A due anni dalla morte di Totò Delfino

Come Aquila vola

 

Due anni fa, esattamente  il 22 settembre 2008,  Totò Delfino prendeva congedo da  questa nostra vita dolce e spaventosa. Aveva  74 anni , essendo nato a Platì (Reggio Calabria)  il 5 novembre 1934.  Suo padre, massaru Peppe, celebrato da Corrado Alvaro in «Gente in Aspromonte», era stato maresciallo dei carabinieri  e, tutte le volte che le circostanze lo richiedevano, aveva detto :”Signorsì”. Un uomo in divisa non può fare altrimenti. Lui, geografo di puntigliosa attenzione, giornalista senza peli sulla lingua, ha detto sempre “Signornò” a tutte le vestali della verità ufficiale, ai custodi del sacro Graal, agli opportunisti della penna, accovacciati sull’uscio delle questure, delle prefetture, delle procure. Per questo noi, cresciuti al suo libero splendore , che fu il tratto distintivo di  Titta Foti,  lo amavamo  e non lo temevamo. Pensavamo piuttosto  di seguirne le tracce, riconoscendogli il tratto del maestro, nonostante i pochi anni che ci dividevano da lui.

Gli altri, i molti altri, i perbenisti, che non sono persone per bene, i  benpensanti, che non pensano mai bene, i filistei, mai decisi a morire insieme a Sansone, lo amavano- cioé, fingevano d’amarlo- perché lo temevano.

Che cosa, però?

Temevano il suo libero pensiero, la sua intelligenza acuminata, l’indipendenza del suo spirito, il suo disdegno per le veline e i mattinali dei carabinieri, la sua appartenenza a quei cento cervelli d’acciaio dai quali Guido Dorso s’aspettava il riscatto del Mezzogiorno.

Un giornalista audace  Totò Delfino , come sanno i colleghi di Calabriaora  a  cui ha prontamente e puntualmente collaborato. Un giornalista ardito, che seppe combattere e restituire alla loro dimensione reale e, perciò, modesta  le solenni icone, fabbricate soprattutto in tema di lotta alla mafia, spesso risolta in vanvera verbale.

Non si muore mai del tutto. Forse non è il caso di Totò Delfino. I morti, come ricordava Benedetto Croce, chiedono soltanto che, onde tenerli sempre vivi, si continui la loro opera, necessariamente rimasta  interrotta.   Che si possa continuare l’opera, spregiudicata e intensa, di verbo che si fa carne, di Totò Delfino, ci sembra ufficio quasi impossibile, Ma, per non farlo morire del tutto, tenteremo, e lui, l’Autore dell’agonistico e antagonistico <<Amo l’Aspromonte>,  vorrà perdonarci se non riusciremo.