Fucilati nella Locride il 2 ottobre di centosessant’anni fa

Quei Martiri di Gerace dimenticati

Non si erano macchiati di crimini, ma furono puniti oltre misura

 di Giuseppe Italiano

 

     A centosessant’anni dalla loro fucilazione nella Piana di Gerace, chi si ricorda dei Cinque Martiri? Certamente non la storiografia ufficiale dei libri di testo. Eppure l’episodio storico non è da meno a quello, per esempio, di Pietro Micca, o di Ciro Menotti, o dei fratelli Bandiera, o di Enrico Toti.

     Sembra che una disdetta imperversi ancora su questa rivolta periferica, avvenuta nella Locride, e che ha anticipato di circa un anno le rivoluzioni del 1848.

     Nella Prefazione alla seconda edizione della Rivoluzione napoletana del 1799, Benedetto Croce considera che «nella storia, è grandissima quella che potrebbe dirsi l’efficacia dell’esperimento non riuscito, specie quando vi si aggiunga la consacrazione di un’eroica caduta».

     E spesso manca, in tali circostanze, nel cuore degli uomini, quella serenità di giudizio che possa garantire una giusta condanna o una giusta assoluzione. L’incalzare degli eventi spinge a pericolose enfasi, che spesso hanno stretto legame con la vendetta; anche se tutto può risultare legalizzato da processo; sommario quanto si vuole, ma pur sempre carismatico nella sua natura di incontaminabile atto  liturgico.

     Il mistero del processo è un libro di Luciano Satta, edito nel 1994 dall’Adelphi di Milano, che mette in guardia dall’abuso di quella che viene definita la «sacralità del processo». Satta lo definisce «un atto essenzialmente e per definizione antirivoluzionario»; e aggiunge che «il carattere antirivoluzionario non è specifico del processo, ma si trova già nella legge che lo precede».

     Centosessant’anni fa un processo pesantemente antirivoluzionario ha procurato ben cinque vittime, a chiusura di una rivolta che ha avuto il suo campo d’azione nella Locride. Sebbene la storiografia ufficiale abbia colpevolmente trascurato l’episodio, tuttavia i fatti vengono ricordati come quelli che hanno visto protagonisti i cinque Martiri di Gerace: cinque giovani, cioè, riconosciuti come capi della ribellione antiborbonica, e che hanno pagato con la vita i loro ideali di libertà. Allora il libro del Satta non c’era a ricordare e a spiegare alla Commissione Militare, per l’occasione costituitasi a Gerace, che il processo non doveva attuare vendetta. Ma vendetta ci fu; estrema fino al dramma finale.

     Rocco Verduci da Caraffa del Bianco, Domenico Salvadori da Bianco, Gaetano Ruffo da Bovalino, Michele Bello da Siderno e Pietro Mazzoni da Roccella furono fucilati nella Piana di Gerace il 2 ottobre 1847. Non si erano macchiati di crimini, ma il loro fervore liberale era stato espresso nelle forme più vistose e ingenue.

     E un coevo tentativo letterario tendente alla dimenticanza, e che suscita sicuramente profonda indignazione in chi ama la verità, si coglie con chiarezza impressionante in questo passo dello storico locale Pasquale Scaglione, tratto dal suo libro Storie di Locri e Gerace, del 1856: «Nel settembre poi dell’anno 1847 un fuoco fatuo di insana ribellione, ma precursore del vasto incendio, che nell’anno seguente invase buona parte d’Europa, si accese in Reggio, capoluogo di questa provincia, e qualche scintilla toccò pure il Distretto di Gerace, ma venne subito spenta, ed il popolo di Gerace si armò tutto, come un solo uomo, e minaccioso respinse le bravate di una masnada di più centinaia di uomini, che cercò di volere occupare la città nostra, per diffondere da questo punto il disordine per tutto il Distretto».

     Si noti la sufficienza disprezzava di quel poi («Nel settembre poi…»), che perde del tutto il suo valore grammaticale di avverbio di tempo, per assumere semantica di introduzione ad episodio incidentale, di poco conto, che lo storico locale si degna di ricordare per dovere di cronaca. Non un accenno ai Cinque.

     L’estrema condanna certamente fu sproporzionata ai fatti compiuti. Il governo borbonico fu severo perché si sentiva debole; ma furono drastici soprattutto gli esponenti locali filoborbonici e reazionari.

     E cade in acconcio concludere con queste parole di Benedetto Croce, contenute nella Prefazione di cui sopra, e che sono adattabili ai Cinque Martiri: «[…] le nostre simpatie personali sono per quei vinti contro quei vincitori; sono per i precursori dell’Italia nuova contro i conservatori dell’antica; sono pel fiore dell’intelligenza meridionale contro l’oppressione massima dell’oscurantismo internazionale. Ma per quei vinti e contro quei vincitori, ci è, di più, la ribellione del nostro sentimento etico; e la condanna non è qualcosa di vano o di superfluo: è una di quelle colonne infami che la civiltà deve innalzare per ricordare… ».  (Dall'alto: Domenico Salvadori, Michele Bello, Rocco Verduci, Gaetano Ruffo)