L'ultimo dei profeti
di Giuseppe Romeo
30 agosto 2010
Vi
è qualcosa di estremamente singolare nella provocazione del leader libico
lanciata nella sua ultima visita in Italia. Vi è sicuramente una volontà che
non è solo show televisivo o conquista di una vetrina che gli viene ceduta
senza costi e condizioni in tutta la sua possibilità espressiva. Vi è, al
contrario, una capacità di comprendere da parte di questi che le porte
dell’Europa sono porte che si possono attraversare senza grossi imbarazzi,
con una semplicità tale che gli consente di poter rivolgere una sfida
religiosa che sottende un messaggio politico molto chiaro non solo per noi
europei, e italiani, ma per le comunità islamiche. In un momento storico
particolarmente ondivago nelle certezze che ogni comunità ricerca -di fronte
ad un’incapacità dei leader islamici a dare un’unità politica al proprio
universo costellato da movimenti e organizzazioni che ne frammentano le
anime- venuto meno il collante palestinese di qualche decennio fa, la Libia
di Gheddafi usa la carta di ricollocarsi nel gioco politico del Mediterraneo
riassumendo man mano una veste di interlocutore privilegiato verso
l’Occidente cercando di aprirsi un varco in una certa Europa. L’Europa
islamica.
Quell’Europa che non è un’identità trascurabile e che, nella forza dei
numeri, ridiventa, e può reinventarsi, un target interessante per il
“Colonnello” alla ricerca nelle dinamiche regionali di quella autorità
perduta nelle esperienze della Lega Araba di tempi andati. Così, l'ultima
provocazione del leader libico sul riconoscimento dell’Islam quale religione
europea è, in realtà, la consapevole convinzione di poter man mano
approfittare del credito apertogli per rilanciare la competizione tra Islam
e Occidente portando dentro casa altrui, la nostra ovviamente, le
contraddizioni di una religione "politica" estremamente competitiva e
totalizzante. Se per Gheddafi l'Islam può diventare religione d'Europa, se
il leader libico usa l’immagine di proporsi quale nuovo Dottore della Fede,
approfittando delle italiche intemperanze mediatiche di un’estate agitata e
politicamente vanagloriosa, il messaggio di “conversione” rischia di essere
un motivo di rilancio per un nuovo confronto politico. Un confronto rivolto
a garantire ancora più spazi in futuro alle comunità islamiche in un gioco
di sovrapposizione e non di pari dignità tra le religioni riconosciute e
liberamente professate in una comunità giuridica e culturale laica, ma di
tradizione cristiana, come quella europea.
A tale messaggio, e con tanti onori e curiosità che ci distraggono
dall’intima percezione della volontà, ci si potrebbe chiedere, già che ci si
trovi, se a ciò non si possa associare anche una proposta di conversione
possibile verso un modello di governo collaudato altrove che superi quei
valori sui quali si è costruita la civiltà politica e giuridica occidentale.
Quella civiltà di democrazia, tolleranza, solidarietà, rispetto
interreligioso che ci distingue e ci permette di crescere nel rispetto
dell’uomo. O se a tanto si possa associare una ulteriore conversione ad un
modello giuridico e politico che istituzionalizza la religione per finalità
di potere e relega il diritto del singolo, personale o di difesa nei
confronti del potere medesimo, ad un accessorio. Un’esperienza che l’Europa
ha già pagato con guerre, massacri e sangue nella sua storia di scismi e
riforme che non credo sia auspicabile riproporre.
La verità è che l’Italia e l’Europa si sono dimenticate di avere qualcosa di
mediterraneo da dire. Si sono dimenticate di avere qualcosa di mediterraneo
da vivere e che la politica mediterranea non è monopolio di un leader
piuttosto che un altro, ma è, o dovrebbe essere, il risultato di una comune
volontà di non prevaricare culture e religioni dal momento che non esistono
pensieri unici e unici e soli profeti. E soprattutto, che non esistono
compromessi possibili tra democrazie e totalitarismi in nome di qualunque
Fede, politica o religiosa che sia, o in ragione di un interesse economico o
di potere del momento.
