GLI ARBËRESHË D’ITALIA
di Nicola La Barbera

 

(Parte VI: Gjergj Kastriot Skënderbeu – La fine dell’epopea)

Mehmed II volendo farla finita col Kastriota, nella primavera del 1452 gli scagliò contro venticinquemila uomini al comando di Tulip pascià., uno dei migliori strateghi turchi. Anche Tulip, però, dovette subire, a luglio dello stesso anno, l’onta della sconfitta, nonostante la sua geniale strategia che gli aveva fatto dividere l’esercito in due con l’idea di accerchiare il principe albanese: aveva mandato diecimila uomini al comando di Hamza pascià a Sfetigrad e lui, coi rimanenti venticinquemila uomini, era entrato, più a sud, dal lago di Ocrida. Avvertito dai suoi messaggeri il Kastriota coi suoi quattordicimila uomini attaccò prima Hamza pascià che sconfisse, approfittando anche della sua superiorità numerica, in sole due ore, catturando il pascià, il suo campo ed i suoi comandanti, e poi, dopo aver fatto riposare il suo esercito per altre due ore, partì contro Tulip pascià. Il giorno dopo lo raggiunse vicino al villaggio di Moçad e lo distrusse.

 Malgrado questa rigenerante vittoria, i principi albanesi erano in rivolta contro il Kastriota gelosi della sua supremazia. Skanderbeg chiese aiuto al papa che, convinto com’era che l’Albania, e quindi Roma, si sarebbero salvati solo grazie all’abilità strategica del Kastriota, ordinò ai principi albanesi di sottomettersi a quest’ultimo, minacciando la scomunica per chiunque si fosse rifiutato. Grazie all’intervento del papa e del Regno di Napoli, i principi albanesi si videro costretti ad accettare il governo assoluto di Skanderbeg e, anzi, di gareggiare fra di loro per mettersi in mostra e guadagnare prestigio ai suoi occhi: non più signori, quindi, ma feudatari del Kastriota.

Riavuta l’unità della lega Giorgio Kastriota si preparò al successivo attacco dei Turchi che avvenne nella primavera del 1453 ad opera del generale turco Ibrahim Bey. Lo scontro avvenne a Scopje, fuori, quindi, dal territorio kastriota, e il Bey venne sconfitto. I turchi ebbero tremila morti e altrettanti di prigionieri e feriti e lostesso Bey, vecchio compagno d’armi del Kastriota, perse la vita per mano sua. Il sultano, però, si rifaceva di questa sconfitta conquistando, il 29 maggio del 1453, Costantinopoli. Forte di questa conquista Mehmed II dichiarò guerra a tutti i vicini e, quindi, anche all’Albania. Finalmente l’Europa ebbe paura del turco che proclamava ai quattro venti che voleva distruggere la cristianità e Roma. Skanderbeg non poteva rimanere sulla difensiva e, avendo bisogno di uomini e armi, mandò delegati a Roma, Napoli, Venzia e Ragusa. Non ottenendo risposte positive, nel 1453 si recò di persona a Napoli riuscendo, alla fine, a convincere Alfonso a inviare uomini e armi. Intervenne, a questo punto, la Repubblica di Ragusa che propose una coalizione balcanica con Ungheresi, Serbi e Albanesi. Venuti a conoscenza di queste trattative i Turchi attaccarono la Serbia ma l’intervento rapido di Hunyadi inflisse loro una pesante sconfitta. La stessa cosa non successe,invece, a Issà Bey Evrenos posto dal sultano a capo della spedizione contro l’Albania. Mentre il Bey organizzava la spedizione, Skanderbeg, grazie all’artiglieria fornitagli dall’Aragonese con millecinquecento uomini d’arme da fuoco, decise di porre l’assedio a Berati, città meno fortificata della più importante Sfetigrad, facendo, comunque, credere ai Turchi che avrebbe attaccato proprio quest’ultima. Tutto sembrava andare per il verso giusto se non fosse avvenuto il tradimento di Mosè di Dibra, di cui abbiamo già parlato prima. Egli avvisò il comandante del castello dei piani del Kastriota e quello ebbe tutto il tempo di avvisare Issà Bey affinché accorresse in soccorso di Berati, vero obiettivo del principe albanese. Skanderbeg, ignaro di tutto, attaccò con i suoi quattordicimila uomini la fortezza e dopo avere aperto una breccia nelle mura si vide proporre dal comandante delle forze turche una resa a queste condizioni: gli fosse stato dato un mese di tempo e se nel frattempo non ci fossero state novità, avrebbe ceduto il forte a Skanderbeg senza resistenza. Il vantaggio  per gli Albanesi sarebbe stato che avrebbero conquistato Berati senza colpo ferire. Skanderbeg non avrebbe voluto accettare quella proposta e avrebbe voluto attaccare la fortezza per chiudere definitivamente la partita, i suoi comandanti, invece, lo costrinsero ad accettare dando, però, al comandante turco solo undici giorni di tempo.

