CULTURA & SPETTACOLO
MARIO LA CAVA (1908- 1988)
di Paolo Catalano
Mario La
Cava ha scelto di suo di vivere lontano. Ha preferito la sua gente, gli umori e
gli odori della sua Calabria. Quindi niente di strano che pochi si ricordino di
lui, la sua era una vita schiva. Mario La Cava avrebbe preferito così, perché
lontanissimo dal voler occupare il centro del proscenio, per natura, per
cultura, per non aver mai voluto creare attorno a sé il dove e il quando, la sua
vita volutamente si è confusa con altre vite, quelle della sua gente così
esclusa, travagliata, colma di dolori. La sua narrativa è animata da una interna
spinta morale e satirica che è prova fra le più puntuali della sua origine
calabrese, quindi avrà messo nel conto il peso di essere calabrese che è come
trovarsi sempre “fuori”, sempre “lontano”, sempre “sconosciuto”, sempre inviso e
guardato con sospetto da tutti quelli che hanno o credono di avere il sacro
fuoco dentro, dai compaesani che hanno creduto che il suo essere rimasto fosse
dovuto al fatto che fuori non avrebbe retto il confronto, perché la sua
dimensione era solamente regionale, mentre fuori, dove però fu sempre molto
apprezzato, si voleva averlo più vicino, con voce meno fievole, parte del
contesto, magari aderente all’una o all’altra fazione. E la sua scrittura era
scrittura universale, rendeva conto di un modo d’essere, era testimonianza fra
le più pure.
Il problema della riappropriazione, della sua vita, della sua testimonianza e del suo spessore civile e culturale non è quindi di Mario La Cava, il problema è nostro, di noi calabresi così disperatamente alla ricerca di valori positivi da inseguire quelli fasulli, salvo poi non accorgerci, per mancanza di cultura, per pigrizia, per quella spocchieria di chi crede di essere senza esserlo, del buono che abbiamo, dello spicchio d’aglio lo stesso che avrebbe consentito alla madre di San Pietro di accedere al paradiso cosa che non fu possibile solo per l’arroganza di sentirsi madre di santo. Di quanto abbiamo bisogno di “quello spicchio d’aglio” è meglio non parlarne. Nel nostro smarrimento esistenziale non vogliamo e non cerchiamo punti di riferimento, siamo guerrieri fasulli, cavalieri inesistenti. E però Mario La Cava fu uno degli autori più importanti d’Italia, certamente ai primi posti del Mezzogiorno d’Italia. L’autore di “Caratteri”, 1939, suo primo libro, ampliato poi nell’edizione del 1953 e del 1980, l’autore di “I colloqui con Antonuzza”, 1954, “Le memorie del vecchio maresciallo” e poi ancora “Mimì Cafiero”, 1959, “Vita di Stefano”, 1962, “Una storia d’amore”, 1973, “Una stagione a Siena”, 1988, “ I fatti di Casignana” romanzo inchiesta sulle sanguinose lotte contadine di Casignana e ancora di tanti altri libri fra cui mi piace ricordare “La melagrana matura”, raccolta di racconti dal crocevia delle disgrazie e delle contraddizioni pubblicato postumo dalla Casa editrice Donzelli. In un saggio su “Quindici anni di narrativa italiana” nell’ambito della Letteratura Italiana pubblicata dal Corriere della Sera vol. 20, Giulio Ferroni scrive, “le opere di Mario La Cava organizzano in una struttura più ampia, tutta una serie di apologhi, storie, vicende affidate ora alla voce di una bambina o a quella di un vecchio maresciallo che ha attraversato tempi e mondi diversi, attingendo ad una narrativa fluida e ricercata, elitaria e popolare. C’è in Mario La Cava un fondo di oralità arcaica, un classicismo primigenio, estraneo alle sofisticate ridondanze dei classicismi contemporanei.” Mario La Cava mescolava nella sua scrittura la delicatezza e lo splendore, la grazia e il lusso e con uno stile e una sintassi dei più puri raccontava ciò che sapeva vedere, ciò che sapeva ascoltare, ciò che sapeva percepire. Carlo Sini ebbe a dire che “Il linguaggio è anzitutto una musica del mondo per poter essere una logica della mente.” In Mario La Cava ciò si percepisce perchè la magia della sua scrittura si cala e si contamina con un mondo troppo avaro e troppo stridente fra la struggente bellezza dei luoghi e il degrado delle coscienze e della classe dirigente; così la letteratura diviene agente di territorializzazione geoculturale, il tentativo di sanare la mancata saldatura tra un localismo rinnegato e un centralismo troppo fragile per assumere e mondare dalla retorica tutto ciò che nasce innocente e subito viene lordato, strattonato, depauperato dal cinismo di chi se ne impadronisce. Mario La Cava poggia la sua scrittura su fatti, bisogni, personaggi e dati reali.
Io credo che un popolo civile dovrebbe non disperdere queste memorie, questi tesori che spesso non meritiamo ma che stanno lì a farci grandi oltre i nostri meriti.
Io credo che gli intellettuali, la classe politica, l’assessorato regionale alla cultura, il Comune di Bovalino, non dovrebbero lasciare inaridire nell’oblio una delle voci fra le più pure del nostro panorama regionale e nazionale. Facciamo del centenario della nascita ( 2008) un grande evento culturale, il più importante della Calabria.
Il mio appello quindi a quanti non sono ancora rassegnati, a quanti ancora credono nella magia della scrittura, a quanti si sono imbattuti in Mario La Cava perché si ritrovino assieme per rendere spendibile l’opera straordinaria di questo uomo schivo e silenzioso, di questo intellettuale, scrittore e narratore che occupa uno dei posti più importanti del panorama culturale italiano.
La mia email per ritrovarci assieme: paolocatalano@tiscali.it oppure paolocatalano1@virgilio.it o ancora Graziellalacava@libero.it oppure contattando il giornale che pubblicherà questo appello.