Mario Nirta scherza con l’attualità
20 “buone azioni”
di Giuseppe Italiano
Giuseppe
Prezzolini diceva che il primo “folle” della letteratura italiana era Leo
Longanesi e che il secondo era Ennio Flaiano. E usava il sostantivo “folle”,
virgolettato, per significare la loro genialità, la loro singolarità, la loro
arguzia, la loro satira, la loro ironia. E per Flaiano aggiungeva che era pieno
«d’una saggezza superiore e lontana» e che era «sgominatore di retoriche
nazionali e umanitarie, salutifero distruttore di miti contemporanei,
potentissimo nel far cadere a terra quello che appariva monumentale».
Si può affermare, oggi, che uno «sgominatore di retoriche» è sicuramente Mario Nirta. Il quale si ripresenta con un nuovo libro di “scherzi” (Scherza… con l’attualità, Arti Poligrafiche Varamo, Polistena), dopo quello del 1997 (Scherza coi santi…, Swan Edizioni, Milano).
In questo suo nuovo libro, Nirta raccoglie 20 pezzi pubblicati, con sorprendente continuità, sul diffuso settimanale locrideo “la Riviera”. E conferma, intanto, la costante tematica di scrittore caustico, che sa come assestare il colpo di penna per illuminare il “vizio”, per disegnare le contraddizioni, per suggerire rimedi.
In assonanza con la satira classica, Nirta non tergiversa e attacca direttamente il suo avversario con la forza dell’onesta. E per arrivare a ciò non lesina di «coinvolgere nella propria ironia anche se stesso», proprio come suggerisce Italo Calvino, a proposito del vero “umorista”», nel suo libro Una pietra sopra.
Il suo registro espressivo è variegato. Anche se vi predominano i vocaboli comuni e le espressioni dalla semantica chiara, non sono rare le sortite linguistiche di livello elevato: connotazione di una padronanza lessicale non comune. E non è difficile imbattersi in quella che i latini definivano callida iunctura (letteralmente ingegnosa giuntura), cioè l’accostamento di termini comuni, capace di creare effetti nuovi nell’andamento diegetico.
Si evince nel libro una conoscenza approfondita della storia da parte dell’Autore; conoscenza, che va oltre la linearità impersonale dei libri di testo. Egli sa prendere direzione verticale per sondare l’animo dei personaggi storici, i caratteri, le debolezze umane.
Le pause che Nirta si concede alla sua satira dissacrante, e che sono i ricordi, formano pagine di gradevole letteratura. Qui la scrittura è perfetta nella sua concinnitas misurata: il dire con precisione in punta di penna, risulta efficace narrazione memorialistica, accorata persino.
In “Abbasso la giustizia” (uno dei 20 pezzi) l’Autore si indigna all’arresto di un uomo di 87 anni per un reato di poco conto; e denuncia, nel confronto che fa col criminale lasciato libero, la giustizia non giusta, severa con i deboli e clemente con i farabutti.
E altri sono i motivi dello sdegno di Nirta: la politica affaristica a servizio di chi la fa; la pseudo-cultura degli sperperi e della superficialità; la scuola che va male; le discrasie della democrazia; l’efficienza della mafia; l’integralismo islamico.
Per Leonardo Sciascia scrivere libri equivaleva a «fare buone azioni», così come lo era stato per Paul Louis Courier. «Io concepisco la letteratura -scriveva- come una buona azione. Il mio ideale letterario […] è Courier, l’autore dei libelli. Courier si accupava di piccole cose […]. E a un certo punto incappò in un processo. Il pubblico ministero definì un suo libello come un’opera pericolosa e velenosa. Courier lo definì come una buona azione […]».
Mario Nirta, con questo libro, è come se avesse compiuto 20 “buone azioni”, proprio alla maniera di Paul Louis Courier.