I Turchi furono contenti di questa controproposta e Skanderbeg, che nel frattempo aveva saputo del tradimento di Mosè di Dibra, si ritirò con la sua guardia a Dibra, dove gli abitanti si mostrarono fedeli a lui e contro Mosè. A capo dell’assedio lasciò, commettendo un grave errore, il cognato Musacchio Thopia, poco più che un ragazzo e senza alcuna esperienza militare. I porporati che il Kastriota lasciò presso di esso non lo aiutarono affatto e anzi sembrava aspirassero ad una sconfitta per avere ragione agli occhi del capo albanese. L’esercito perse ogni senso di disciplina, non fu presa nessuna precauzione e, soprattutto, non fu fatto nessun turno di guardia. Un esercito assediante così combinato fu facile preda di Issà Bey Evrenos che lo sconfisse massacrando cinquemila uomini, fra cui il giovane cognato di Kastriota, e mettendo in fuga il resto dell’esercito. Skanderbeg stava ritornando da Dibra quando incontrò i primi fuggiaschi. Diede allora ordine alla guardia di attaccare i venticinquemila Turchi onde impedir loro di potersi riunire agli altri cinquemila del castello e riorganizzarsi. La sproporzione era elevata ma, malgrado ciò, riuscì a salvare i fuggiaschi e ad impedire ai Turchi di inseguirli.

Issà Bey Evrenos, dopo aver fortificato Berati, ritornò ad Adrianopoli dove fu accolto come un eroe dato che era stato il primo a potersi vantare di aver sconfitto l’esercito di Giorgio Kastriota Skanderbeg. Anche Mosè di Dibra era giunto, nel frattempo, ad Adrianopoli e aveva chiesto al sultano un esercito di quindicimila uomini con cui prometteva di distruggere il Kastriota e il suo esercito, pretendeva, in cambio, la nomina a re d’Albania. Ottenuto quanto chiedeva, partì alla volta dell’Albania dove si accampò a Oranico. Qui venne affrontato da Skanderbeg con un esercito di dodicimila uomini impazienti di vendicare i morti di Berati. I Turchi subirono una tragica sconfitta lasciando a terra diecimila morti. Mosè di Dibra riuscì a salvarsi e a ritornare ad  Adrianopoli dove, però, l’accorse il disprezzo del sultano. Poco tempo dopo, circondato dal discredito e dall’odio dei turchi, non riuscì più a vivere ad Adrianopoli e, come un novello figliol prodigo, ritornò dal Kastriota pronto a subire la sua punizione. Skanderbeg non solo lo perdonò, ma gli restituì i suoi titoli e la sua dignità.

