Mozione europea: l'intervento in Aula di Rocco Buttiglione
Roma, 27 gennaio 2012
Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente
del Consiglio, la speculazione internazionale contro l'euro ha individuato
l'Italia come anello debole della catena che lega fra loro gli Stati che hanno
adottato una moneta comune e si sono costituiti di fatto come avanguardia verso
una unione sempre più stretta, anche politica, dei popoli europei.
In Italia si gioca una parte decisiva della partita per il futuro dell'Europa.
Si sente parlare tra di noi, a volte con grande leggerezza, del fallimento
dell'euro e di un ritorno indietro verso l'epoca degli Stati nazionali, o
peggio, di ipotetici Stati subnazionali. Non so se è chiaro a tutti che cosa
questo vorrebbe dire: proprio la crisi presente mostra con evidenza che possiamo
essere sovrani insieme come europei, oppure possiamo essere meno oggetto delle
decisioni dei poteri forti di questo mondo, perdendo la nostra sovranità
ciascuno per conto suo. Sovranità significa anche benessere.
Il fallimento dell'euro ci porterebbe un'inflazione rovinosa, che dimezzerebbe
il valore dei nostri salari e dei nostri risparmi e raddoppierebbe la nostra
disoccupazione. Sono consapevoli di questo scenario quei politici che, con
straordinaria superficialità, oggi in Italia scommettono sul fallimento
dell'euro e dell'Europa?
Le principali forze politiche italiane hanno compreso la portata della sfida ed
hanno privilegiato la volontà di servire l'Italia al di sopra degli interessi di
partito. L'onorevole Berlusconi ha dato le dimissioni rinunciando ad un mandato
conferito dal voto popolare per consentire la formazione di un Governo più forte
e con una più ampia base parlamentare.
L'onorevole Bersani ha rinunciato a chiedere elezioni che, con ogni probabilità,
avrebbero visto la vittoria del suo partito, per consentire la più vasta
mobilitazione di forze necessaria per affrontare la crisi. Credo che sia giusto
dare atto ad ambedue dello spirito di servizio ed interesse nazionale che hanno
mostrato in questa occasione.
L'onorevole Casini e tutto il Terzo Polo da tempo avevano indicato la necessità
di una comune assunzione di responsabilità di tutte le forze politiche per
mettere la nave dell'Italia in condizione di affrontare la tempesta. Lei,
professor Monti, ha messo al servizio del suo Paese il suo prestigio e la sua
vasta notorietà internazionale. Si è così giunti alla formazione del presente
Governo, che ha ben operato.
Contiamo di raggiungere nel 2013 il pareggio di bilancio e di conseguire in
breve, con le misure adottate e con quelle da adottare, un altro e più
importante pareggio, quello della competitività dell'Italia con quella degli
altri Paesi europei a noi più simili e più vicini, primo fra tutti la Germania.
Le misure prese hanno parzialmente ripristinato la fiducia dei mercati. Sul
breve periodo riusciamo a finanziarci a tassi accettabili, circa la metà di
quelli del momento più acuto della crisi. Sul lungo periodo i mercati mostrano
una maggiore diffidenza, anche se, negli ultimi giorni, non mancano segnali
incoraggianti.
In realtà, molti temono che la conversione degli italiani alla serietà del
rigore duri lo spazio di un mattino, ovvero solo fino alla fine del Governo
Monti e alla fine di questa legislatura. Simile al diavolo di cui parla la prima
lettera di San Pietro Apostolo, la speculazione internazionale tamquam leo
rugiens circuit quaerens quem devoret (come un leone ruggente, si aggira
cercando qualcuno da divorare).
Ci pensino quanti, ad ogni piè sospinto, invocano nuove elezioni. Il nostro
problema è un altro, oserei dire che è opposto, simmetricamente opposto.
Dobbiamo assicurare che la linea della serietà e del rigore continuerà comunque,
quale che sia la formula politica che uscirà vincitrice dalle prossime elezioni
fra un anno e alcuni mesi.
La legge di modifica costituzionale che sancisce il principio del pareggio di
bilancio ha esattamente questa funzione: non si tratta solo di una questione di
bilancio, ma di un principio etico-politico, come sapeva bene Luigi Einaudi.
