Perversione e normalità. Dove il confine?

 Luisa Nucera

 

3 maggio 2010

Indagini di tipo statistico-sociologico si occupano della condizione di disagio dell’uomo d’oggi e del suo modus vivendi riportando dati inquietanti. Analisi spesso impietose che fanno dell’uomo un eterno adolescente smarrito alla ricerca di valori ed un cittadino immerso in una società in continuo divenire, vittima di un nichilismo aberrante e difficile da combattere. Il consumismo dell’era virtuale ha proiettato giovani ed adulti in un flusso on line continuo che vuole essere vissuto a tutti i costi e che lenisce la speranza, dato che manca il senso della progettualità. Calarsi in esso significa cancellare le prospettive del futuro annullando ogni possibile forma di consapevolezza. Ma cos’è il disagio in una società modernizzata? Cosa rappresenta in un mondo ormai economicamente evoluto, dove la condizione di ben-essere psico-fisico dovrebbe essere al top? Il disagio è una caratteristica dell’esistenza; una condizione di malessere che ci fa sentire inadeguati a certe situazioni e inappropriati in determinati contesti. Una sensazione che potrebbe essere transitoria o permanente, a seconda della percezione del tempo che, ahimè, nel disagio, muta inevitabilmente. Un disagio dapprima privato ma che può, a lungo andare, coinvolgere l’intera società:  generatore di devianze nelle sue più svariate forme di azione all’interno di un gruppo sociale. Il corpo ne risente con i suoi acciacchi, espressione di un problema interiore profondo, maschere somatiche del malessere psichico. Una delle forme più comuni di devianza è la perversione sessuale. Il termine perversione dovrebbe però intendersi in senso strettamente medico-biologico e non etico, ovvero considerando comportamento perverso tutto ciò che contrasta col piacere. Dove c’è piacere manca la perversione e viceversa. L’uno dovrebbe negare l’altra. La perversione umana scaturisce dalla pulsione. Nella sessualità l’aggressività è quella maggiormente coinvolta. Il comportamento del perverso ubbidisce ad un rituale precedente l’azione, un copione rigido risalente a tempi molto remoti, persino alla primissima infanzia. In età adulta, la perversione diventa  la forma erotica dell’odio i cui risvolti riempiono intere pagine dei quotidiani nazionali che divulgano pedofilia, pedopornografia, masochismo, pratiche sadomaso, voyeurismo, e chi più ne ha più ne metta.

Un mix di sadismo e di erotismo che a volte è la risultante di un trauma relativo al percorso di evoluzione dell’individuo; un trauma mai elaborato. Il comportamento perverso viene messo in atto per non affrontare l’angoscia del trauma; per negarla.  Se essa verrà sempre rimossa e negata, la perversione diventerà necessaria alla sopravvivenza.

Il pedofilo, che è un soggetto traumatizzato, si pone nella condizione del bambino trasformando se stesso in una madre seduttiva per tentare, praticamente, di ricucire il legame con sua madre; il voyeurista sfrutta l’immagine per il proprio piacere riportando la sua mente e il suo corpo ad una sorta di regressione primitiva, quando mostrarsi era l’unico modo per relazionarsi con gli altri.

 

L’ esibizione della privacy rappresenta l’espressione più loquace di una società malata e narcisistica in cui la perversione è il prodotto di una nevrosi scaturita dalla violazione di norme sociali solitamente condivise. “Quando non ci sono le grandi lanterne che illuminano la vita….ognuno va avanti col proprio lanternino” ….Questa frase di Pirandello ritrae in modo aderente alla realtà il disorientamento generale della società percorsa da un sentimento di incertezza e di precarietà. In essa un atteggiamento forzatamente moralistico crea un distacco da parte dell’individuo che più ostenta perfezione nel rispetto della norma sociale, più si dissocia perché avverte dentro di sé l’alimentarsi di un’alternativa.

Il perverso è socialmente integrato: lavora, ha amici, una vita familiare e degli interessi. Diventa antisociale nel comportamento sessuale. Forse anche in lui l’impronta moralistica genera un alter-ego esattamente opposto alle aspettative. Qualunque atteggiamento unilaterale della coscienza determina una reazione compensativa che induce alla perversione.

Una generale incapacità di adattarsi a certe istituzioni o categorie che per qualche ragione la nostra psiche non accetta, un disagio  che diventa voglia di scomparire, voglia di non esserci, voglia di non appartenere più al mondo nel quale ci si trova catapultati, quasi per caso. Saremmo portati a credere che la nostra presenza sia più una necessità che un caso solo se riuscisse, attraverso una buona propagazione di messaggi sociali, ad andare oltre l’orientamento moralistico. La perversione potrebbe avere una valenza positiva nel momento in cui rappresentasse un segnale forte per una possibile trasformazione sociale futura. Si passerebbe così dalla perversione alla……conversione.