Giorgio Kastriota Skanderbeg, nel 1456, divenne padre di un maschietto che venne chiamato Gjon (Giovanni), come il nonno. La sua gioia fu immensa, ma durò poco. Qualche giorno dopo, infatti, Hamza Kastriota, sopraffatto dalla gelosia, tradì, anch’egli, lo zio e scappò con la sua famiglia ad Adrianopoli dal sultano.

Nell’estate del 1457 Hamza Kastriota, con un esercito di cinquantamila uomini al comando di Isac Daut pascià, entrò  in Albania e andò ad accamparsi ad Albulena, nella pianura di Mat, vicino a Kruja. Skanderbeg aveva un esercito di diciottomila uomini, di cui cinquemila erano stati spediti dagli alleati e duecento dal papa, e assieme ad essi si allontanò senza provocare il nemico. Passavano i giorni e gli Albanesi non si facevano vedere. I Turchi cominciarono a pensare che Skanderbeg fosse scappato abbandonando il suo paese. Questo non era il pensiero di Hamza che pensava lo zio stesse progettando qualcosa di mai tentato e invitava i suoi uomini a stare all’erta e a non muoversi dall’accampamento. L’attesa, davvero snervante, finì per stancare i Turchi che cominciarono a non essere più vigili nei turni di guardia, nelle ronde e nei pattugliamenti divenuti sempre più radi. Gli uomini di Skanderbeg erano, invece, sempre vigili e mentre l’accampamento era in festa per l’incoronazione di Hamza, fatta dal pascià in nome del sultano, a re d’Albania, nella notte occuparono i monti attorno ad Albulenta e, all’improvviso, piombarono, da più punti, nell’accam-pamento distruggendo i Turchi. Ventimila islamici persero la vita, furono presi millecinquecento prigionieri, fra cui lo stesso Hamza, e l’intero accampamento finì nelle mani dei vincitori. Così come era avvenuto prima per Mosè di Dibra, anche Hamza fu perdonato ma dovette tentare di tornare, di nascosto, ad Adrianopoli per recuperare la famiglia che lì s’era rifugiata.

L’ennesima sconfitta fu accusata dal sultano che decise di scendere in campo, così come aveva fatto il padre, lui direttamente per chiudere, definitivamente, la pratica Albania che gli impediva l’accesso all’Italia ma, per far ciò, aveva bisogno di tempo per organizzare il suo esercito. Fu per questo che mandò messaggere a Skanderbeg a proporgli una tregua di tre anni. Tale tregua fu rifiutata anche perché il papa aveva mandato in Albania messaggeri a comunicare al Kastriota che stava preparando una crociata a capo della quale aveva deciso di mettere lui. Il sultano fu costretto a continuare la guerra e non essendo ancora in grado di un attacco frontale, cambiò tattica cercando di fiaccare gli albanesi con ripetute incursioni. Tali incursioni vennero tutte bloccate al confine e Mehemed II fu costretto a richiedere la pace. Skanderbeg avrebbe voluto rifiutare ma dovette, invece, cambiare idea e firmare il trattato perché Ferdinando, successore di Alfonso d’Aragona, era assediato a Barletta da alcuni baroni ribelli che pretendevano di mettere sul trono il pretendente angioino. Fu così che Giorgio Kastriota, così come era avvenuto nel 1448 con Demetrio Reres venuto in Calabria per riportare all’obbedienza i baroni che s’erano ribellati ad Alfonso I d’Aragona, scese in Italia con cinquemila uomini, combattendo dall’autunno del 1461 alla primavera del 1462, anno in cui sconfisse definitivamente i francesi angioini. Il re di Napoli lo ringraziò assegnandogli una pensione di 1200 ducati l’anno e dandogli in feudo le città di Trani, Gargano e San Giovanni Rotondo. 

