A Napoli  Dio parla  in dialetto

 di Gianni Carteri

 

Il racconto di Natale che da qualche giorno rimastico e leggo volentieri prima che  arrivi, prepotente, la luce del mattino,  appartiene ad  un rappresentante di quella letteratura neorealista che  contraddistinse l’immediato dopoguerra italiano e che si innesta nell’alveo del meridionalismo classico rappresentato da Gaetano Salvemini e Giustino Fortunato, da Guido Dorso e Tommaso Fiore. Per certa critica questo rappresentare populisticamente l’arretratezza della società meridionale, significava rafforzare tendenze folkloristiche e locali in un quadro regionalistico e non d’avanguardia letteraria. Credo che proprio l’opera di Peppino Marotta abbia aiutato non poco a far conoscere al mondo le condizioni delle piaghe secolari del Sud  in particolare, senza che si effettuasse, per  incrostazioni storiche, un effettivo risanamento della società . Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti .

Peppino Marotta rappresenta il ventre della sua Napoli, offrendo un repertorio completo del “ napoletismo”. Si ritrovano nelle sue pagine alcuni toni grotteschi e paradossali che lo collegano a viva forza e quasi inevitabilmente al miglior Pirandello. Come egli stesso scrive nella bellissima introduzione a “ L’oro di Napoli”  “ d’improvviso Napoli e la mia giovinezza e persone e vicende, si sono messi a chiamarmi, proprio con un’insistenza da gente dei vicoli partenopei, tenera e perentoria, o meglio mi hanno fatto sapere che non ci eravamo separati mai, che sempre le avevo portate con me.”

Il racconto” Maria”, tratto dal libro “ Le madri“ -Storie di Giuseppe Marotta, pubblicato da Bompiani nel 1952, l’ho trovato    nella raccolta  del bollettino  Mater Dei ,  curato da Don Giuseppe De Luca, quel “ prete  randagio”  che esercitò un ruolo rilevante per lo sprovincializzarsi della cultura italiana tra le due guerre e protagonista sotterraneo del Novecento Letterario.

   Un libro che mi regalò la sorella di Don Giuseppe, Nuccia , nel febbraio del 2003, quando  andai a trovarla per l’ultima volta nella vecchia sede di Edizioni di Storia e Letteratura a Palazzo Lancellotti  a Roma , a due passi da Piazza Navona.

   Stava lavorando all’età di novantatre anni  a correggere le bozze adagiate sulla scrivania che fu di Don Giuseppe. Ero in compagnia di mia figlia Laura e ci accolse con l’affetto di sempre.

Rivolgendosi alla nipote Donatella le disse:” Cosa regaliamo  stavolta a Carteri? Prendimi il Bollettino Mater Dei.”

   Restammo un bel po’ a chiacchierare del nostro Sud ,di Papa Roncalli, di mons. Loris Capovilla, dei tanti carteggi di Don Giuseppe che divoro nelle lunghe serate d’inverno,in un susseguirsi di ricordi che gelosamente custodisco nel mio cuore.

 Laura era quasi incredula di questo bellissimo incontro che le avevo regalato e ci guardava con i suoi occhioni pieni di luce  e di giovinezza. Nuccia De Luca non si stancò in quella occasione di esortarla ad  avere fiducia nel futuro.

    Riprendere in questi giorni quel suo preziosissimo regalo , ormai introvabile nelle librerie, mi fa respirare un’aria  di dolce attesa, anche per i tanti aneddoti e spezzature che  Don Giuseppe   si divertiva a raccontare o ai testi  di letteratura straniera che rendevano europea la sua  preziosa rivista. Val la pena allora  riportare lacerti di quel racconto che Valentino Bompiani  autorizzò a pubblicare, inviando  a Don Giuseppe il più affettuoso augurio e il più devoto affetto.

Eccoli Padre e Figlio, seduti “su un bizzarro sofà d’erba speciale“, sospeso nel cielo, ragionare con passione dei ricordi terreni nell’imminenza del Natale. Un odore di roccia e di animali, l’odore stesso della creazione rendono ancora struggente la nostalgia di quel mondo che li aveva rallegrati  e delusi. Con una sola voce Padre e Figlio avevano offerto il perdono agli uomini, e gli uomini e la Terra avevano ancora bisogno di Cristo così come Cristo aveva bisogno degli uomini.

 Ma il Padre  scuote decisamente la testa, nega il suo consenso nonostante la richiesta assillante del Figlio:“Saprò ricondurli alla tua Legge. Imparai dalle bocche e spiriti loro i vocaboli e i sentimenti più adatti allo scopo che mi prefiggo. Osservali , Padre: osservali. Ciò che annunziai nel Sermone della Montagna, quando li ammonii dicendo” il fratello ucciderà il fratello” e “ falsi profeti, con falsi miracoli,tenteranno di sedurre anche gli eletti” , ormai sta verificandosi. Anima di tutto , rispondi: e chi li guarirà, chi li difenderà se non io? Debbo partire ,sono ansioso di partire. E’ necessario. Padre, domani è il giorno, ridiventerò uomo per te, per me e per loro se tu acconsenti.

(…) Silenzio. Il Padre scosse il capo e tacque .Certamente udiva le campane, le zampogne, le voci fievoli e mistiche della terra. ( …) Disse il Figlio :

“ Ebbene, perchè non rispondi. Perché mi neghi il tuo consenso?

 Ma , in quel medesimo  istante , percepirono entrambi un tenue fruscio. Chi varcava il cancello  e si dirigeva lentamente verso la panchina d’erbe? Il Figlio trasalì distinguendo la cara Immagine. Si alzò e tese le braccia. Tutt’a un tratto il greve lembo della sua tunica s’era come sciolto e vuotato: ridivenne un semplice ricamo di bagliori, un ordinato impalpabile miscuglio di tinte, aria filata.

- “Non avevi riflettuto su ciò, -disse il Padre . -il Tuo secondo viaggio, la tua seconda umanità è irrealizzabile per questo. Come, come potresti avere un’altra mamma ?”

   Le pagine di Marotta sono una delle  più belle prove che ci ha lasciato la sua fantasia, la sua coscienza di cristiano, che tratta con estrema confidenza i principali motori della Storia, riconducendoli in un’atmosfera familiare , quasi confusi tra le strade di quella pazza, mitologica e indimenticabile città che è Napoli, fattami magicamente conoscere nei suoi angoli più belli da Francesco, mio figlio ,nei suoi anni di studi all’Orientale .

Credo che Marotta nello scrivere questo  canto di Natale abbia ripensato a sua madre, che, quando lo vide servire messa, piangeva come se lo avessero ordinato sacerdote, sicura che Iddio, soddisfatto delle sue prestazioni, gli sarebbe diventato amico, lo avrebbe  sempre assolto parlandogli in dialetto.