A Pippa, una sinfonia scritta in dialetto calabrese

 

  Bruno Chinè

 

Quando ero studente al convitto Nazionale  “ Filangieri “ di Vibo Valentia, la celebre poesia A pippa, di Vincenzo Ammirà, figurava nelle antologie scolastiche, nell’appendice dedicata alla cultura locale, mentre la Ceceide e le altre poesie dello stesso autore, considerate oscene, non erano ancora state stampate e circolavano dattiloscritte anche in convitto, e andavano a ruba tra i convittori. Allora di decentramento amministrativo parlava solo don Sturzo mentre la cultura politica dominante puntava sulla scuola di Stato, strumento ritenuto fondamentale per educare le giovani generazioni alla vita democratica e civile, sulla scia della tradizione risorgimentale e nel rispetto della nostra migliore tradizione umanistica e cristiana. La cultura regionale però era tenuta in grande considerazione in quanto legata alle tradizioni ed espressione del genuino spirito popolare. Per queste ragioni la Riforma Gentile, alla quale Giuseppe Lombardo-Radice offre la propria visione pedagogica e didattica, inserisce la cultura locale anche nella scuola elementare per tenere vivi nei ragazzi i valori della storia e tradizioni regionali. Lo stesso Corrado Alvaro, in questo contesto culturale, cura un manuale di cultura calabrese, ristampato recentemente a cura del compianto Antonio Delfino, e che ancora si legge con interesse, ma purtroppo non trova cittadinanza nelle nostre scuole. A Pippa, secondo molti, è il più bel componimento poetico in lingua calabrese, pubblicata sul giornale “Strenna dell’avvenire vibonese” nel 1886. Il poeta è ormai stanco per le persecuzioni sopportate durante il governo borbonico e quello unitario; deluso per aver visto svanire le sue aspettative di libertà e di giustizia nella Nuova Italia; rassegnato a vivere povero e dimenticato da tutti, pur avendo dato lustro alla sua città e alla cultura regionale e nazionale. Il suo contributo all’unità della Patria con gli scritti e la partecipazione attiva ai moti del 1848 a Vibo, alla scuola del grande Bucarelli, il carcere borbonico, la sua presenza al seguito di Garibaldi nella battaglia di Soveria Mannelli sono ormai solo un ricordo cocente d’una sconfitta personale. Le autorità del nuovo governo italiano, nato anche col suo personale sacrificio, gli negano una cattedra nel liceo cittadino, pur essendo egli poeta e letterato, nonché latinista traduttore dell’Eneide. Le persecuzioni per lui non finiscono e deve rassegnarsi a vivere una vita grama impartendo lezioni private e accettando qualche impiego precario. Certo gli è d’ostacolo il suo carattere libero e adamantino e si porta addosso per tutta la vita, ed anche dopo, la maledizione di aver dato corso al suo estro poetico che gli ha dettato La Ceceide, componimento ispirato e musicale che piacque tanto anche a Francesco de Sanctis, ma gli attirò l’odio cieco della Vibo bene che s’è sentita rappresentata nel poemetto. Nemmeno Domenico Piro? ( Duonnu Pantu ), autore della celebre Cazzeide e Cunneide, i primi componimenti poetici considerati licenziosi ed osceni della letteratura calabrese, nell’età della Controriforma, è stato talmente perseguitato, pur essendo egli sacerdote. A pippa è una sinfonia scritta in versi dialettali, e come tutte le grandi sinfonie rappresenta le stagioni della vita. Ammirà, arrivato ormai ad una vecchiaia precoce per le sofferenze fisiche e morali sopportate, riappacificato finalmente con se stesso e rassegnato al proprio destino amaro, ripercorre le fasi della propria vita con saggezza stoica, mantenendo integra la propria dignità di letterato e di uomo. Dalla prima giovinezza alla morte.  

   L’ umile ”affumicata pippa di crita” resta l’unica compagna “ cara e fidata”,  gioia ed allegria della sua anima,  conoscitrice e complice di tutte le sue vicissitudini. Se la mette in bocca a dodici anni, ne prende gusto e non ne può più fare a meno, “tantu chi dintra, pa lu pajisi/ieu di fumari non ti dassai;/ E! cinquant’anni passaru ‘ntantu/ comu nu sonnu comu ‘nu ‘ncantu:” Gli fa compagnia durante la stagione della  giovinezza leggera e spensierata “ Facia lu spissichi e caprioli, e zichi zachi lu laminari..” quando vive ancora da scapestrato “ Jia notti e jornu erramjiandu, /gridava patria mu mi ricogghiu..” ; nei momenti in cui la sua ispirazione poetica vacilla: “ Tu m’aiutavi quandu la musa/ facia lu’ngnocculu, trovava scusa”; durante le prime gioie e pene d’ amore “E ‘mpini catti, m’annamurai; /oh chjia brunda non scordu mai..” C’è poi  l’attesa notturna della ragazza:  ogni minuto  sembra un secolo al suo cuore colmo d’amore. Infine, nel buio della notte fredda e nuvolosa avverte la presenza dell’amata: “sentia ‘nu pissi chi mi chiamava….E pecchì tandu non c’era luna/ fumava forti mi sindi adduna:”

