“A ninna nanna d’u briganteju”, metafora d’una Calabria che non trova la sua strada.
di Bruno Chinè 

23 agosto 2008                                

 Diceva bene Fedro che, a volte, una perla può essere trovata anche nello sterco. Così è accaduto che una delle più delicate composizioni poetiche di colui che viene considerato il più grande poeta dialettale calabrese, Vincenzo Ammirà, alcuni anni fa, per caso, è stata rinvenuta, in un volume su una bancarella di libri usati, nei pressi dell’università di Roma. Però, questa volta, a rinvenire il gioiellino non è stata l’ignara gallina di Fedro. Il libro in cui era inserita la poesia risultava curato da due eminenti letterati, Antonio Piromalli e Domenico Scarfoglio.( L’identità minacciata. La poesia dialettale e la crisi post-unitaria. G. D’Anna Messina.)  Ognuno di noi ricorda ancora le dolci nenie che le nostre mamme e nonne ci cantavano, generalmente in dialetto, per farci addormentare la sera, quando stanchi, ma ancora inappagati, volevamo allungare la giornata. Erano composizioni poetiche, che si tramandavano oralmente, ricche di sentimento e musicalità, oggi dimenticate, per l’ignoranza delle giovani generazioni che hanno ignorato o addirittura disprezzato la  lingua dialettale calabrese, con le sue radici greche, latine, arabe, francesi, e si sono  vergognate di usare la lingua dei padri assieme a quella italiana, possibilmente corretta, aggiungendo poi a queste altre lingue straniere, sempre più necessarie in un mondo globalizzato.

   La “ Ninna nanna” di Ammirà risulta diversa da tante altre nenie, pur artistiche  che poeti e musicisti d’ogni Paese hanno composto, in ogni tempo, ispirandosi ai bambini  o addirittura al Bambino Gesù. Ammirà, con la sua intelligenza divergente e con “la sua anarchia artistica” che l’hanno condannato all’isolamento e alla miseria durante la sua vita travagliata,  rivolge il suo dolce canto a un “ briganteju”, ossia ad un orfano d’un brigante.

   Ammirà ha vissuto sia la stagione pre-unitaria, carica di attese e di speranze, sia quella post- unitaria che deluse tanti intellettuali che avevano sperato in una modernizzazione del Sud. Tra questi  delusi della politica dello Stato unitario nei riguardi del Mezzogiorno citiamo per tutti la posizione dell’Abate Antonio Martino di Galatro. Questi, in un primo tempo, ha fiducia nel nuovo Stato e indirizza al Re Galantuomo  questi versi: “ Viva lu re d’Italia e patri caru/ Evviva la sua legge e lu soi nomi/ …Vui siti re davvero galantomu” . Ma dopo i primi atti del Governo rivede le proprie posizioni, e, nel “ Parternoster dei liberali calabresi” denuncia la insopportabile pressione fiscale imposta alla gente del Sud, assieme al malgoverno e alla rapacità impunita di politici e burocrati da cui il Mezzogiorno non è riuscito ancora a liberarsi. “ Ministri, senaturi e deputati/ Fannu camorra e sugnu ntisi uniti/prefetti, commissari e magistrati/sucandu a nui lu sangu s’arricchiti/E vui patri Vittoriu non guardati/:vui jiti a caccia, dormiti e fumati”.

   Ad Unità raggiunta, nel Meridione, si riaccende una drammatica stagione di lotte sociali e politiche che la storiografia risorgimentale ha liquidato, frettolosamente, come brigantaggio, ma che in effetti, se consideriamo i circa trecentomila morti, le fucilazioni e impiccagioni senza processo, anche prima della famigerata legge Pica, risulta chiaro che s’è trattato d’una vera e propria guerra civile

  Ammirà compone la “ Ninna nanna” pensando ai tanti bambini orfani di “briganti”, caduti durante la repressione  per mano dei bersaglieri piemontesi, stringendo nel cuore  le delusioni per la politica di tipo coloniale del nuovo Regno.   L’inizio della nenia è dolce e musicale, come tutte le belle nenie d’un tempo. Il bambino orfano viene presentato come un pulcino sotto le ali della chioccia. (E’ noto che i pulcini vivono solo con la madre)

 “ Veni addormentati/ supra stu sinu/ la hiocca è mammata/ tu purricinu/ chi sutt’a l’ali/ si ‘ngrugna e sta/ o briganteju / la ninna fa”. Segue una delicata descrizione del bambino nell’atto in cui sta per prendere sonno . “ L’occhiuzzi chiudili,/ quantu si’ caru!/ Tutti guardatili/ ca nci ‘mbelaru;/pari lu suli/ ca sindi va,/ o briganteju,/ la ninna fa”. La mamma invita l’orfanello a crescere presto, ricordandogli che (  i soldati )“..lu patri amatu/ briganti  ‘ntrepidu/ t’hannu ammazzatu/ facendo focu/ di ccà e di là/ o briganteju/ la ninna fa”. Gli ricorda altresì le gesta paterne e le grandi difficoltà da questi affrontate nei boschi della Sila, dormendo tra l’erba e lottando senza  paura e senza pietà. Col dolce canto la madre  vuole trasmettere al suo bambino il modello paterno, anche se sconfitto dalla storia. “ Crisci: assimigghialu/ ca ci sì figghiu,/ nommu sì timidu comu cunigghiu,/ curri a lu varcu, non stari ccà,/o briganteju,/ la ninna fa”. La mamma non ha dubbi: le gesta del padre vanno continuate dal figlio, e non solo per vendetta. “ Ti vogghiu vidari cu la scupetta,/cu lu cervuni,/ cu la giacchetta,/ cu lazzi e ‘nciocioli,/’nquantità,/ o briganteju/ la ninna fa./

   In questa nenia artistica Ammirà esalta un certo brigantaggio politico, e non per una “ anarchia artistica” o per la sua intelligenza divergente. Il poeta è ben consapevole dei limiti della politica borbonica che non  saputo guidare i cambiamenti necessari, imposti dalla storia, e per questo, come tanti altri intellettuali meridionali, si schiera a favore del  Risorgimento, apportandovi il proprio contributo. La delusione arriva quando si accorge, assieme ad altri spiriti  liberi del Sud, da Mastru Brunu Pelagio a l’abate Martino, a Vincenzo Padula, che l’Unità ha peggiorato la già drammatica situazione politica e sociale del Sud. Con “ la mala Unità” raggiunta, per dirla con Tomasi di Lampedusa, tutto  cambia e tutto  rimane come prima, anzi peggio di prima perché  muore persino la speranza. L’unica via d’uscita, per uno spirito libero, ma indomito, anche nella miseria in cui il vecchio ed il nuovo regime l’hanno condannato, è quella dell’utopia. Così l’esaltazione del brigantaggio si presenta come  “ ultima dea” d’un riscatto del Sud, ormai impossibile. Si tratta certo d’una finzione poetica, perché nella realtà le armi e la violenza non hanno mai portato progresso e civiltà, ma solo distruzione e lutti.

(Nella foto Vincenzo Ammirà)