‘ Nu cuntu: un viaggio di Antonio Tallura nella Calabria degli archetipi
di Bruno Chinè
14
dicembre 2008 - Antonio
Tallura, dopo avere frequentato una prestigiosa accademia di arte drammatica
romana, ha esordito nel mondo dello spettacolo come attore di teatro, ma ha
raggiunto popolarità prendendo parte a diverse fiction che da noi vengono
seguite dal vasto pubblico televisivo della prima serata. Autore di una raccolta
di poesie dialettali calabresi dal titolo “ Naca mia”, recentemente ha dato alle
stampe “ ‘Nu cuntu” per i tipi del giovane editore Laruffa. Questo lavoro si
distingue, e di molto, rispetto alla produzione di tanti altri poeti dialettali
calabresi che, in questi ultimi tempi, hanno pur dato alla luce opere pregevoli.
Generalmente la poesia dialettale calabrese canta la civiltà contadina, l’unica
dopo quella magno-greca, a volte mitizzandola come un Eden perduto e facendola
diventare dolce nella memoria. Il titolo del libro “ ‘Nu cuntu”, porta molti di
noi, con la memoria, all’infanzia senza televisione e spesso anche senza libri.
Riuniti dinanzi al braciere o intorno ad un tavolino d’un ciabattino chiedevamo
che ci venisse raccontato ‘nu cuntu. Era ancora viva una cultura orale che si
tramandava da padre in figlio. E così, molti della mia generazione hanno avuto
la fortuna di ascoltare la storia di Guerrino detto il Meschino, dei Reali di
Francia, della Pia dei Tolomei, episodi dell’Orlando Furioso e del Teatro dei
Pupi siciliani. Pendevamo dalle labbra del narratore che spesso riusciva ad
intrattenerci per ore. Intorno non c’era l’ombra d’un libro: il sapere popolare
si conservava solo nei meandri della memoria e diventava saggezza. Un sapere
quasi parallelo a quello paludato ed accademico delle classi così dette colte.
La scuola era un lusso che non tutti si potevano permettere. Prendendo tra le
mani il volumetto di Antonio Tallura, dalla bella veste tipografica, pensavo di
trovare appunto ‘Nu cuntu, cioè una storia antica, più o meno nota. In effetti
nel libro la storia c’è, ma non come quelle già ascoltate o lette. Tallura ci
racconta un viaggio in bilico tra realtà e finzione. I personaggi,
apparentemente, s’avventurano verso un luogo dell’aspra montagna calabrese,
definita da un grande meridionalista “ Uno sfasciume pendulo sul mare”, però
potrebbe essere anche un viaggio della memoria nei luoghi impervi del pensiero
collettivo. Leggendo il libro ho pensato a quel capolavoro di Corrado Alvaro dal
titolo il Viaggio, alla Ballata del vecchio marinaro di Samuel Coleridge, e,
perché no, alla Divina Commedia. Ovviamente paragonando le cose piccole con
quelle grandi. Negli autori citati il Viaggio è una metafora che rappresenta
un’avventura spirituale, quasi nella sfera del sacro. Il protagonista del
racconto di Tallura si muove in compagnia d’un vecchio mulo e d’un ragazzo. Si
dirige verso la montagna in cerca d’un giovane da tempo scomparso quasi nel
nulla e di qualche sacco di carbone per affrontare il rigore dell’inverno. I
viandanti sono portatori d’una notizia di dolore e di morte. L’attacco del
racconto è da favola: ” Camminando e camminando, pe’ viottola e dirupi…”, ma il
seguito si snoda su vie originali. Si tratta di reminiscenze di fatti ascoltati
nell’infanzia? D’una originale creazione poetica? Non lo sappiamo, ma è risaputo
che nel campo dell’arte l’indeterminatezza costituisce un fattore essenziale.
“‘Nu cuntu” ci presenta il viaggio d’un uomo, in compagnia d’un ragazzo e d’un mulo verso una montagna aspra e primitiva. I viandanti affrontano temporali improvvisi e violenti, frequenti in Calabria, che travolgono piante, animali ed uomini, e dimostrano tenacia, resistenza e capacità di sfidare la natura, anche quando la lotta impari li vede soccombenti. Arrivati nel ventre della montagna incontrano pochi pagliai, dimora di carbonai e i pastori che vivono quasi fuori della storia. Ma in Tallura non è facile distinguere ciò ch’è realtà da ciò ch’è fantasia. Leggendo e rileggendo il libro mi sono venute in mente le parole che E. Mariano ha scritto a proposito di quel capolavoro teatrale che è La figlia di Iorio di G. D’Annunzio. Scrive l’illustre critico a proposito del dramma dannunziano: “ I comportamenti della società agricola della Figlia di Iorio sono riferibili a esemplari archetipici i quali conferiscono ai comportamenti una realtà enorme: la madre, il padre, le sorelle, il focolare, il figlio…” Anche nel racconto di Tallura tutto avviene secondo modelli primitivi ed archetipici: l’ospitalità, il destino, la morte. Il racconto quindi, anche se scritto in dialetto ed ambientato in Calaria, supera i limiti regionali ed investe il destino dell’uomo condannato a lottare contro le ingiustizie degli uomini e della storia e contro una natura maligna. I versi di Tallura non sempre rimano, ma la poesia è insita nel ritmo del suo animo e nelle pregnanza semantica delle parole antiche come i suoi archetipi. “ ‘Nu cuntu” non è un’opera teatrale però ha che fare col teatro e risente della cultura professionale del suo autore. Potrebbe essere ben rappresentata sul palcoscenico. Come può essere rappresentato l’altro monologo che fa parte del libro: “ Vaiu llà” . Una bella scena di costume e di cultura popolare che farebbe tanto divertire il pubblico.