Ritornato in patria, trovò la situazione albanese piuttosto aggravata e ostile nei suoi confronti. Mentre egli proponeva di rompere la pace con il sultano, i nobili si opponevano memori del fatto che il loro paese in quell’anno di pace aveva visto crescere il benessere. Ancora una volta venne in suo aiuto il vescovo Paolo Angelo che fece capire loro come un’Albania divisa sarebbe stata facile preda dei Turchi, mentre una Albania unita sarebbe riuscita ad opporsi alle pretese islamiche di distruggere i cristiani e il cristianesimo e spiegando che quella contro il sultano non era solo una guerra per la patria, era, soprattutto, una guerra per la fede e, quindi, una guerra santa.

Mehmed non tardò ad organizzare una spedizione contro gli Albanesi e mandò Sheremet Bey con un esercito di quattordicimila uomini che Skanderbeg sconfisse dopo averli fatto cadere in trappola vicino al lago di Ocrida. Moriva, intanto, il papa e con lui l’idea e l’esercito che avrebbe dovuto combattere la nuova crociata. Skanderbeg restava solo a combattere contro il sultano turco che gli mandò contro Ballan pascià Badera, un albanese rinnegato, con un esercito di diciottomila uomini. Anche lui, comunque fu sconfitto a Valcalia. Ballan, però, non si arrese e ritornò ancora per altre tre volte raccogliendo ancora sconfitte.

Se tutte queste vittorie portarono popolarità e onore a Skanderbeg, arrecarono, però, stenti e spossatezza al popolo albanese che nel 1466 riuscì in maniera tragica a superare l’inverno e arrivare fino alla primavera.

Mehmed II in persona alla testa di un esercito di centocinquantamila uomini entrò in Albania e pose sotto assedio Kruja con l’idea di sterminare quel popolo che mai aveva abbassato la testa davanti ad un sovrano straniero. La resistenza di Kruja fu energica ed eroica e dopo due mesi di inutili tentativi, il sultano, assalito, oltretutto, dagli uomini di Skanderbrg nelle retrovie, fu costretto a ritirarsi lasciando a Ballaban pascià il compito di continuare l’assedio. Malgrado l’inferiorità numerica e la stanchezza dei suoi uomini il Kastriota riuscì a sconfiggere il Ballaban che, anzi, perse la vita.

Nel 1467, il sultano volendo cancellare la smacco subito l’anno prima a Kruja, ripartì alla testa di tutto il suo esercito verso l’Albania. Penetrato per l’antica via Egnatia, si scontrò una prima volta con gli albanesi a Buzurshek, presso Elbasan, dove ottenne la sua prima vittoria. Procedette, poi, verso Kruja distruggendo tutto quello che incontrava lungo la sua strada e costringendo molte famiglie albanesi delle regioni litoranee a fuggire verso l’Italia. La fortezza di Kruja venne assediata per la terza volta e oppose, ancora una volta, una resistenza eroica e talmente energica da costringere il Turco ad abbandonare il campo dopo solo tre settimane di strenue ed inutili battaglie, permettendo a Skanderbeg di liberare, per la terza volta, la sua capitale.

Mentre si preparava ad organizzare una nuova assemblea a Lezha, che avrebbe dovuto  ricostituire la lega del 1444, un nuovo esercito turco formato da quindicimila uomini, malgrado fosse inverno, mosse contro l’Albania. Skanderbeg si stava preparando ad andare ad affrontarlo quando venne colpito da una febbre malarica che lo costrinse a letto. La sua guardia affrontò senza di lui la minaccia turca ricacciandola indietro. La notizia della vittoria arrivò a Giorgio Kastriota Skanderbeg poco prima che spirasse. Egli morì a Lezha il 17 gennaio del 1468.

Per altri undici anni ancora il popolo albanese, unito nella fede e nel ricordo del suo eroe Skanderbeg, riuscì ad opporre resistenza al sultano che riuscì a conquistare Kruja solo nel 1478. Mehmed II fece ammazzare tutti gli uomini e rese schiavi tutte le donne e i bambini, riuscendo solo in minima parte a vendicarsi di tutte le umiliazioni subite dal Kastriota.

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