ITALO GALTIERI
di Pasquino Crupi
15 febbraio 2011
Bovalino. Fuori il vento, che mai crolla, di
Bovalino accarezza la superficie del mare come per indurlo ad abbassare la
cresta. Ma il fosco amante, anche se appena occhieggiato dalle stelle
lontane, per una sua istintiva riservatezza, che ormai sembra rifugiarsi
esclusivamente dove la vita germoglia nei fondali, respinge la carezza. E
continua il trionfo delle sue onde che innalzano gobbe come i cammelli. Fa
freddo, là fuori.
Dentro il Chiringuito, allietato dalle fiamme che già fecero alzare la fantasia del Verga di Nedda, regna il tepore, guastato dalla voce del sindaco di Torino, Chiamparino, che dal salotto di Fazio ci indottrina , lui l’uomo produttivo del Nord, noi, le bocche senza testa del Sud, che il federalismo finalmente eliminerà le scuciture tra Alta e Bassa Italia. Meno male che la voce molesta, di tanto in tanto prima, più frequentemente dopo, viene sommersa dal rumore gioioso dei bicchieri, che si urtano nei brindisi.
La notte avanza verso la mezzanotte, che gli asceti ed eremitici indicavano come l’ora del diavolo . Poiché proprio a quella cruciale ora le ossa sono stanche, il cervello è sonnacchioso, i sensi sono indeboliti per il sonno sopravveniente, e il diavolo ne approfitta per rapirci l’anima. Ma Nicola La Barbera, narratore di grande slancio, Sebastiano Primerano, imprenditore gagliardo e giovane politico nitrente, Giuseppe Marzano, docente alla scuola media d’Ardore e , nel tempo libero, consulente finanziario, attività che gli consente – dice - di guadagnare i soldi per la benzina, Mimmo Agostini, che lavora da anni con sapienza all’abbattimento dell’analfabetismo di ritorno, e ultimo io tra cotanto senno: orbene, noi, noi non corriamo pericolo. Noi siamo lucciole che splendono solo di notte. Di notte non abbiamo sonno. La nostra vigilanza rivoluzionaria è a prova di bomba. Solo l’alba feconda il sonno sulle nostre palpebre aperte.
Laggiù, in fondo al paese, in una casa diruta, simbolo della diruta classe dominante, giace Italo Galtieri, avendo come unica coperta l’abito vecchio, che indossa, e che è tenuto miracolosamente intero dall’opera indefessa dell’ago. Il resto, contro il freddo, lo fa un pastrano. Non dorme. Spia dalla finestra senza vetri, dalla porta di lamiera, il primo albeggiare per saltare sulla via, che è meno fredda del suo antro. E già alle quattro del mattino potrete vedere alla stazione ferroviaria questo vecchio rovistare tra i pacchi dei giornali, appena usciti, ed estrarre la «Gazzetta del Sud».
Tale la sua esistenza raccontatami, lì, alla fiamma
del caminetto, da Mimmo Agostini e da Sebastiano Primerano. E la curiosità mi
prese. E lui venne a me, accompagnato, nel cuore della notte, dai due amici,
smuovendosi dal letto al sentire il mio nome, che a lui fu dolce di ricordi.
Lui era stato comunista come me. Aveva combattuto insieme ad altri comunisti e insieme ai compagni socialisti per rendere democratico il comune di Bovalino, che sembrava e sembra beato di dondolare sull’altalena del vecchio, che non muore, e che da elezione ad elezione rinnova il suo volto con una passata di vernice. E dalla bocca sdentata di quest’uomo, caduto nella lotta per la vita - era di sabato e nessuno gli porse una mano - scorrevano memorie. C’erano una volta i comunisti. Gianni Ruffo, di famiglia eletta, ma comunista . “Comunista aristocratico”, mi disse Italo con la sua intelligenza febbricitante. Pasqualino Primerano, che ha lasciato un gioiello di letteratura pedagogica con il suo libro, Senoli. “Lui non era comunista aristocratico”, disse il vecchio. Il quale man mano che parlava assumeva il profilo solenne del Vegliardo, che somministra, come i grani del rosario, i suoi ricordi, infiammati di sogno, per dire che c’ è ancora qualcosa da fare.
