Più becchini che medici
E quel che è peggio è solo l’indifferenza a cui s’aggiunge l’assuefazione. Di tutti.

 di Filippo Todaro

 

Buche da esposizione, come se fossero pronte a partecipare ad un concorso nazionale su quella più profonda ed infida (tipo spaccacopertone), e stabilirne il primato. Parcheggi selvaggi, ovunque, sui marciapiedi, sulle strisce pedonali, agli angoli ad impedire la visuale di chi deve svoltare, sensi unici, stop e semafori costantemente ignorati, come fossero solo semplici suggerimenti, consigli e niente più. Velocità folli nei centri abitati, specie sui lungomari. Incuria delle piante ornamentali e dei fiori, là dove ci sono (spesso ridotti a sterpaglie morte per indifferenza), lasciati alle erbacce e ai bisognini dei cani (anche quelli delle aree adottate da qualche club o associazione). Sporcizia, spazzatura, cani randagi, assoluta mancanza di percorsi per carrozzelle, mattonelle mancanti e sconnesse, muraglioni franati e mai riparati, panchine lerce… La Locride è mai stata peggio di così? No!

E quel che è peggio è solo l’indifferenza a cui s’aggiunge l’assuefazione. Di tutti. Ma soprattutto di chi dovrebbe accorgersi di queste sconcezze e correre ai ripari, magari guidando l’inversione di marcia (per carità, non si esageri e non la si chiami rivoluzione: ci vuole assai meno di una rivoluzione!).

Ogni tanto in verità qualche protesta, sia pure blanda e languida, giusto per fare qualcosa, in ogni caso senza mai alcun risultato, squarcia la nebbia stagnante dell’ignavia e della negligenza. Soprattutto dopo la consumazione dell’ultimo sopruso, in attesa del successivo. Di solito si organizzano in piazza meeting e forum aperti. Si interviene nel dibattito. Si scende sui binari. Ci si offre sorridenti ai flash dei fotografi che solerti accorrono all’avvenimento e il mattino dopo si corre in edicola a comprare la copia del giornale che ha immortalato la protesta. Meglio se in primo piano c’è anche la nostra faccia.

E intanto un ospedale chiude, la 106 è sempre di più la strada della morte (anche grazie a guide irresponsabili) e l’ultimo treno rimasto che ci collegava al Nord, senza cambi e coincidenze, il Romano, semplicemente non c’è più. La raccolta differenziata non è mai partita e i rifiuti ci stanno sommergendo.

Ho l’impressione, ahimè, che abbiamo maggiori attitudini e migliori predisposizioni a fare i becchini piuttosto che i medici. Diventiamo più credibili, più appassionati, più chiari e convincenti se ci tocca piangere sul morto, sull’irreversibile, sull’ultimo (in ordine di tempo) pezzo di civiltà e di progresso che abbandona per sempre la nostra terra. Sulle situazioni sempre più fatiscenti di viabilità, di raccolta di rifiuti, di protezione dell’ambiente, di sanità, ecc. E nulla di efficace si mette in atto, nessuna diagnosi si individua, men che mai alcuna cura forte ed adeguata, per riparare i tanti gravi guasti che ci assillano quotidianamente, ormai sclerotizzati, sempre più cronici e irrisolvibili. Tutto ci passa sulla testa e peggiora nella più completa impotenza.

Come le piagnone, non ci interessa il malato, ci interessa il morto. Quasi aspettiamo l’epilogo peggiore per essere pronti a correre al cadavere, a stracciarci le vesti, a cospargerci il capo di cenere, a urlare (neanche per tanto tempo in verità), a rintuzzarci le accuse quando non c’è più niente da fare. E nell’attesa non facciamo nulla.

Non sappiamo fare nulla, non siamo medici.