   Il poeta di notte non può prendere sonno, le pene d’amore lo tormentano. “ Non c’era modu pemmu rigettu/ paria ca sugnu subbra l’ardica”. Solo la pipa riesce miracolosamente ad esercitare una funzione soporifera riportandogli la serenità. “T’inchia a la curma, t’appiccicava/E accossì subitu m’addormentava”. Il giovane innamorato si sveglia all’alba “ Prima mu sona lu mattutinu” e si trova con la testa piena di sogni e di speranze: “Pensava cosi chi mi scialava…/ e lo toi fumu pippa anticaria,/li mei portava castej in aria”. Arrivano gli anni difficili, alle persecuzioni si aggiunge il bisogno, anzi la povertà: gli mancano persino i soldi per il tabacco. Ma egli non è San Francesco: ha moglie e figli. Poi l’esilio ed il carcere. Gli amici con cui aveva preparato il Risorgimento calabrese non ci sono più, né quelli che nel suo umile vico gli facevano corona quando recitava in maniera spensierata e burlona la Ceceide ed altre poesie oscene. Resta solo con il conforto della sua coscienza limpida e della pipa d’argilla. “ Si tutti l’autri s’alluntanaru,/ pecchì tignutu di brutti ‘mprasti,/Sula mi fusti fideli e pia,/ e cunsigghiera pippuna mia”. In carcere la sua anima è oppressa dai ricordi, e, specialmente di sera, sente una malinconia struggente, medita sulla propria sorte di uomo generoso e sensibile, di poeta, letterato e patriota, condannato dall’invidia e malvagità di uomini meschini a vivere isolato, povero e dimenticato. “Verzu la sira quando assulatu/ sentia sonari l’adimaria, /e ogni ricordu di lu passatu/ si presentava davanti a mia…ruppia a chianta; ma l’asciucavi/ cu lu toi fumu tantu soavi”. Come in ogni grande sinfonia, nella lirica è presente la morte, ultima stagione della vita. Per il poeta è la fine delle persecuzioni degli uomini e della fortuna avversa. “ Venendu a morari dintra la fossa/ ti vogghiu accanto di mia curcata, e così quei saranno stossa/ chi sbattiu tanta fortuna ‘ngrata…../ senza ricettu di na jornata”. Il tempo inesorabile fa scendere su di lui il silenzio. Aspetta solo la pace della morte, del sonno eterno. “ Passanu l’anni, chiusu, scordatu, / dormu cuntentu, dormu ‘mbiatu”. Ma l’avventura dell’uomo non finisce con la morte, si spinge oltre; il poeta si pone in una                 

prospettiva escatologica e, seguendo anche le scritture, immagina il giorno del Giudizio universale quando gli Angeli suoneranno le trombe per riunire i morti e i vivi nella valle di Josefat per essere giudicati dal Cristo trionfante. Anche quando si consuma questo ultimo atto del dramma umano il poeta si presenta davanti al Padre eterno dignitoso ed imperturbabile tenendo in bocca l’inseparabile pipa. “ Poi quando sonanu cu gran spaventu/ l’urtima vota la ritirata,/ e tutti currinu a nu mumentu / omini e fimmini a laVaiata/.. ieu cu tia in bucca cumparu tandu, né mi lamentu, né riccumandu”. Allora Dio giudica i vivi e i morti e le leggi della natura vengono meno. La materia si sconvolge: le stelle e l’universo tutto diventano un'unica massa. Avviene una conflagrazione cosmica: la fine del tempo e dello spazio“ Cadi lu celu, cadi la luna. / li stii cadunu / pensa fracassu!....Li munti juntanu sassu su sassu…..”. La storia e tutto ciò ch’e umano e corporeo finisce. Muore la vita e cessa tutto ciò ch’è stato creato. “ Sbampa lu focu, tuttu cunzuma./ Cu ‘ndeppi , ‘ndeppi, chiù non si fuma”.