Le tragedie moderne
Filippo Todaro
Due atroci fatti di cronaca hanno caratterizzato nella nostra regione la settimana appena trascorsa. Completamente diversi tra di loro e di diversa natura, sia per la modalità con cui si sono svolti che per la personalità dei tristi protagonisti, possono essere inseriti nella categoria della cronaca più nera e inquietante, di quella che, una volta di più, induce a pensare seriamente e a riflettere sul grado di efferatezza cui possa arrivare un essere umano.
A San Lorenzo del Vallo, in provincia di Cosenza, un uomo è stato ucciso dopo che meno di due mesi fa allo stesso avevano già trucidato la moglie e la figlia. Allora si era salvato per caso. Ora non è sfuggito alla vendetta. La sua colpa?: era fratello dell’uomo che nello scorso gennaio, a Spezzano Albanese, per dissidi su un parcheggio, aveva a sua volta ucciso a colpi di pistola un giovane di 22 anni, figlio di un latitante, presunto boss della ‘ndrangheta.
A Reggio Calabria un ragazzino di 17 anni ha ridotto in coma la fidanzatina tredicenne, pare per motivi sentimentali, colpendola con un sasso, praticamente lapidandola, e poi coprendola con una pietra più grande, una sorta di lastrone, magari cercando di simulare, secondo quanto scrivono le cronache, una specie di frana che l’abbia colpita accidentalmente.
Le due vicende hanno in sé tutto il sapore amaro della tragedia. Ma non tanto nel senso e nel significato ormai acquisiti di generico e atroce fatto di sangue, o di un qualsiasi avvenimento dall’epilogo tragicamente cruento (come potrebbe essere, ad esempio, anche un incidente d’auto o lo scoppio di una bombola di gas che faccia crollare un intero palazzo), quanto invece nel senso più classico del termine. Come veniva inteso nella cultura dell’antica Grecia di cui noi ci sentiamo giustamente eredi e depositari.
A leggere i particolari dei due fatti, semplicemente agghiaccianti, non si può non andare con la mente alle vicende narrate dai classici tragediografi greci e non pensare che, ora come allora, gli sciagurati protagonisti di simili eventi delittuosi siano preda di fantasmi atavici cui non possano disubbidire. Vittime a loro volta, che abbiano operato violenza o che l’abbiano subita, di istinti primordiali, schiavi di preconcetti mai sotterrati, di tabù duri a morire, di un ancestrale senso della vendetta e dell’onore.
Allora gli antichi Greci pensavano di essere completamente succubi e in assoluta balia del Fato. Si sentivano assoggettati ai capricci e agli intrighi, mai lineari e razionali, delle loro divinità che credevano immanenti e partecipi della quotidianità umana, e cercavano di spiegare così le bassezze e le atrocità che la loro società produceva. Non possedevano altre chiavi di lettura.
Con ciò non si vuole assolutamente giustificare nessuno. Non c’è alcuna giustificazione a fatti ed azioni simili. C’è solo da rimarcare che in parecchi strati della nostra società civile e moderna non si riesca ancora a scrollarsi di dosso lo scellerato retaggio della irrazionalità più esasperata e di uno spirito vendicativo ad oltranza che non avrebbero alcun motivo di esistere.
Non c’è alcuna scusante. Neanche in nome di una onorabilità macchiata, di un deviato senso di appartenenza, o di una atavica necessità di vendetta.