Possiamo dire che, simbolicamente, con questa modifica costituzionale, l'Italia
adotta il modello dell'economia sociale di mercato. Nato dalla dottrina sociale
cristiana, questo modello è stato poi fatto proprio dalla Germania e
successivamente dall'Unione europea.
Il lavoro che abbiamo fatto e stiamo facendo in Italia ci dà piena
legittimazione politica e morale a chiedere che anche l'Unione europea mostri
altrettanta determinazione ed altrettanto coraggio. Non siamo i soli in Europa a
dover fare dei compiti a casa!
Dopo il Trattato intergovernativo sulla stabilità ci aspettiamo che l'Europa
metta all'ordine del giorno una politica comunitaria per la crescita e lo
sviluppo, completando il mercato interno, soprattutto quello dei servizi, dando
impulso ad un grande programma di infrastrutturazione materiale ed immateriale,
sostenendo la ricerca e l'innovazione, riprendendo in mano il proposito,
clamorosamente mancato nel decennio precedente, di fare dell'Europa l'economia
della conoscenza più sviluppata nel mondo.
La stabilità è fondamentale perché senza stabilità non vi è sviluppo, ma la
stabilità è il mezzo: il fine è il lavoro, l'occupazione, il benessere, la vita
buona per le cittadine e i cittadini dell'Europa.
Per quanto riguarda il Trattato adesso in discussione, è essenziale che non
vengano aggravate le condizioni di rientro dell'extradeficit dell'Italia che già
erano previste nel six pack. In questo senso lei si è adoperato e ho
fiducia che abbia ottenuto un grande successo o che lo ottenga nei prossimi
giorni.
Mentre la Banca centrale europea facilita alle banche il compito di sostenere il
debito degli Stati e di finanziare l'economia, oggi la European banking
authority offre loro indicazioni esattamente contrarie.
Una strategia decisa in un momento in cui era legittimo aspettarsi l'inizio di
una ripresa, non può permanere invariata nel momento in cui si delinea una
pericolosa recessione. Non è possibile dare al sistema bancario indicazioni
contraddittorie: chi ha a cura la stabilità di sistema gli dice una cosa e chi
ha a cura la microstabilità gli dice una opposta. Questo deve finire. Le
indicazioni date dal Consiglio europeo del 27 ottobre 2011 vanno riviste alla
luce della situazione presente.
Il trattato in discussione prevede una ricognizione dei debiti fuori bilancio.
Mi permetto adesso di dire una cosa che non potrei dire con la stessa franchezza
se sedessi sui banchi del Governo: il Governo paghi rapidamente i suoi debiti
verso i fornitori. Se non paga perché immagina così di tenere nascosto qualche
punto in più di deficit alle istituzioni europee - lei lo sa benissimo, signor
Presidente - sbaglia di grosso. I nostri alleati sono perfettamente al corrente
dell'esistenza di questo debito, anzi, più ci ostiniamo a tenerlo nascosto, più
essi tendono a sopravvalutarlo, immaginando imbrogli contabili, come quelli di
un altro Paese europeo che, per fortuna, noi non abbiamo fatto. Pagare i debiti
dello Stato verso i fornitori è il modo migliore per iniettare denaro
nell'economia in un momento in cui essa ne ha grande bisogno. È anche un dovere
di correttezza e di lealtà verso i cittadini. È una vergogna per tutti noi che
aziende efficienti e competitive dichiarino fallimento solo perché si sono
fidate dello Stato, o di un comune, o di una regione che non pagano i loro
debiti.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, nella
lettera che prima ho citato San Pietro ci invita a resistere al diavolo che
cerca una vittima da divorare, forti nella fede, «cui resistite fortes in
fide».
Alle avversità e ai pericoli che minacciano l'Europa e l'Italia resistiamo forti
nella fede, nella fede e nelle virtù fondamentali del nostro popolo, nella sua
laboriosità, nella sua pazienza, nella sua creatività, nella sua voglia di
lavorare insieme, tutti insieme, per costruire un futuro di benessere e di pace
per le prossime generazioni e per restituire all'Italia il ruolo autorevole di
guida a cui ha diritto in Europa e nel mondo.