluzione senza via d’uscita, come nei casi drammatici. Dinanzi ad una classe dominante che ha occupato il potere e non riesce a trasformarsi in classe dirigente, il cittadino onesto può reagire in vari modi: Mario Nirta con il suo romanzo fa quasi una caricatura dei problemi irrisolti e la risata diventa liberatoria. Quello che viene chiamato con un linguaggio eufemistico teatrino della politica, i cui attori sono tutti coloro che il giornalista Gian Antonio Stella, in un suo bel saggio che ha avuto un successo strepitoso, ma ha lasciato tutto come prima, ha chiamato la Casta, ossia la nostra classe dominante. Dopo la fine della Prima Repubblica ha occupato il potere ad ogni livello, ha ristretto sempre più gli spazi di libertà, s’è appropriata delle Istituzioni, ed ha espropriato i cittadini persino del loro diritto di scegliersi i parlamentari.
Non si tratta di una classe dirigente perché in effetti non riesce a dirigere nulla ma di una classe dominante, come dice il Prof. Pasquino Crupi, capace solo di recitare sul tanto citato teatrino della politica e di attaccare delle toppe man mano che si aprono falle pericolose sulla fragile nave Italia, ormai da tempo senza una guida adeguata. Nel romanzo sono citati tanti nostri personaggi politici, di oggi e di ieri: Giulio Andreotti, Marco Pannella, Silvio Berlusconi, anzi il Vendicatore del Sud è proprio il Cavaliere. E’ un libro contro corrente perché non è il Nord del Senatùr a chiedere la secessione dal resto del Paese ma il Sud abbandonato al suo destino da sempre che, con la regia d’un Vendicatore, leggi Silvio Berlusconi, coadiuvato da Marco Pannella e da don Ciccio Ferruzza, leggi capo mafia, ottiene quella secessione tanto teorizzata ed auspicata da quel grande meridionalista superstite che è Nicola Zitara. Certo il libro di Nirta non ha niente a che vedere col meridionalismo di Zitara. Dicevamo che la politica e i vizi dell’Italia di oggi offrono all’Autore solo un ordito su cui la sua fertile fantasia ed il suo innato umorismo disegnano un tessuto originale e pregiato. La secessione del Sud arriva attraverso vie originali: prima il digiuno di Marco Pannella poi attraverso la grande abbuffata del Vendicatore prima, e di tutto il popolo italiano dopo. Ottenuta la secessione in modo indolore il Vendicatore deve scegliere la forma istituzionale per il nuovo Stato: monarchica o repubblica? Il Vendicatore sa che su questo la gente è divisa e, prudentemente cerca una via di mezzo per accontentare tutti. Inventa la Monarpubblica Saudita, ossia uno Stato double face, metà monarchico e metà repubblicano. Il riferimento ai politici d’oggi che, dinanzi ai gravi problemi del Paese, in una società che cambia velocemente, adottano soluzioni che non scontentano nessuno, ma lasciano tutto come prima o peggio, è chiaro. Le pagine più belle sono quelle sull’organizzazione del nuovo Stato. A Marco Pannella il Vendicatore affida il ministero delle Coscienze, al capo mafia quello degli Interni. Ma la vera rivoluzione avviene in materia fiscale. Su questo tema il Vendicatore adotta misure rivoluzionarie. Dice”: Voglio persuadere il contribuente a pagare le tasse volentieri, anzi con gioia. Ti dirò di più, invece d’evaderle non solo si farà in quattro per pagarle, ma insisterà per sborsare più del dovuto. Però le verseranno i ricchi autentici, ai quali ovviamente andranno i posti di comando. Così i poveri impareranno a fare i morti di fame”. L’evasione fiscale viene combattuta ed arrivano tasse per “arrotini, asinai, mulattieri, seggiolai, sacrestani ad interim, ..spazzacamini, spaccalegna ..” Nella nuova impostazione del fisco persino “ gli accattoni furono obbligati, per potere esercitare la professione, ad iscriversi ad un apposito albo”. Al Ministero dell’Istruzione il Vendicatore chiama un asino vero e gli dice:” Vede, nell’Italia di Prodi, nell’Italia comunista insomma, questo Ministero di tutto si occupava, tranne che dell’istruzione. Affannato a regalare poltrone, a favorire editori, a lottizzare Provveditorati e a giustificare insegnanti che avrebbero meritato minimo l’ergastolo, non trovava mai il tempo e soprattutto la voglia di occuparsi della scuola. Io, sotto la Sua illuminata guida, mi illudo di dare al problema le giuste soluzioni”. E’ un bel libro umoristico sull’Italia di oggi ed i suoi problemi che aspettano non un Vendicatore ma che il sonnolento e quasi anestetizzato popolo italiano finalmente si svegli e prenda coscienza della gravità della situazione economica, politica e morale in cui siamo caduti. Ma questo Mario Nirta non l’ha detto, l’ha fatto capire.