GLI
ARBËRESHË D’ITALIA
di
Nicola La Barbera

( Parte VII: Le Migrazioni)
Le migrazioni degli Arbëreshë in Italia avvennero in periodi diversi e i primi emigranti non furono profughi o esuli ma soldati spediti in Italia a difendere il regno di Napoli.
La prima spedizione avvenne nel 1444 quando un esercito albanese venne in Italia, spedito da Giorgio Kastriota, al comando di Demetrio Reres e dei suoi fratelli Giorgio e Basile, a difendere Alfonso d’Aragona dagli attacchi degli Angioini.
L’intervento degli Arbëreshë fu decisivo tanto che, per premiarli, il re aragonese nominò Demetrio Reres governatore della Calabria e chiese ai fratelli di andare in Sicilia.
Alla fine del conflitto, poi, molti soldati di Demetrio si stabilirono in Calabria dove nella provincia di Catanzaro fondarono le più antiche colonie calabresi in Italia.
Gli Albanesi andati in Sicilia al seguito di Giorgio e Basile si stabilirono in una fortezza vicino Mazara per poi spostarsi a Calatamauro e da lì a Contessa Entellina, Mezzojuso e Palazzo Adriano, antichi casali ormai da tempo abbandonati e spopolati.
Qualche anno dopo, era il 1461, fu lo stesso Skanderbeg a sbarcare in Italia per portare aiuto a Ferrante d’Aragona succeduto al padre Alfonso.
Anche stavolta parecchi soldati rimasero in Italia stabilendosi in Puglia, Calabria e Sicilia, nelle proprietà che il Kastriota e gli altri capitani avevano avuto dal re di Napoli quale ringraziamento per l’aiuto militare avuto.
Il terzo passaggio di Albanesi in Italia avvenne nel 1467, anno in cui alcuni nobili chiesero a Giovanni d’Aragona di potersi stabilire, con le loro famiglie, nelle colonie già esistenti in Sicilia. Ottenuto il permesso, alcuni Albanesi facenti parte delle famiglie Pravatà, Gropa, Cuccia e Manes si trasferirono nell’isola siciliana.
Alla morte di Giorgio Kastriota Skanderbeg, dopo le invasioni turche, si ebbero le più importanti migrazioni, ad opera non più di soldati ma di intere famiglie di profughi.
Durante tre secoli, dalla metà del XV secolo e fino alla metà del XVIII, vi fu il passaggio di un popolo che lasciava il suo paese per andare a vivere in altro non suo e ai più sconosciuto, anche se un paese amico con cui i nobili albanesi avevano intensificato i rapporti grazie al matrimonio del principe Pietro Antonio Sanseverino di Bisignano con Irene Kastriota, nipote dello Skanderbeg.
Gli Albanesi, comunque, nell’Italia meridionale vennero ben accolti: sia perché considerati martiri della religione cristiana per avere combattuto e rallentato l’avanzata dei Turchi e sia perché anni di carestie e pestilenze avevano causato una forte crisi demografica con forte calo della produzione agricola e abbandono delle campagne e dei centri rurali sui cui abitanti gravavano imposizioni fiscali sempre più esose. Ai profughi albanesi vennero fatte delle proposte molto allettanti e vantaggiose di cui ricordiamo, ad esempio, quella fatta dai re aragonesi che dimezzavano i tributi per cinquanta anni.
Gli insediamenti dei nuovi coloni venivano sempre preceduti dalla emissione di una regolare autorizzazione, la “licentia populandi”, a cui seguiva, poi, la stipula di appositi capitolati di fondazione che erano dei veri e propri atti notarili che stabilivano diritti e doveri dei contraenti.
Va però detto che molti insediamenti non furono vere fondazioni ma, piuttosto, il ripopolamento di vecchi casali che grazie agli arbëreshë venivano reinseriti nel circuito produttivo.
La migrazione albanese s’è sviluppata nel giro di tre secoli ma allo stato delle conoscenze attuali non si è in grado di stabilire i limiti cronologici dei singoli spostamenti. Accurate ricerche e studi fatti negli ultimi anni ci hanno fatto capire che piccoli e sporadici gruppi, per lo più nuclei familiari, originari di centri portuali come Durazzo, Dulcigno e Antivari, si spostarono, fra la fine del XIII secolo e la fine del XIV, verso le regioni costiere dell’Italia centrale e meridionali, fino in Sicilia, dove forte era la richiesta di manodopera. Questo particolare fenomeno migratorio non ebbe alcuno effetto sul piano della politica di colonizzazione interna né, tantomeno, sulla politica internazionale.
Ben diversi furono, invece, gli effetti dell’esodo massiccio avvenuto dopo la morte dell’eroe nazionale albanese Skanderbeg. A tale massiccio esodo vanno collegate le fondazioni di parecchi casali, avvenute quasi tutte nell’ultimo quarto del XV secolo.
Il flusso migratorio, comunque, non si fermò e continuò, ininterrottamente, man mano che si espandeva l’invasione turca e, infatti, dal 1517 al 1534 vi furono parecchi esodi che videro partire diverse famiglie albanesi alla volta dell’Italia. Ma ancora più numerosi furono i profughi portati in Italia dalle navi di Carlo V quando questi fu costretto a lasciare l’Albania dopo aver perso la fortezza di Corone.
Il flusso continuò ancora nei decenni successivi senza, però, avere più il carattere di esodo.
Tale carattere, invece, lo ebbe il flusso migratorio avvenuto nella prima metà del secolo XVIII quando un gruppo di Albanesi si spostò in Italia, a Villa Badessa, nella provincia di Pescara, ultimo casale fondato dai profughi albanesi.
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