Il Viaggio di Paolo Catalano

Storia di un uomo deluso dalla vita
di Giuseppe Italiano

 

         La “fabula” del nuovo romanzo di Paolo Catalano, Viaggio nell’isola della vita (Editoriale Progetto 2000, Cosenza), ruota attorno ad una grande delusione generazionale e ad una storia d’amore triste e dolorosa.

         Marilena e Fabio sono due giovani di oggi: la prima, veronese, fatta dell’ «impasto e lievito della sua città»; il secondo, calabrese, di Chianalea di Scilla, regno di pescatori. Marilena ama viaggiare; per lei il viaggio è avventura, scoperta del nuovo, gusto dell’imprevisto. Per Fabio è invece necessità di vita, emigrazione: dopo la laurea, è costretto a spostarsi dal Sud.

         In analessi troviamo Fabio sul treno, che emigra per lavoro, verso Verona. E l’incontro con una ragazza (sua coetanea), il colloquio che si instaura tra i due, richiama alla mente (per la situazione occasionale che si viene a creare, per le pause, per ciò che si dice del Sud) il racconto eponimo del libro di Leonardo Sciascia Il mare colore del vino: là è una giovane donna siciliana che lamenta sommessamente e con rassegnazione i mali del meridione; nel romanzo di Catalano, la ragazza, studentessa universitaria, vorrebbe ribellarsi, ma non lo fa; dice che la colpa è di tutti i giovani che non lo fanno. I due hanno in comune la povertà delle loro famiglie; hanno fame di riscatto sociale. La giovane scende a Bologna; entrambi sanno, quantunque si siano scambiati indirizzi e numeri di cellulari, che non si rivedranno più; proprio come i protagonisti del racconto di Sciascia.

         Quando la narrazione rientra nel canovaccio, avviene la svolta della storia:  Marilena sente la necessità esistenziale di offrire il suo viso al vento del viaggio; ma ora è un viaggio particolare, in un posto che l’aveva vista bambina. E desidera che ad accompagnarla sia Fabio, quel meridionale di cui si era innamorata; solo lui può aiutarla ad inseguire i ricordi, illudendosi di poter rivedere Cosimo Catafamo, un signore italiano solitario, col quale aveva giocato a scacchi, tanti anni prima. Il posto dei ricordi è Loutrò, in piccolo villaggio di pescatori nell’isola di Creta. Ma Cosimo non c’è più: morto da tempo, aveva lasciato ad una signora, che lo aveva assistito negli ultimi anni, delle lettere mai spedite e che costituivano la storia della sua vita, della sua grande delusione, del suo amore, dei suoi pensieri, delle sue passioni, dei suoi fallimenti, dei suoi rimorsi.

         Le lettere formano il racconto della vita di Cosimo. E costituiscono, nella narrazione, una variante al topos del manoscritto ritrovato, non raro nella tradizione letteraria più illustre (I Promessi sposi sono solo un esempio).   Sono indirizzate ad una «Mia cara…» e contengono tutta la delusione di Cosimo nei confronti della vita. Egli rimprovera a se stesso qualcosa che avrebbe dovuto fare e che non ha fatto, denuncia il suo non-coraggio; considera il fallimento della generazione del Sessantotto; si indigna fortemente per le immani sofferenze e per i sacrifici dei meridionali emigranti; richiama criticamente quello che gli ambientalisti definiscono “sviluppo sostenibile” (i gabbiani rispettano la natura, ma l’uomo la rovina, la sfrutta e non pensa alle generazioni future).

         Fabio e Marilena appurano che il  luogo d’origine di Cosimo era Stilo; e a Stilo si recano per capire fino in fondo quell’uomo solitario e profondo. Nella parte finale del romanzo il climax ascendente narrativo raggiunge il culmine della concitazione emotiva con fatti sorprendenti, che non mancheranno di coinvolgere il lettore che fosse disposto a leggere col cuore.