GLI ARBËRESHË D’ITALIA

 

( Parte X: I Luoghi degli arbëreshë in Italia)

Regione Molise

I casali fondati o ripopolati dagli Arbëreshë durante la loro continua migrazione verso l’Italia sono davvero molti e toccano tutta l’Italia: dalla Lombardia alla Sicilia. Villaggi di origine arbëreshë si trovano, infatti, in Lombardia, Veneto, Emila- Romagna, Marche, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia.

Non tutti di questi insediamenti hanno conservato la religione e la cultura, molti le hanno perse e resta solo nella memoria storica la loro origine.

Parleremo di alcuni di questi villaggi arbëreshë, essenzialmente di quelli che hanno conservato la religione e il rito o, quantomeno, una delle due cose.

Abbozziamo, comunque e sperando di non dimenticarne qualcuno, un elenco per regione:

Regione Lombardia: Pieve Porto Morone (provincia di Pavia)                                            

Regione Veneto:  Venezia

Regione Emilia-Romagna: Bosco Tosca, Boscone e Pievetta (tutti in provincia di Piacenza)

Regione Marche: Fabriano, Iesi, Loreto e Ostra (provincia di Ancona), Cingoli, Recanati e San Severino Marche (provincia di Macerata), Ascoli Piceno, Porta San Giorgio e Fermo (provincia di Ascoli P.)

Regione Molise: Campomarino, Colle di Lauro, Montecilfone, Portocannone, San Giacomo degli Schiavoni, San Martino in Pensilis, Santacroce di Magliano, Sant’Elena Sannita e Ururi (tutti in provincia di Campobasso)

Regione Campania: Greci (Avellino), Ginestra degli Schiavoni (Beneventi)

Regione Basilicata: Barile, Ginestra, Maschito, San Costantino Albanese, San Paolo Albanese e Brindisi di Montagna (tutti in provincia di Potenza)

Regione Puglia: Casalnuovo di Monterotaro, Caselvecchio, Castelluccio di Sauri, Chiesti, Faeto, Monteleone di Puglia, Monte Sant’Angelo, Panni, San Giovanni Rotondo e San Paolo di Civitate (in provincia di Foggia), Galatina, Martignano e Soleto (in provincia di Lecce), Carotino, Castelluccio dei Sauri, Crispiano, Civitella, Faggiano, Fragagnano, Monteiasi, Monteparano, Roccaforzata, San Crisperi, San Giorgio Jonico, San Martino, San Marzano di San Giuseppe, Sternatia e Zollino (in provincia di Taranto) 

Regione Calabria: Amato, Andali, Arietta, Caraffa, Curinga, Gizzeria, Marcedusa, Vena di Maida, Zagariese e Zangarona (in provincia di Catanzaro), Acquaformosa, Cavallerizzo, Cervicati, Cerzeto, Civita, Castroreggio, Eiannina, Falconara, Farneta, Firmo, Frascineto, Ioggi, Lungro, Macchia, Marri, Mongrassano, Plataci, Rota Greca, San Basile, San Benedetto Ullano, Santa Caterina, San Cosmo,  San demetrio Corone, San Giorgio, San Lorenzo del Vallo, San Martino di Finita, Santa Sofia d’Epiro, Serra di Leo, Spezzano e Vaccarizo 8in provincia di Cosenza), Belvedere Spinelli, Carlizzi, Monte Spinello, Pallagorio, San Nicola dell’Alto e Zinga (in provincia di Crotone), Casalnuovo (in provincia di Reggio Calabria)

Regione Sicilia: Sant’Angelo di Muxaro (in provincia di Agrigento), Bronte, Biancavilla e San Michele di Ganzaria (in provincia di Catania), Lipari (in provincia di Messina), Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi e Santa Cristina Gela (In provincia di Palermo)  

Come si può vedere il maggior numero di insediamenti sono in Calabria e proprio qui la maggioranza hanno conservato sia il rito che la lingua.

 Dalla ricerca da noi fatta, abbiamo rilevato che tra i comuni di origine arbëreshë che hanno mantenuto lingua e cultura sono quattro comuni del Molise e cioè: Campomarino, Montecilfone,  Portocannone e Ururi, che lottano e s’impegnano per mantenere intatta la loro identità e la loro cultura. Tutti e quattro le cittadine esistevano già prima dell’arrivo degli Albanesi che avvenne intorno al XV secolo in seguito all’aiuto che Giorgio Kastriota Skanderberg diede al re Ferrante I d’Aragona a cui mandò un esercito di 5.000 uomini per combattere contro il suo nemico Giovanni d’Angiò. Ferrante I si sdebitò col Kastriota autorizzando i suoi uomini a ripopolare quei quattro villaggi che erano stati danneggiati dal terremoto del 1456.

 Comune di Campomarino (Këmarin in arbëreshë)

I resti trovati durante gli scavi del 1980, in località Arcora, risalgono al IX-XVIII secolo a.c. e, di conseguenza, si deve supporre che il territorio di Campomarino sia stato abitato fin da quel secolo. Più volte distrutta dalle invasioni barbariche, riuscì sempre a risollevarsi e divenire un importante centro longobardo e normanno.

Nel medioevo ebbe una storia molto travagliata, infatti, durante il periodo angioino appartenne alla famiglia Aineto per poi passare nel XV sec. ai Monforte che, successivamente, la donarono alla Corte Regia. Il terremoto del 1456 lo colpì duramente, facendolo spopolare.