Io l’avevo spento nella mia memoria. Lui, no. E mi ricordava alla testa dei lavoratori. Mi ricordava, lì, sulla piazza di Bovalino, prima quasi deserta, poi via via fattasi fitta, affollata, tra rosse bandiere, ritto sul podio, parlare d’una società di liberi e d’uguali, senza sfruttati e senza sfruttatori. E senza peli sulla lingua, quando uscendo dall’avvenire lontano, martellavo impietosamente la piccola borghesia locale, che aveva come sua unica ambizione quella di diventare borghesia così come il sacrestano s’aspettava un giorno o l’altro di diventar prete.
Ma fu un punto quello che mi commosse: quando mi rivelò che lui e altri compagni di Bovalino mi seguivano e mi applaudivano da comizio a comizio lungo e dentro i paesi della Locride dove le donne di lavoro e di dolore, i bambini senza giochi, i braccianti senza terra aspettavano da noi comunisti il razzo del pensiero, che illuminava i tuguri, la parola, che, tagliente come un rasoio, sfregiava il volto dei grandi proprietari, ne rivelava il marcio della loro ipocrita morale, e assumeva i proletari e i figli del bisogno e della notte a protagonisti dell’umanità nuova. Che non sarebbe arrivata. Questo forse lo intuivano anche loro. Ma che importava? Ma per un’ora , per un’ora sola, in quell’ora che con i nostri discorsi popolavamo la deserta terra di speranze, il popolo degli stracci dimenticava tutto. Sparivano la miseria, l’oppressione sociale, il pane che mancava e i figli che non potevano andare a scuola.
Il vecchio ricorda. Ricorda quest’uomo di fede, che vive come un barbone, e che, come i barboni, i quali non hanno nulla da vendere e nulla da comprare, custodisce nella sua mente, i valori che fanno umana la società.
A scuola ci era andato. E sa tradurre ancora senza vocabolario il greco e il latino. Ed ha una ferma consapevolezza degli spiriti magni della letteratura italiana. Cita Marx, Lenin, Stalin, Togliatti. Stalin gli piaceva di meno, ma era sempre un compagno.
Da qui in poi cala la saracinesca. Attende -ci dice- la fidanzata che sta in Sicilia, e solo ostacolo all’amore suo è mammisa, la madre di lei. Una fantasia. Per non perderla - ormai siamo all’alba - scappa da noi per rifugiarsi nel crepato letto. Per dormire e sognare. Il sonno non viene, il sogno si apre sulle sue ferite e le profuma.
Io ho incontrato un uomo. Un’anima. E voglio dirlo ai nostri lettori parafrasando le parole di Nicola Misasi, il capostipite del romanzo calabrese.
O voi che mi leggete, che leggete questa narrazione, so bene che un incredulo sorriso vi sfiora le labbra. Quale vantaggio ne trarrai, sento ronzarmi in giro? Nessuno, e con questo? So bene, caro Sindaco di Bovalino, che oggi non si crede più al disinteresse, all’abnegazione, alla virtù, alla costanza, alla saldezza degli affetti, come vi crede il derelitto Italo Galtieri. So bene che non si riesce a comprendere come nel cuore di uno, che vive come un barbone, possa racchiudersi tanta virtù di sacrifizio, tanta religione di ricordo. Infatti, non lo comprendete neppure voi, che pure foste educati nelle scuole più di grido, e sapete di storia, di geografia, e avete un buon corredo di frasi per parlare, per scrivere , anche per dire che il bianco è nero e che il nero è bianco, e che l’Onnipossente non sta nei cieli, ma nel cielo d’Arcore. Eppure nel paesello di Bovalino la semplice storia va per le bocche di tutti, e saremo umani, civili, cristiani se ognuno di voi comincerà ad additare in Italo Galtieri una bella e soave figura di uomo, che ogni mattina, ben presto, parte da casa per le vie del paese e torna la sera al tramonto solo soletto, sdegnando di stendere la mano. Senza chiedere niente a nessuno. Senza un lamento su quel soffio che gli portò il cervello a fantasticare. Come sanno fare solo gli uomini. I veri uomini. Che il loro destino se lo forgiano con le loro mani. Come mai faranno gli omuncoli, anche con la fascia tricolore, che, per mantenersi in sella, strisciano la lingua, come i serpenti, s’accovacciano, come i cani dal pelo lucido, sul portone dei capi politici, stanno in ginocchio, come i filistei sul sepolcro imbiancato di Cristo.