Presso Pellegrini di Cosenza il secondo romanzo di Rosario Sicari
Le acque del lago metafora di pace del cuore
di Giuseppe Italiano
Sulla riva del lago di alabastro, appena pubblicato dall’editore Pellegrini di Cosenza, è il secondo romanzo di Rosario Sicari ed ha per tema l’emigrazione.
La fabula abbraccia due generazioni di emigranti e l’intreccio ha l’avvio in medias res, quando la prima delle due ha già completato la sua esperienza lavorativa in America.
Il padre di Joro (che rappresenta la prima generazione) fa ritorno in Calabria, al luogo d’origine (il Poggio), per attuare i suoi propositi, per realizzare i suoi sogni: apre un emporio per dare un’occupazione alla moglie e acquista il Carruso, un fondo da dissodare e coltivare. Ma il suo sogno più grande è il figlio, Joro, che vede per la prima volta quando quest’ultimo ha 11 anni: era partito lasciando incinta la moglie e ritornava dopo tutto quel tempo.
Nella storia dell’emigrazione meridionale queste partenze traumatiche, dopo poche settimane dal matrimonio, erano frequenti, quasi una costante. Come non ricordare, a tal proposito, l’incipit di uno dei racconti di Mario La Cava, “Partenza per l’Australia”, contenuto in Viaggio in Egitto e altre storie di emigranti (Milano, Scheiwiller, 1986): «Le aveva gettato il cappio con la gravidanza, fin dal primo mese di matrimonio; e Carlo non aveva aspettato di vedere il bambino, che già era partito per l’Australia» (p. 88).
Joro, che è il protagonista del romanzo, costituiva per il padre strumento di rivalsa sociale e di riscatto dalla indigenza più avvilente: doveva diventare ingegnere o avvocato «per difendere i diritti negati a tanti poveri cristi» (p. 11). Ma sceglierà medicina e arriverà alla laurea con successo.
Quindi il destino apparecchia l’evento che segnerà la vita di Joro: durante le festività natalizie incontra Sara, il grande amore. Ma il padre di Joro si oppone: i propositi liberali che aveva sciorinato, circa la necessità di aiutare il prossimo e di essere accanto ai poveri, si sciolgono difronte a Sara, considerata non adatta al figlio, troppo povera per il dottore che Joro era diventato. Da questo irremovibile diniego, il dramma che provoca la seconda emigrazione, quella di Joro: egli, nottetempo, scappa da casa. Parigi è la prima tappa, quindi l’America: si adatta ai lavori più umili per sopravvivere, fino a quando riesce ad esercitare la sua professione di medico.
L’amico che lo aveva accolto in America abitava sulla riva del lago di alabastro; e Joro frequenta quella zona, rimane come ammaliato dal «fruscio delle acque», tanto da decidere di stabilirvisi, comprando una casa.
È il periodo della sua purificazione interiore: le acque del lago diventano metafora della quiete del suo cuore, della pace che aveva perduto e che riacquistava; lo animano più del grande fuoco di Natale che al Poggio allestiva con gli amici; quel fuoco non era soltanto fonte di calore nella notte fredda: assumeva per Joro l’importanza che aveva avuto per il padre del protagonista del romanzo di Carmine Abate La festa del ritorno (Mondatori, 2004). Scrive Abate: «[…] mio padre diceva che un fuoco così non si era mai visto, pare fatt’apposta per schiaffarci dentro i ricordi più malamenti, diceva, e appicciarli in un lampobaleno, per sempre» (Prologo, p. 14). Le acque del lago gli procurano una serenità simile a quella che l’Adda aveva procurato a Renzo Tramaglino, quando nel bosco, dopo i tumulti, sul punto di tornare indietro, sente un «mormorio d’acqua corrente» (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XVII). E simile a quella di Siddharta, il quale, fermatosi sul fiume che delimita il bosco, supera il pensiero del suicidio; e decide di fermarsi là, accanto al saggio barcaiolo Vasudeva che gli insegna ad ascoltare la voce del fiume: «[…] anche questo tu l’hai già imparato dall’acqua, che è bene discendere, tendere verso il basso, cercare il profondo» (Hermann Hesse, Siddharta).
Joro, sulla riva del lago di alabastro, cerca il profondo del suo essere, monda il suo cuore dagli scrupoli e si riconcilia col passato. E ritroverà Sara.
L’andamento diegetico del romanzo spesso si sostanzia di brevi analessi, assai efficaci per raccontare il passato dei personaggi o episodi periferici alla storia principale. Si coglie, soprattutto nella parte finale, un climax ascendente che porta ad una certa concitazione emotiva.
Vi si riscontra una sorta di libertà della scrittura: spesso Sicari trasferisce i costrutti dialettali nella lingua italiana, con tutto il disordine della punteggiatura e a discapito dell’assetto sintattico e della morfologia. E, nel contempo, la sua prosa manifesta frequenti impennate di auliche espressioni.
Il romanzo è intriso di epifanie nostalgiche e le descrizioni del paesaggio e della natura sono pervase da accorato sentimento, che è afflato religioso.
Il libro di Sicari è il romanzo del grande amore, di quell’amore che va oltre il sentimento iniziale, oltre il transeunte; è il romanzo dell’emigrazione felice e drammatica; il romanzo delle grandi amicizie; il romanzo dei ritorni e delle partenze definitive.