CULTURA & SPETTACOLO
IL MERIDIONALISMO INATTUALE
di Paolo Catalano
C’è un gran dibattere sul meridionalismo come base didattica per un nuovo processo di riconsiderazione di una civiltà troppo spesso delusa e relegata a “fatto” marginale nell’economia della cultura nazionale. Che ci sia una “questione meridionale” è fuori di dubbio e come essa sia una perdita netta per la cultura nazionale, solo i ciechi non se ne accorgerebbero. La questione è però su cosa essa debba costruirsi e acquisire così “inevitabilità” con cui fare i conti e con cui misurarsi. Alcuni studiosi pensano ancora all’unità come occasione persa, non per propri demeriti, ma per l’idea coloniale di cui era pervaso il Piemonte che assunse il ruolo di conquistatore di una terra troppo indifesa e, per certi versi, arcaica e debole tanto che fu facile ai piemontesi ridurla in servitù, stroncare i movimenti di resistenza che furono liquidati come “brigantaggio” predone e incominciare l’opera di demolizione di un’intera civiltà, della sua struttura industriale, del suo humus, e dei cardini su cui si poggiava. Questi studiosi indicano ancora nel separatismo l’unica opportunità per il Mezzogiorno e per la sua rinascita. Mi permetto di non essere d’accordo, credo che dobbiamo costruire alternative “inevitabili” nel senso della loro “essenzialità” entro una forte e generosa idea unitaria di Stato moderno. Unitarietà entro articolazioni creative con le loro peculiarità regionali. A mio avviso tutto questo non può che poggiarsi su un mito fondante, qualcosa che sia ciò che è stato per tanto tempo, per l’unità nazionale, il mito della Resistenza senza macchia e senza paura. Come questo mito sia stato demolito, giustamente, è sotto gli occhi di tutti. Ma quel mito era anche esso la spia della nostra marginalità nei governi e nella politica repubblicana, perché era chiaro che tale mito non ci comprendeva e che malgrado questo, soprattutto la sinistra, questo mito costruì e alimentò in modo determinante. Quindi dicevo che abbiamo bisogno di un mito, di qualcosa su cui costruire la nostra identità di meridionali per sfuggire ad una identità che oggi ci viene imposta da chi “ci racconta” a volte senza nemmeno prendersi la briga di conoscerci, vedi Giorgio Bocca e la pubblicistica settentrionale, che trova facile costruire la nostra identità sugli episodi criminosi che, si è voluto, avessimo esportato ed esportiamo in tutto il mondo. Ma il punto è che se tutto questo si è potuto verificare ciò è stato per qualche responsabilità anche nostra. E’ stata la nostra storia di separati in casa, la nostra “arretratezza” i “mille anni di solitudine” che hanno caratterizzato il nostro cammino fra i secoli. L’essere stati dominati dai “borboni” invece che dagli austro – ungarici ha pesato e non poco su ciò che oggi siamo e sulla nostra organizzazione sociale e culturale, la nostra struttura industriale e commerciale è andata bene finché non si è aperta la competizione ma non ha retto poi l’urto con tutto ciò che altri producevano a costi inferiori e con una tecnica adeguata e sempre in via evolutiva e con un sistema di trasporti e di viabilità nettamente superiore al nostro. L’essere rimasti ai margini per così lungo tempo ha pesato e non poco e forse di più della conquista coloniale del 1860 che comunque non ha fatto altro che mettere ancora più in luce la nostra fragilità di sistema e di cultura del lavoro e della produzione. La borghesia del Nord era anni luce più avanti dei nostri baroni che vivevano e facevano vivere la nostra terra dallo sfruttamento del latifondo e le poche iniziative industriali, come dicevo sopra, non hanno retto con quanto più razionalmente si produceva al Nord e poi in Europa. Dico queste cose perché mi pare pericoloso pensare che siamo il prodotto dell’altrui voracità; siamo invece il prodotto della nostra insussistenza sociale e culturale, della nostra separatezza. Ma parlavo prima di un mito portante per la nascita, più che rinascita, di un Sud diverso e in grado di competere con il resto del Paese, in grado di essere da ponte con i Paesi del Mediterraneo. Ebbene questo mito portante può essere rappresentato dal fatto più significativo ed importante che si è verificato in tante parti di Italia ma soprattutto da noi: l’emigrazione. L’emigrazione è stato il fatto più rilevante della nostra storia più recente, essa ha contribuito al nostro cambiamento, all’apertura e al mescolarsi della nostra cultura con i movimenti esterni del mondo intero, ha costruito flessibilità e prontezza, modernità e ha rotto i circoli chiusi della nostra organizzazione sociale ed economica. Ci ha fatto inoltre conoscere e ci ha messo in condizione di costruire eventi nuovi e nuova tecnologia, finalmente sentiamo il respiro della storia e della modernità. I nostri ragazzi potrebbero studiare con le stesse opportunità dei ragazzi del mondo se non fosse per la mancanza di infrastrutture e di servizi che ancora mancano clamorosamente, come clamorosamente manca una classe dirigente all’altezza dei suoi compiti. Il fallimento sistematico della Regione Calabria qualunque sia il suo governo, di destra o di sinistra, la retorica al posto del fare, la corruzione, il clientelismo sono retaggio di una storia antica. Avremmo bisogno di un “realismo magico”, di dimenticare i nostri spagnolismi, i nostri riti, il familismo amorale entro cui siamo usi costruire le nostre nicchie, ma soprattutto abbiamo bisogno di stare con i tempi, di costruire una strategia capace di captare i movimenti più innovativi della modernità servendoci dell’unico mito utilizzabile quello dell’ardimento, della sfida, dell’eroismo della marea che è partita per terre assai lontane.