Gli albanesi arrivati nel XV sec. lo ricostruirono e lo ripopolarono, portando con loro la loro cultura, la loro lingua che, ancora oggi, Campomarinesi conservano gelosamente.

Anticamente Campomarino era posta sul mare, oggi il centro dista dalla costa un paio di Km e nato sul mare la frazione di Campomarino Lido che è, turisticamente, piuttosto  sviluppata essendo dotata di infrastrutture e servizi turistici di primordine.

A Campomarino centro si trova la chiesa di Santa Maria a Mare costruita tra il XII e il XIII secolo in stile romanico e restaurata nel 1710. I resti più antichi sono le abside e la cripta, appartenenti alla prima costruzione. La Cripta è stata costruita con l’impiego, anche, di elementi romani di spoglio, fra cui, dei capitelli a motivi vegetali. Sempre nella cripta è possibile ammirare un affresco quattrocentesco che mostra San Nicola e San Demetrio, quest’ultimo raffigurato mentre combatte contro un turco.

 

Comune di Montecilfone (Munxhufuni in arbëreshë)

 

Le prime notizie di Montecilfone si hanno nel 1102 col nome di Mons Gilliani. Nel 1309 venne chiamato Castrum Gylphoni per poi, nel 1325, cambiarlo in quello di Mons Gilfonis e, nel 1328, in quello di Mongefoni. Nel 1608, poi, assunse il nome di Moncilfoni.

 Sono state trovate reperti di epoca romana come: monete di Caligola, una lapide romana pentagonale, alcune statuette di bronzo e argento, molti vasi di terracotta e lacune tombe. Non si hanno resti medievali anche se, nei registri angioini, si trovano sue notizie fin dal 1270 per un fortino posto a difesa di un ordine religioso cavalleresco.

Anch’esso distrutto e spopolato dal terremoto del 1456, venne ripopolato e ricostruito dagli Albanesi, scappati dal loro paese dopo l’invasione turca. A distanza di secoli conserva, ancora, lingua e tradizioni albanesi e nel cuore della gente resta ancora celata la disperazione dei loro antenati sintetizzata in un saluto che vibra emozioni e ricordi: GHIJAKU SHPRJSHUR ( Sangue disperso). E in questo saluto è chiusa tutta la storia di un popolo oppresso dalla denominazione turca. 

 

Comune di Portocannone (Portkanuni in arbëreshë)

 

Portocannone ha una popolazione di origine albanese pur non essendo nato con gli Albanesi.  Il paese, infatti, fu fondato dai popoli latini già nel 1046 in una località chiamata Castelli che si trova nei pressi dell’attuale cimitero.

Nel 1137 era chiamata Portocandesium ma, nel 1320 fu rinominata col nome di Portocanduni.

Anche Portocannone venne distrutta dal terribile terremoto che colpi la zona nel 1456 e fu, quindi, come già i primi due paesi di cui abbiamo parlato, ricostruita e ripopolata dagli immigrati albanesi fuggiti dall’Albania. Ancora oggi mantiene integra la sua cultura e, appunto per questo, nel 1995 si è gemellato con la città di Kruje, un centro a soli 20 km da Tirana, volendo, con questo evento, ritornare alle antiche radici della storia della colonia albanese.

Il monumento più pregevole è il palazzo baronale, costruito fra il 1735 e il 1742 dal barone Carlo Diego Cinni. Oggi è di proprietà della famiglia Tanasso. Ristrutturato nel 1915, il palazzo è dotato, al piano terra di magazzini e di un patio al centro. Il secondo piano è quello abitato e presenta numerose stanze ove si possono ammirare splendidi affreschi e mobili d’epoca. All’ultimo piano si trova un portico aggettante e un loggiato con prospiciente giardino.

Tra le feste e le tradizioni vanno ricordate la “Carrese”, una gara tra due carri in onore  della Beata Vergine Santissima di Costantinopoli, padrona del paese.

 

Comune di Ururi (Ruri in arbëreshë)

 

Ururi sorge attorno a un monastero benedettino costruito attorno al mille: il casale Aurole, a 262 metri dal livello del mare. Oggi non si trovano resti murari che possano indicare il luogo della esistenza del monastero e del Casale, anche se si suppone che essi sorgessero nella parte più alta dell’attuale abitato. Anche Ururi a seguito del terremoto del 1456 fu abbandonato.

La storia di Ururi, fra i paesi di origine albanese del Molise, è, sicuramente, la più tormentata. Grazie alla benevolenza del Vescovo di Larino, gli Arbëreshë acquisirono il diritto di abitarlo nel 1465 a seguito dell’aiuto dato da Skanderberg a sconfiggere i nemici di Ferrante I, fra cui molti signorotti di Larino. I Larinati, poi, dopo vari contrasti, diedero fuoco, nel 1540, a Ururi, costringendo gli abitanti ad abbandonarlo. Nel 1583, però, gli Arbëreshë ritornarono, ricostruirono Ururi e vi si stabilirono stabilmente. Il forte legame che questo popolo continua ad avere con le sue origini è rappresentato dalla lingua arbëreshë che ancora oggi è viva.

La principale risorsa economica è l’agricoltura di cui le principali colture sono l’olio, il grano, il girasole e la vite.

La festa più importante è la Carrese che si svolge, ogni anno, il 3 maggio, in onore del santo Padrone che è il SS Legno della Croce di cui si conserva una reliquia nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie.

 

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