Come la festa del lavoro
Filippo Todaro
Avessi in questi giorni 17 anni e tre mesi, come nel 1961, quando si celebrò il centenario dell’unità d’Italia, sarei probabilmente al centro di qualche manifestazione ufficiale.
Coccarda tricolore sul bavero della giacca buona, quella delle grandi occasioni, e il braccio sinistro fasciato da un nastro largo, anch’esso tricolore, sfilerei ancora (come feci) coi miei compagni di Liceo per le vie di Gerace, farei visita commossa al pianoro ricco di cipressi dove furono fucilati i Cinque Martiri e deporrei là, assieme agli altri, la nostra corona d’alloro, comprata allora a nostre spese, rinunciando al panino con la mortadella della colazione del mattino.
Ma gli anni ora sono 67 (i mesi sempre tre) e qualche cambiamento in me (sicuramente anche nei miei ex compagni di scuola) è avvenuto. Ho perso (e non solo per l’età) parecchio di quel sincero furore patrio e di quell’entusiasmo che allora ci commuovevano tanto e ci davano l’impressione di partecipare a qualcosa di sacro.
Garibaldi, Mazzini, Cavour, Bixio, i Mille, che avevo imparato a conoscere sui libri di scuola, mi entusiasmavano fino alle lacrime e pensavo che se fossi stato loro coetaneo avrei sicuramente condiviso le loro idee e avrei partecipato alle loro azioni audaci e legittime. Mi chiedevo, è vero, come mai nei libri di storia, accanto a loro e alle loro gesta non ci fosse neanche un rigo sugli eroi di casa nostra, ma lo facevo sommessamente, tra me e me, e quasi mi convincevo che i Martiri di Belfiore fossero più importanti di quelli di Gerace.
Avevamo tante speranze allora (anche qui: non solo per l’età) e, nonostante le nostre condizioni sociali ed economiche non fossero neanche paragonabili a quelle del resto del Paese, e fossimo costretti ad emigrare, sia per il lavoro che per lo studio, sentivamo di nutrire maggiori aspettative che non oggi. Si arrivava a Milano o a Torino con la valigia di cartone legata con lo spago e… “… non si affitta a Meridionali…”, ma eravamo più fiduciosi. E l’essere uniti al resto della nazione, complici la retorica e l’enfasi dei libri di storia, ci rendeva ottimisti per il futuro.
Le celebrazioni di oggi mi suscitano tristezza e malinconia. Le parate, le bandiere, le fanfare, i Bersaglieri, i discorsi, i dibattiti, gli scolaretti con le bandierine in mano, l’inno di Mameli: inquietudine e mestizia.
Come per il Primo Maggio, festa del Lavoro. Che festa è se il festeggiato è assente? A che valgono le bandiere e i discorsi e le fanfare se si tratta di fare onore ad un fantasma? Ad un miraggio, un’illusione, un desiderio antico, mai diventato realtà?
E che unità d’Italia è mai questa se c’è ancora, a 150 anni dalla sua nascita, tanta differenza economica, sociale e di servizi tra diverse aree di quello che dovrebbe essere un Paese “unito”? Se manca soprattutto un progetto serio e fattibile per mitigare e colmare queste disuguaglianze? Se uomini del Governo di questo cosiddetto Paese unito si rammaricano costantemente della palla al piede che è il Sud e vagheggiano un avvenire migliore per il resto del territorio se solo se ne potesse staccare, qua e là, un qualche lembo?
No, questa non è unità d’Italia! Essa rimane un fantasma, un miraggio, un’illusione, un desiderio antico mai diventato realtà.