Di Gianni Carteri
“La violenza presente non è nelle tradizioni di Africo: questo popolo è sempre stato simbolo e presenza di solidarietà cristiana e sociale”. Così scrive Don Giovanni Stilo che del paese oggi tanto discusso è stato a lungo parroco, guida politica, consigliere della sua gente. Per volontà della famiglia si è pubblicato di recente un lavoro da lui dedicato a San Leo, patrono e monaco basiliano nato e vissuto proprio ad Africo tra il finire del X secolo e l’XI secolo. Occasione unica per riscoprire le proprie radici , “ le prime luci della vita di un popolo” per usare le stesse parole del prete calabrese di Africo.
Sono pagine che rivelano uno storico di razza, attento a vagliare tutte le fonti disponibili ma soprattutto evidenziano la forte spritualità di chi, pur prodigandosi con tutte le forze per il riscatto della sua terra e della sua gente, non ebbe vita facile. Don Stilo si pone in sintonia con il Santo più amato dagli africoti e ammette candidamente che “ha ispirato non solo la scelta di una vita sacerdotale, ma anche tanto amore e tanta passione“ per quella “perduta gente” tanto amata anche da Umberto Zanotti Bianco e che attraverso una lunga storia ha percorso un cammino di sofferenza.
La nuova Africo, pur perdendo in parte l’originale identità in alcune sue frange troppo compromesse ed invischiate in gravi episodi di ‘ndrangheta e malaffare, mantiene ancora intatto il culto verso quel monaco che nel convento dell’Annunziata viveva una santità naturale, con normalità, senza atteggiamenti vittimistici o rinunciatari, San Leo non solo pregava in solitudine ma anche lavorava. Trovò nelle montagne dell’Aspromonte l’ambiente adatto per vivere da anacoreta consacrato alla penitenza e alla preghiera.
A San Leo - puntualizza Don Stilo nella presentazione del libro – la gente di Africo deve tutta “ la nobiltà e la dignità umana e cristiana(…) un modello di altruismo e donazione come quando non solo impiegava il ricavato del pesante lavoro manuale ( estraeva la pece nelle montagne circostanti il convento ) per sollevarli dalle particolari necessità in tempi di carestia, ma si recava anche, in un modo che sa di prodigioso, dal Sovrano del tempo per ottenere la diminuzione dei tributi dovuti dai cittadini di Africo e Bova.”
A distanza di un millennio era il sacerdote Don Stilo che bloccava la vettura del Presidente del Consiglio Fanfani, in visita in Calabria, chiedendo giustizia per il suo popolo , stufo di tante inutili promesse dopo la disastrosa alluvione del 1951 e 1953 – L’onorevole Costantino Belluscio, che allora era capo dei servizi politici e parlamentari dell’agenzia Ansa, ricorda in un suo libro la reazione di Amintore Fanfani :” Sono petulanti questi preti , ma sono, a ben pensarci, la vera forza della Chiesa perché sanno essere la coscienza critica del mondo in cui vivono.”
Stamane sono andato a trovare il fratello di Don Stilo, Rocco, medico dentista e il più piccolo di sette fratelli: Domenica, Leo, Giovanni, Domenico Antonio, Grazia, Salvatore e Rocco appunto. Ha gli stessi occhi azzurri intensi di suo fratello Giovanni, la stessa cerimonialità e intelligenza, lo stesso sorriso accattivante e buono stampato sul volto squadrato di calabrese indomito e instancabile. Dei ricordi di famiglia a ottant’anni è con nitidezza il custode geloso :” Non ho mai preso una lira dai miei paesani , spesso mi chiamavano anche di notte.” Si schermisce ricordando un episodio di quarant’anni fa quando la miseria si tagliava a fette ad Africo . “Ve lo racconto perché mi conoscete da quasi mezzo secolo . Una povera donna accompagnò per l’estrazione il suo figliolo e alla fine del mio lavoro aveva messo le mani in tasca per darmi le 500 lire. L’anticipai e regalai io 500 lire al figliolo ancora dolorante . “
MI racconta della nascita del fratello sacerdote in quella lontana notte dell’8 dicembre 1913 .
“ Papà era tornato dopo tre –quattro anni di lavoro come muratore in America ad Africo e aveva ricostruito la casa distrutta dal terremoto del 1908 . Essendo devotissimo alla Madonna voleva a tutti i costi trasferirsi nella nuova abitazione proprio il giorno dell’Immacolata. La mamma , incinta di Giovanni al settimo mese a malincuore dovette accontentarlo . Erano rimasti in contrada Campusa dove alloggiavano i terremotati di Africo solo il braciere e il letto . Inavvertitamente due miei cugini, litigando per chi dovesse prenderlo, urtarono fortemente mia madre con il braciere stesso procurandole fitte tremende . Nonostante i dolori , per non dispiacere mio padre, non fece trapelare l’episodio e continuò a portare quanto rimasto . La notte arrivarono le doglie più forti e così il giorno dell’Immacolata nasceva Giovanni, di sette mesi e rosso come un peperoncino.”
Don Stilo studio prima nel seminario di Bova e poi terminò gli studi liceali e teologici a Catanzaro . Aveva ventidue anni ma allora prima di venti quattro anni non si poteva essere consacrati sacerdoti . Il vescovo di Bova – mi precisa Rocco Stilo – chiese una deroga speciale dopo aver constatato l’intelligenza di mio fratello che collaborava con lui nel palazzo vescovile di Bova . E così il 15 agosto 1936 Don Stilo celebrava la sua prima messa e il 16 agosto , giorno di San Rocco, veniva accolto festosamente da sacerdote dalla sua gente . Ricevette la nomina come parroco di Roghudi , abbarbicato a strapiombo sulla fiumara Amendolea e che allora era ancora più arretrato di Africo.
