Fortunato Nocera “Colloquio con il padre”
Mario Nirta
Capita raramente, specie in un periodo in cui dai giudici alle pornostar scrivono tutti, anche se in compenso pochissimi leggono, d’imbattersi in un buon libro tanto coinvolgente da centellinarlo pur di non vederlo finire presto.
Odora di bucato, ed ha un ammaliante sapore di antico “Colloquio con il padre”, “La Città del sole editrice”, di Fortunato Nocera. Il quale, convinto che solo conoscendo il nostro passato si può capire il nostro poco allegro presente, profonde fior di energie in ricerche nell’ambito storico-locale, raggiungendo, infine, ottimi risultati che ha poi divulgato nei suoi scritti, mai banali, mai scontati, ma sempre chiari e interessanti.
Dotato di cultura enciclopedica, per quanto si compianga spesso di una presunta smemoratezza che magari salta fuori nelle piccolezze quotidiane ma che non affiora mai nel campo culturale, Fortunato Nocera, più che uno scrittore, è uno storico che, circoscritta da tempo la sua ricerca sul nostro territorio, pur non disdegnando qualche puntatina in quello altrui, ne è diventato ormai un’autorità.
Quindi, storico appassionato ed a tempo pieno ormai, per fortuna, dello storico, per così dire ufficiale, accademico insomma, ha si la passione per la ricerca ma non la saccenza ed ancor meno la prosopopea. Perciò la sua narrazione, priva di arzigogoli e riboboli, e quindi sempre scorrevole ed efficace, ricorda molto gli storici inglesi per i quali la storia è, come dovrebbe essere del resto, un racconto.
Ed un racconto, o quasi una favola, è “Colloquio con il padre”, nel quale il Nocera non ha tesi da sostenere e tanto meno messaggi da lanciare a chissà chi, come fanno gli scrittori “impegnati” il cui massimo impegno sembra essere quello di non farsi capire. Niente di tutto ciò. Fortunato Nocera, attento a non prevaricare dal suo ruolo di interlocutore, abbastanza discreto peraltro, lascia parlare il padre. Ed, attraverso le sue parole e le sue vicissitudini, ci presenta un microcosmo – uno dei tanti microcosmi identici a tanti altri del Profondo Sud – che gradatamente si slarga sino ad abbracciare vari continenti per poi rientrare nell’alveo di un paese dove i giorni sono uno la fotocopia dell’altro.
E, come nei tempi passati, pare di stare attorno al braciere e risentire il nonno, che, data un’occhiata in giro per assicurarsi l’attenzione dei presenti, partiva con “C’era una volta …” Ed è “nu cuntu”, un racconto, quasi fiabesco si direbbe, se non fosse che tutto ciò che narra è terribilmente vero, quello dell’anziano genitore del Nocera che con tono sommesso, senza mai alzare la voce, neppure davanti alle più patenti ingiustizie, ci guida attraverso più di un secolo, facendoci riscoprire modi di essere, usi e costumi ormai più rimossi che dimenticati.
“Volarono anni corti come giorni”, scriveva Montale. E se quanto affermato dal poeta può anche essere vero per quel che concerne un periodo che va, grosso modo, dalla metà degli anni ’60 ai nostri giorni, nostri giorni compresi, non s’attaglia certo agli anni precedenti che per chi li ha vissuti e soprattutto sofferti, trascorsero così lentamente da sembrare immobili. Per cui, parafrasando il poeta, potremmo dire che “non volarono”, ma “restarono fermi anni lunghi come secoli”.
E furono per Rocco Nocera, uomo che fu sì anziano ma mai vecchio, nemmeno negli ultimi mesi di vita, anni non lunghi ma interminabili addirittura. E che se gli regalarono qualche rara gioia, se la fecero ripagare, ed anche con gli interessi, non risparmiandogli alcuna traversia.
Sempre intriso d’umana pietà e cristiana rassegnazione, questo libro che abbraccia più di un paio di generazioni, narra la vita dei poveri, dei dimenticati che pur nati perdenti perfino in un mondo di sconfitti, non perdono mai la speranza di approdare, in virtù della forza d’animo, del sacrificio, delle rinunce e soprattutto del lavoro – le rare volte in cui lo si ottiene - a lidi migliori.
E’ acqua fresca, limpida di fonte quella che scorre nelle pagine del libro. Ed è una gioia dissetarsene soprattutto per la pulizia morale di questo gigantesco affresco che, senza spiantarti dal presente, ti prende per mano e ti accompagna lungo i sentieri della memoria. E tanto ti coinvolge, e tanto è privo dei fronzoli, che appesantiscono le opere dei “dotti”, che questo libro non lo si legge, ma lo si vive, ci si cammina dentro, lo si percorre pagina dopo pagina, senza sentire mai un briciolo di stanchezza, ed uscendone con la sana voglia di rivisitarlo.
E questo di Fortunato Nocera, uomo e storico di un’integrità e di una forza morale a prova di bomba, è il racconto di un padre che con le proprie vicende, narra quelle di tante altre persone e di un mondo povero di mezzi ma ricco di umanità, nel quale persino l’emigrazione, di solito “spes ultima dea”, delude ogni aspettativa. E parte sin dalla prima pagina questo documentario in bianco e nero che ad una prima lettura, pardon visione, può apparire disperato e magari disperante visto che vi imperversano tutte le sciagure che il buon Dio ha generosamente deciso di mandare sulla Terra: guerre, disoccupazione, fame, prigionia, alluvioni, incidenti sul lavoro, interventi chirurguci sbagliati, niente è stato risparmiato a Rocco Nocera, protagonista del libro. Eppure, non lo si vede mai sconfitto, ricordando, anzi, quei pugili che pur andando diverse volte al tappeto ritrovano sempre la forza interiore di rialzarsi ed alla fine di vincere.
Perciò, questa opera narra, oltre al resto, la lotta di un uomo, in un certo senso un Ulisse di paese, contro le avversità che lo sballottano da un ambiente all’altro, da San Luca al Kenia, da qui all’Inghilterra, senza per questo fiaccarne le resistenze. E senza mai riuscire a fargli dimenticare la sua Itaca.
E’ la lotta di un uomo, assurto infine ad uomo-simbolo, che contro la guerra, contro le mafie, contro il potere perverso e contro le brutalità, contro le calamità naturali, resiste brandendo come sole armi quelle del lavoro, dell’onestà e, da buon sanluchese, della preghiera alla Madonna di Polsi.
E’ infine, la storia di un uomo che, forse perché il buon sangue non mente, somiglia tanto a Fortunato Nocera.
Mario Nirta