DA ROSARNO UN MONITO PER AFFRONTARE CON SERIETA' IL PROBLEMA "IMMIGRAZIONE".

9 gennaio 2010

Da dieci anni sono vicino agli immigrati perché questi nostri fratelli all'UNLA (Unione Nazionale per la Lotta contro l'Analfabetismo, ente morale) trovano accoglienza. Sono indiani, senegalesi, pachistani, egiziani, marocchini, somali, bulgari, romeni, ucraini, russi. Ogni anno 30, 50, 70 tra uomini, donne e bambini chiedono di apprendere la nostra lingua e da noi trovano risposta ed ospitalità. Alfabetizzazione, socializzazione, integrazione sono i percorsi che come volontariato ma anche con la Regione Calabria, la Provincia di Reggio Calabria portiamo avanti con l'attenzione, la disponibilità e l'amore dovuti.  Da lunedì riprenderanno a frequentare la nostra sede e le insegnanti saranno al Centro ad attenderli. A Bovalino vi abitano più di trecento  immigrati, una ventina ha famiglia. Nella nostra regione sono migliaia gli immigrati, in gran parte irregolari, pagati con un salario da fame: 18-20 euro al giorno per 12-14 ore di lavoro.

Si alzano alle 5.00, ogni mattina, per andare a sfacchinare nelle campagne o dovunque c’è bisogno di loro. Ritornano la sera, a piedi, in bicicletta, in autobus,  qualcuno alle 18.00, altri alle 19.00; durante l’estate anche più tardi. Molti però restano a casa a far nulla perché non c’è lavoro. Nel pomeriggio, questi ultimi, a Bovalino, si ritrovano all’UNLA per apprendere la lingua italiana, socializzare con altri extracomunitari e gli insegnanti che li seguono in brevi percorsi didattici; generalmente 100 ore distribuiti in due mesi. Questi figli di Dio a Rosarno vivono ammucchiati in ex fabbriche, privi di luce, di acqua. Dormono su materassi sporchi ed umidi, sfruttati dagli imprenditori e dai mafiosi, dimenticati dalle amministrazioni comunali e da tutti quelli che hanno il dovere di vedere dove vivono e come vivono. A Rosario come a Bovalino, sono pochi gli extracomunitari che possono vantare un trattamento dignitoso da parte degli imprenditori. In quasi tutti i casi, questi uomini venuti da lontano, già schiavizzati nei loro Paesi d’origine, vivono qui la stessa condizione di schiavitù.  Sono nomadi, vanno in Sicilia a raccogliere olive,  in Puglia ortaggi, e ritornano in Calabria per gli agrumi. E’ così, da tantissimi anni.  Nulla è cambiato. La gente non ci fa più caso.

A Rosario sono ottocento gli immigrati che vivono nell’impianto dell’ex Opera Sila in condizioni disumane. Un inferno. Certo, c’è un problema grosso, quello dell’ordine pubblico ma, come ha scritto Antonio Maria Mira su “Avvenire”, “non è solo una questione di ordine pubblico. Malgrado pistolettate, rivolte e gambizzazioni. Se in migliaia ogni giorno si "prostituiscono" agli incroci della Piana di Gioia Tauro, aspettando di essere soppesati e assoldati dai "caporali"; se dopo fredde e interminabili giornate a raccogliere i dorati frutti degli agrumeti tornano a dormire tra mura diroccate, sotto teli e cartoni e perfino nei silos metallici; se al loro fianco hanno, come al solito, la sola preziosa e disinteressata presenza del volontariato; se vengono sfruttati e sottopagati con la scusa che il mercato degli agrumi non tira, davvero questa Italia non va. Non è solo colpa della ’ndrangheta, che certo su di loro si arricchisce e magari li usa come facile manovalanza criminale (Rosarno, ahimè, è un noto punto di transito della droga, «la farina» come la chiamano i corrieri di colore). E che forse ieri, come suo stile, ha voluto "fare giustizia" sparando ad altri due immigrati.  Ma la ’ndrangheta non spiega tutto. Dove sono le organizzazioni imprenditoriali? Battano un colpo. Chiaro, netto. Magari, come Confindustria Sicilia, espellendo chi usa lavoratori in nero o irregolari. E lo battano le istituzioni, come già fanno in altre regioni o in altre zone della Calabria. Non ci saranno così più alibi per i violenti, italiani e immigrati”.

Lunedì 11 gennaio quindici immigrati di Bovalino, torneranno "a scuola" e i due senegalesi chiederanno  il nostro pensiero sugli accadimenti della grande cittadina della Piana di Gioia Tauro, sugli scontri nati da un atto di aggressione contro la comunità degli immigrati del posto, che a violenza hanno risposto con violenza, mettendo a soqquadro la città. Gli diremo che comprendiamo la rabbia di chi da anni, lavora in condizioni di sfruttamento, prestando le proprie braccia ai campi, spostandosi dove serve e vivendo nell’indigenza totale ma anche la preoccupazione degli abitanti di Rosarno, dopo la rivolta nella quale la città è stata messa sottosopra. Tutto questo, perché come ha detto Pierferdinando Casini, leader dell'UDC "A Rosarno lo Stato non c’è, lo Stato è morto. E’ la ‘ndrangheta che regola i rapporti sociali. La Lega ha parlato delle ronde, ma la verità è che a Rosarno aspettavano le forze dell’ordine e non le ronde, che non risolvono nessun problema. E le forze dell’ordine non sono arrivate prima di 24-48 ore". Diremo loro che la popolazione di Rosarno è indignata per la violenza usata contro i negozi, le auto e i beni pubblici, ma gli diremo pure che ci sono cittadini italiani che li sfruttano facendoli vivere simili alle bestie. "Se un italiano affitta una casa a 50 poveracci, ha detto ieri pomeriggio Casini, è giusto che l’appartamento venga sequestrato, la legge c’e’ ed è sacrosanta. Non dobbiamo guardare la realtà solo dalla parte che ci fa comodo".

I fatti accaduti sono fin troppo chiari. A seguito di un atto di aggressione contro la comunità degli immigrati, questi hanno risposto con altrettanta violenza. La violenza, gli diremo, non porta da nessuna parte e gli diremo in modo forte e chiaro, per  farlo sentire ai nostri governanti, che l'integrazione è la cosa più necessaria ed urgente per vivere civilmente e che lo Stato deve finalmente rendersi conto che nel nostro Paese c'è una grande massa di immigrati intaccati nella loro dignità di essere umani. Se abbiamo permesso a questi uomini di lavorare in Italia, bisogna riconoscere che essi sono uomini e non bestie! (Domenico Agostini)