Il dottore Rocco Stilo si interrompe e va a prendermi le poche foto di suo fratello e della vecchia Africo . Riprende il suo racconto appassionato:” Abbiamo pochissime foto di Giovanni, non amava farsi fotografare. Da subito a Roghudi intuisce che senza lo studio e la cultura non c’è riscatto per la gente di Calabria . Prepara lui personalmente i più capaci e un bel gruppo di giovani riesce ad acculturarsi . Io stesso , allora tredicenne, stetti con lui cinque sei mesi e fui preparato per sostenere gli esami di licenza media. Era un’opera instancabile di convinto evangelizzatore in quell’area grecanica. Da lì a poco fece istituire una scuola serale per rompere l’analfabetismo dei più“.
Quasi un predestinato Don Giovanni Stilo: negli anni cinquanta sarà l’artefice del trasferimento di Africo nella marina di Capo Bruzzano, terra di approdo dei primi colonizzatori magnogreci e dove l’instancabile prete andava a fondare l’Istituto “Serena Juventus”, comprendente le Scuole: materna, elementare, media, magistrale, istituto magistrale e liceo scientifico. Rocco Stilo continua a fissarmi con il suo sguardo trasparente e interrogativo puntualizzando con la consueta fierezza: “ Quanto bene ha fatto nella sua vita mio fratello anche se , ricordatelo, l’ingratitudine umana è più grande della misericordia di Dio. “
E’ doveroso ricordare che le scuole di Don Stilo scatenarono negli anni della contestazione studentesca dure accuse da parte di chi vedeva alcuni compagni abbandonare le scuole statali dove venivano bocciati regolarmente, per approdare ad Africo ,considerato una sorta di refugium peccatorum. Un diploma , insomma , don Stilo non lo negò mai a nessuno e ciò consenti , in verità, a non pochi rampolli pseudo borghesi ad ambire in seguito a posti di grossa responsabilità e nelle scuole e negli ospedali ., con effetti non sempre benefici da un punto di vista sociale e della crescita democratica e culturale. Certo , a vedere oggi cosa è diventata la scuola italiana in alcune aree del paese , queste accuse appaiono quasi superate.
Prosegue Rocco Stilo: “ Ci fu ingratitudine anche di qualche sacerdote della Diocesi che non sentì il dovere di scolpare mio fratello quando il pentito Brunero l’accusò anche di avere celebrato un matrimonio in chiesa di un pericoloso criminale perseguito dalla Legge. Parlano ancora i registri che tentarono di nascondere nella notte e furono casualmente scoperti da miei due nipoti che avevano notato le luci accese nella chiesa parrocchiale.Giovanni non fece mai il nome di quel sacerdote e sopportò tutto con grande fede cristiana, convinto che la verità sarebbe venuta un giorno a galla . Ora che entrambi sono morti voglio confidarvelo per farvi capire chi era mio fratello. Per lui perdonare era un obbligo cristiano ed autenticamente evangelico.”
Don Stilo nelle conclusioni della sua puntigliosa ricerca storica sulla vita di San Leo e sulle origini di Africo (li fa risalire alla distruzione di Petracucca ad opera dei Saraceni nel 952 ed anche per questo gli africoti nel secolo scorso venivano chiamati dai bovesi, predatori delle reliquie del santo e per questo eternamente rivali, in modo spregiativo “ cucchi”), coglie l’opportunità per valutare le accuse di alcuni giovani militanti nella sinistra extraparlamentare e che oggi, per una sorta di legge del contrappasso , sono portatori di vizi pubblici e privati che addebitavano al prete- padrone di Africo. Confessa con una punta di orgoglio malcelato Don Giovanni Stilo:” Ci siamo assunti il ruolo di padri in quanto nello stesso tempo abbiamo voluto essere figli, figli del popolo di Africo e di San Leo. Padri, quindi, ma anche figli, e perciò mai padroni violenti e sfruttatori, ma servitori disinteressati e generosi. Solo ci rammarica l’idea che certe fange delle nuove generazioni vorrebbero essere padri , padri di novità radicali , senza essere figli “.
In quelle frange Don Stilo vede una “ propaganda atea che pareva volesse schiantare il nostro paese .” Senza parere essi sono diventati “ strumenti passivi di disegni altrui che non hanno le nostre stesse radici ”.
Mentre sto per lasciare la casa del medico Rocco Stilo gli occhi su posano su una foto che ritrae il sacerdote, morto il 9 dicembre 1999, con Papa Giovanni XXIII e il vescovo Perantoni di Locri . Il giovane prete appare teso, non riesce a sorridere perché sempre impacciato nel posare per una fotografia così storica. Ma è chiaro l’orgoglio di chi aveva indicato alla sua gente la via da seguire per un autentico riscatto sociale. Di fianco c’è una Madonna orientaleggiante, trasudante una imperiosità e una dolcezza al contempo tutta grecanica.
La storia recente di Africo ha tradito Don Stilo che non si era mai stancato di indicare nella cultura il mezzo privilegiato per elevarsi socialmente e combattere i soprusi . Non tutti l’hanno seguito e Rocco, nel passo lento e solenne di ottuagenario si aggrappa al mio braccio, stringendomelo forte, quasi a contenere una forte emozione. I suoi occhi azzurri accanto al cancello, mentre sfrecciano le auto di grossa cilindrata e i fuoristrada dei nuovi ricchi , mi fissano interrogativi e sorridendo bonariamente, non senza una punta di amarezza, esclama lentamente: "Chi servunu li sordi e li ricchizzi, quandu lu cori non canusci paci".