LA NOTTE CHE PASQUINO CRUPI INCONTRO' ITALO GALTIERI
di Domenico Agostini
Bovalino 15 febbraio 2011
Sebastiano Primerano, il “cavaliere”, come lo chiamava la mamma, donna Mimma
Pipicella, per sottolineare la propensione del figlio ad aiutare i bisognosi,
accompagnato da Antonio Carneri, giovane amico, praticante avvocato, non
dovette bussare alla porta di Italo, oggi in lamierato di ferro ma prima
dell’incendio, appiccato nell’estate scorsa da balordi forestieri, fatta di
assi di legno malferme. L’abitazione in cui vive, con scala per accedere al
primo piano, zona notte fino a vent’anni addietro quando vivevano il papà
Giovanni, ambulante e rigattiere di capelli e ferro vecchio, discendente da
Bruzzano Zeffirio, morto nel 1985 in un incidente stradale e la mamma Francesca
Macrì,bovalinese, casalinga, morta nel 1982, sempre alle prese con avvocati per
questioni di eredità o liti per limiti di piccoli fazzoletti di terra, è al
centro del paese, sul corso Umberto a pochi metri dallo studio dell’Ufficiale
sanitario. Il “buco”, a piano terra è di circa 25 metri quadrati, senza cucina
né servizi igienici di cui solo 16 metri quadrati abitabili. Ad angolo retto è
riposta una branda con materasso nuovo, regalo del “cavaliere”, una sedia di
plastica color rosso, un ammasso di giornali e cianfrusaglie varie; in fondo un
piccolo disimpegno che guarda alla ferrovia ed al mare, protetto da un vecchio e
decrepito telaio in legno rivestito di cartoni. Nell’angolo nascosto dal muro
di pietra viva, un armadio abbrustolito dall’acqua, dal vento e da qualche
raggio di sole che solo in particolari mesi dell’anno riesce a colpire e
riscaldare la parete inzuppata di acqua e salsedine. Qui sono riposti,
ammucchiati, i libri “della memoria”: letteratura italiana, latino, greco,
matematica, storia e geografia testi scolastici di quando frequentava il liceo
classico “Ivo Oliveti” di Locri, ed anche qualche classico: “Lettere dal
carcere” di Antonio Gramsci, “Il capitale” di Karl Marx, e “Scritti sul
fascismo” di Giacomo Matteotti, saggi vari di politica ed economia e alcune
dispense universitarie. Italo aveva frequentato la facoltà di Medicina
all’Università degli Studi di Messina, prima di diventare barbone. Una fatalità,
più che una decisione convinta, a seguito di una storia d’amore iniziata e
finita male perché abbandonato da una collega, oggi professionista affermata che
vive a Roma. “Tatà”, gli gridò Sebi, “Tatà, rinforzò, arzati
che c’è Pasquino Crupi, ‘u professuri, ca voli mi ti saluta”. La voce
dell’amico che simula la sua ed il nome di Crupi, lo risvegliarono. Non fece
fatica a togliere dalla branda la coperta, così avvolto dal suo cappotto grigio
scuro sgualcito e macchiato dall’intonaco vivo del muro perimetrale dove era
accostata la branda. Italo si sedette sul letto, si mise in fretta le scarpe da
tennis, aveva ancora ai piedi le calze, si stropicciò gli occhi, forse anche un
po’ infastidito: “Crupi? L’intellettuale? Pasquino, l’ideologo, ‘u professuri?”.
“Fa’ prestu, ribattè Sebastiano, ‘nd’aspetta ‘u Chiringuito”. Italo non esitò
ma si affrettò a ricordare all’amico che con la sua bicicletta non si sarebbe
spostato da casa perché in giro, a quell’ora, aveva paura dei cani randagi. Non
quelli a quattro zampe, amici dell’uomo, ma “i randagi” della notte, i
giovinastri che anche ad ora tarda gironzolano per il paese e danno fastidio a
chi incontrano durante le scorribande, soprattutto a lui, aduso a girare per il
paese a tutte le ore e che alle quattro è il primo a dare il buongiorno al
barista che lo ricambia con una tazza di latte “corretta” all’anice. Anzi, un
cappuccino all’anice ed un brandy “secco” che Italo riesce a mandar giù come se
fosse acqua fresca.
Che nottata! Un incontro storico, più di quello di Garibaldi con il re Vittorio Emanuele. Il suo “idolo”, il giovane comunista Pasquino Crupi che infiammava le piazze con i suoi comizi gravidi di speranza e così taglienti per la classe dominante, i padroni sfruttatori, era davanti a lui, dopo più di quarant’anni. Pasquino gli versò il vino ed Italo agguantò il bicchiere e lo mandò giù d’un sol fiato. “Bravo, gli disse, sei proprio tu, non ti ho mai dimenticato. Certo, si vede che non sei più giovane, ma sei veramente tu. Conosco la tua voce”. E come Napoleone a Sant’Elena, guardandolo fisso negli occhi, ma con gli occhi stanchi e allo stesso tempo vivivi per la gioia, ricordò i tempi in cui il professore parlava sul piccolo palco nella piazza Gaetano Ruffo di Bovalino, ad una folla che sventolava bandiere rosse e applaudiva ad ogni pausa. E ricordò le “arringhe” nei comizi di Portosalvo a Siderno ma anche a Locri, Caulonia, Brancaleone o negli sperduti paeselli arroccati sulla schiena dell’Aspromonte orientale: “Partivamo da Bovalino per ascoltarti e tornavamo a tarda ora a casa, più motivati e più convinti di essere dalla parte giusta; noi che eravamo comunisti e socialisti nel sangue”. Ricordi, battaglie di ideali. E il professore lo ascoltava affascinato, stupito per tanti particolari che il tempo aveva affievolito ma non dimenticati. Italo era riuscito a fargli riaffiorare i ricordi della militanza e della vis civile e politica degli anni delle “lotte” vere, dei compagni che non c’erano più e con i quali avevano combattuto nelle piazze della Locride per un riscatto sociale e culturale, non ancora completato. Una storia meridionale infinita. Ed i due divennero consapevolmente, complici di un passato glorioso e gravido di “memorie” come vecchi amici che non si erano mai stretti la mano e non si erano fisicamente conosciuti. Tutto questo in una sera fredda di febbraio, al suono magico delle onde del mare della conca glauca e al caldo di un barbecue rosso di brace, accudito da Enzo Serafino, bevendo un bicchiere di buon vino degli autoctoni vigneti di Bianco e Bovalino, ascoltando storie antiche di personaggi bovalinesi e della Locride “aristocratici” e “proletari veri”, alla presenza della signora Maria Grazia, moglie di Enzo e delle graziose figlie Martina, Valeria e Paola.