“Il Vecchietto dove lo metto”?

di Sara Monteleone

 

 

            Avendo vissuto in due contesti molto diversi, ho avuto modo di vedere come spesso le persone affrontano le varie fasi della vita in modo diverso a seconda dei Paesi e delle culture di riferimento. Mi è capitato, dunque, di vedere anziani del Nord accettare con maggiore facilità la propria condizione di persona ormai avanti negli anni, che deve provvedere da sola a riempire in qualche modo la sua vita e a colmare i buchi lasciati dalle difficoltà che diventano sempre più evidenti ai suoi occhi col trascorrere dei giorni: di solito non pretendono molto dai figli (avendo conosciuto già una realtà dove la donna spesso lavora lasciando la casa vuota per molte ore durante il giorno) e anche per questo motivo provvedono spesso da soli a trovare un posto dove trascorrere serenamente gli ultimi anni della loro vita. L’anziano calabrese, ma soprattutto quello della Locride che ho avuto più modo di conoscere, anche grazie al mio lavoro all’interno della residenza per anziani di Africo, appare spesso svuotato e rammaricato, pieno di rancore a causa, come lui stesso spiega, di figli che non hanno saputo dare a lui quello che lui è riuscito a dare ai propri genitori. Cresciuto in una società patriarcale, poco abituata alle separazioni, che non sdegnava di tenere presso la propria casa un anziano e a rivolgersi a lui per qualche consiglio, l’anziano delle nostre terre sembra soffrire per aver perso quel posto che tanto ammirava da bambino quando si raccoglieva intorno al focolare insieme alla sua famiglia per ascoltare il nonno o la nonna e le sue storie. Molti dei “miei anziani” mi parlano con estrema malinconia di questi momenti che ancora appaiono chiari e vividi nella loro mente tanto da indurli a raccontarmi storie che loro stessi avevano avuto modo di sentire; mi parlano anche del rapporto con i loro nipoti e di quanto si sentano incapaci di soddisfare le loro curiosità o anche, solo, di stuzzicarle contrariamente a quello che succedeva a loro con i loro nonni. L’ingresso in un istituto non è quasi mai legato ad una loro volontà, ma soprattutto ad una necessità dei figli perché  lontani (spesso, infatti, vivono in un’altra regione) o perché, troppo impegnati a livello lavorativo, non riescono a prendersi cura come vorrebbero dei propri congiunti che spesso presentano delle problematiche a causa delle quali non possono più vivere da soli. La permanenza, dunque, viene vissuta come una forzatura e un tradimento da parte dei figli; questi ultimi, da parte loro, devono fare i conti con i loro sensi di colpa che spesso prendono forma nella sensazione che la gente possa dire che il proprio congiunto “è stato rinchiuso”! Penso, invece, che le residenze per anziani, così come tutte le iniziative assistenziali, debbano essere vissute non come degli immensi pentoloni nei quali mettere tutto ciò che nella società non va più bene, ma come delle risorse che possono riempire la vita di un anziano, che possono essere da sostegno per la sua famiglia nel vivere la difficile fase della separazione da chi si ama, che possono farsi carico delle problematiche di una patologia ma anche di una persona. Probabilmente è molto difficile immaginare quanto lavoro ci sia dietro ogni gesto che un anziano, all’interno di una residenza, è ancora in grado di fare! Così come è difficile immaginare quanto possa essere difficile lavorare ogni giorno a contatto con il dolore e la sofferenza di chi se ne sta andando, in fondo negli occhi di ogni anziano sembra quasi vedere allontanarsi anche un po’ di quella tradizione, di quella cultura, di quei valori che sono state le fondamenta della nostra società. Le cose, poi, diventano più difficili se oltre a lottare con la sofferenza, con ciò che sta andando perduto, bisogna anche lottare con una società che lamenta di avere pochi fondi da investire soprattutto nel sociale. Mi verrebbe da dire che forse chi sta male viene sempre dopo…e il mio, dopo tutto, non è un bel pensiero!