Il mondo di Mario Nirta in un romanzo contro corrente
Bruno Chinè

 

 6 marzo 2009

   Mario Nirta è uno scrittore prolifico anche se la maggior parte della sua produzione non viene pubblicata. Preferisce affidare a giornali e rotocalchi le sue opinioni sul mondo d’oggi che, condivisibili o meno, sono sempre espressione d’un pensiero divergente ed originale e pertanto il pubblico le legge con interesse, anche perché servite in una salsa intrisa d’una ironia salace che rende sopportabili anche le brutture della vita quotidiana. Recentemente è tornato alla narrativa col romanzo “ San Luca mon amour “. Il titolo stesso del libro indica già al lettore che il suo autore non ha cercato la facile strada della notorietà sulla scia di tanti scrittori d’oggi che hanno, per così dire, cavalcato la tigre della denuncia impietosa mostrando quegli aspetti infernali che caratterizzano tante comunità: storture e violenza, silenzi colpevoli e  connivenze interessate. Il romanzo, come dice il titolo, ricostruisce una immagine di San luca diversa da quella che i mass media diffondono ormai da tanti anni e  le cronache giudiziarie registrano quotidianamente. Chi legge il libro non trova nulla di quanto diffuso quasi quotidianamente da rotocalchi, quotidiani e televisione su San Luca e si chiede se il paese descritto da Mario Nirta sia lo stesso. In verità l’Autore ha fatto una scelta culturale ed anche affettiva: il paese di cui ci parla è quello della sua infanzia, conservato nella memoria arricchita dalla sua fantasia fertile. Questa scelta certo non dà al libro quella notorietà che gli avrebbe dato se, sul modello di “ Gomorra”, avesse denunciato quegli aspetti di San Luca che anche recentemente hanno stupito ed impaurito il mondo, gettando una luce sinistra su una intera comunità. Il Nirta ha fatto dunque una scelta morale ed affettiva: s’è soffermato sul suo vecchio paese, sulla sua struttura urbanistica fatiscente, sulle case misere e cadenti, sulla sua gente semplice ed analfabeta, sulla mancanza di prospettive per migliorare e superare miseria, povertà e sporcizia diffusa in ogni angolo del paese. Mario La Cava ci ha detto che la sporcizia dei paesi della vecchia Calabria era legata allo stato di bisogno e di miseria della sua gente. Un paese povero deve per forza essere sporco. In alcune descrizioni impietose del Nirta ci sembra di leggere i resoconti dei primi viaggiatori stranieri in Calabria quando non era possibile trovare una locanda con lenzuola pulite, senza pulci e cimici. Il lettore colto, specialmente se calabrese legato alla sua terra,  apprezza la scelta contro corrente dell’Autore, che rispecchia il  suo vero mondo interiore e l’amore per il suo paese. Al centro del romanzo ci sono gli umili, gli emarginati in un paese di povera gente in una società chiusa dove risulta impossibile cambiare stato, e anche quando gli uomini lottano con tutte le loro forze ottengono solo una sopravvivenza non degna dell’uomo. La loro vita si snoda tra un rosario di stenti, privazioni d’ogni genere, ma mantengono ugualmente la gioia di vivere. Al centro del romanzo del Nirta c’è la vecchia San Luca, il paese della sua infanzia e dei suoi affetti, dei suoi ricordi legati anche alla tradizione. Da questo punto di vista è un libro di memorie senza nostalgia. E’ come se l’odierna San Luca rimbalzata negli ultimi decenni all’attenzione del mondo per fatti criminali non lo interessasse. Anche Corrado Alvaro aveva fatto una scelta culturale del genere nei riguardi del suo paese e dell’intera Calabria. Se vogliamo scomodare poi Padre Dante, notiamo che questi, nella sua immortale Commedia, pone al centro la sua città. Firenze diventa, per così dire, l’ombelico del mondo. Solo quando parla della sua città, specialmente quella dentro “ la cerchia antica “,  le sue corde vibrano divinamente. Ma la Città di cui ci parla il divino poeta non è quella moderna, dilaniata dalle lotte intestine, dalla violenza, dagli egoismi, ma quella dell’età di Cacciaguida, quando ancora vigeva la solidarietà, la semplicità, l’attaccamento ai valori della tradizione che sono il sale della terra,  rendono vivibile la vita, e aiutano gli uomini ad affrontare il male, il dolore, la morte che fanno naturalmente parte del corredo dell’uomo su questa terra. L’attenzione di Mario Nirta è rivolta agli uomini della vecchia San Luca, che tra stenti e sporcizia sapevano affrontare la vita ed anche divertirsi.  Tutto il mondo è paese e San Luca, in fin dei conti, è un paese come tanti altri.  Gli uomini dei vari paesi, guardati nella loro interiorità, nelle passioni che li agitano, nelle speranze che coltivano, nelle paure che li tormentano, nelle dure lotte che affrontano per raggiungere un tenore di vita degno dell’uomo, finiscono per assomigliarsi tanto. Mario Nirta ricostruisce la vita del paese, del suo paese, San Luca presentandoci una lunga galleria di personaggi semplici, anzi potremmo dire rozzi ed ignoranti, che non hanno compiuto fatti eroici e straordinari ma hanno vissuto la loro vita immersi in una quotidianità  banale tra privazioni e bisogni primari da soddisfare. Il romanzo è diviso in 29 capitoli che offrono al lettore uno spaccato impietoso della vita quotidiana della vecchia San Luca. Nirta ha scritto il libro con spirito d’amore per il proprio paese senza però nulla nascondere delle brutture d’un mondo che deve essere ricordato solo per ricordarci di essere vigili, in modo che quel mondo non ritorni. Eppure in quel mondo misero e sporco c’è un’anima che il mondo d’oggi sta perdendo per inseguire il facile guadagno, generalmente a scapito dei più deboli e indifesi. Qualcuno potrebbe avere l’impressione che ogni pagina risulti condita con umorismo ed ironia eccessivi, ma, a parte la peculiare natura dell’arte dello scrittore, senza tali condimenti la realtà rappresentata non sarebbe sopportabile.

 

                                                                                          Bruno Chinè