L’illusione dell’industria
Breve storia dell’industria a Bovalino

Tommaso Cavallo

 

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli Stati e le città europee fecero i conti con la ricostruzione e l’Italia, in particolar modo, oltre alle macerie causate dalle bombe e ai tanti lutti, aveva problemi legati alla povertà, ai disagi sociali, all’alfabetizzazione.

La guerra aveva trasformato ogni cosa: persino le grandi industrie italiane erano state convertite ai soli scopi militari. Bisognava in ogni modo risollevarsi e ricominciare: per questo scopo gli Stati Uniti elaborarono e attuarono un piano d’aiuti economico-finanziari destinato all’Europa, dissestata dalla guerra, chiamato European Recovery Program (ERP), detto anche Piano Marshall.

Il sud dell’Italia, oltre ad aver pagato un forte tributo in vite umane, si ritrovava (e lo è ancora!) a essere fanalino di coda, molto staccato dal progresso industriale del nord della nazione.

Le origini storiche di Bovalino si perdono nella notte dei tempi, risalenti forse alla Magna Grecia, ma è con l’arrivo della ferrovia, nel 1871, che il paese ebbe un notevole incremento demografico e commerciale. Allora, infatti, il centro era collinare e situato solo nell’antico borgo medioevale di Bovalino Superiore, oggi frazione della Marina.

La Marina era, allora, costituita da piccoli villaggi di pescatori, tra questi i rioni storici di Bovalino, ossia ”il Borgo” e “Sant’Elena”.

In epoca remota con l’ausilio di galeoni, e il trasbordo delle merci su barche, ci furono un timido commercio e scambio di merci. Era florida e redditizia la bachicoltura, il confezionamento e la successiva spedizione in cestini dei fichi secchi e la costruzione delle pipe di nobile radica; ma fu con l’arrivo della ferrovia ebbe inizio il commercio vero e proprio, naturalmente fino alla seconda guerra mondiale, come prima avevo accennato riferendomi all’intera nazione.

Nel 1950, grazie alla prontezza e alla vivacità d’ingegno cinque fratelli bovalinesi, Giuseppe, Roberto, Mario, Aurelio e Vittorio Primerano, incaricarono un giovane ingegnere di Cosenza, Salvatore Leone, di seguire un progetto per la costruzione di un moderno opificio sito in contrada Bricà, divennero pionieri dell’industrializzazione del paese.

Completato nel 1953, lo stabilimento “F.lli Primerano SpA”, entrò in funzione l’anno stesso e occupava una superficie di oltre trentamila metri quadrati, di cui tredicimila coperti costituiti da tre capannoni in cemento armato con il tetto a volta. Lo stabilimento, per quei tempi, poteva considerarsi (e lo era!) un mastodonte dell’industria, un fiore all’occhiello per l’intera nazione. L’ingegnere incaricato dei lavori e della costruzione brevettò in quell’occasione il sistema di trave portante metallica “a volta” idonea a essere inglobata nel calcestruzzo.     

Con la costruzione del nuovo opificio, i fratelli Primerano, segnarono una delle prime trasformazioni industriali, passando da una gestione prettamente familiare a quella imprenditoriale; per quell’opera furono assunti abili maestranze per la trasformazione del legno, impiegati, contabili, tecnici per la manutenzione delle moderne attrezzature e una permanente squadra d’abili muratori per il settore edilizio e le manutenzioni ordinarie... insomma un’opera straordinaria!

Il moderno opificio era stato costruito per la fabbricazione di compensati e affini: i tronchi di pregiato legno dei boschi d’Aspromonte, erano trasportati per mezzo di teleferiche nel comune di San Luca e, in seguito, trasportati a Bovalino per mezzo di camion.

L’opificio dava lavoro a oltre seicento persone, uomini e donne, impiegati e dirigenti. I fratelli Primerano, dopo Taranto, dove avevano praticato lo stesso commercio, erano riusciti a creare un plesso industriale ritenuto, per quei tempi, uno dei più imponenti d’Europa.

In quegli anni si trasferì a Bovalino moltissima gente in cerca di lavoro: oltre che dai paesi della Calabria giunsero anche dal Veneto e dal Friuli e furono impiegati nello stabilimento con diverse mansioni. Oltre a quello locale era lavorato anche legname importato dall’estero, naturalmente legni pregiati per la costruzione di mobili, e in quegli anni fu brevettato un pannello speciale, detto “Portex”, unico nel suo genere, impiegato appunto per la costruzione di... porte!

Era un periodo fiorente per Bovalino e l’intero comprensorio: oltre allo stabilimento di Bricà c’era la raffineria oli commestibili R.I.C.A., la cartiera di contrada San Nicola, il sansificio Catanese, la raffineria S.I.B.A., l’industria della ceramica, del parquet e molte altre piccole attività artigianali.

In quegli anni almeno un membro d’ogni famiglia, residente a Bovalino o paesi limitrofi, trovava lavoro nei vari stabilimenti. Si era creato un indotto che dava prosperità e benessere a gran parte del territorio. I manufatti di legno e l’olio raffinato erano caricati sui treni merci, che con frequenza quasi giornaliera, partivano per ogni destinazione d’Italia.

Tutto questo benessere durò circa un lustro, poi tra boicottaggi (forniture di legname scadente) e fallimenti (per sei milioni di lire, ma allora erano soldi!) l’opificio di Bricà fu chiuso e sbattendo, i suoi cancelli pesanti, decretarono una delle più umilianti sconfitte per Bovalino.

Centinaia furono le migrazioni verso il nord dell’Italia e anche verso l’estero, il paese era in ginocchio fino all’acquisizione dello stabilimento da parte dell’Azienda di Stato delle Foreste Demaniali (ASFD era lo stemma sulla tuta di lavoro di mio nonno) che traghettò lo stabilimento fino alla definitiva chiusura negli anni ottanta, insieme alla raffineria R.I.C.A.

La S.I.B.A. si può benissimo affermare che fallì sul nascere, forse per cattiva gestione, ma giusto il tempo di un incidente per lo scoppio di una caldaia che provocò la morte di un giovane operaio bovalinese; solo la raffineria Catanese chiuse i battenti per il ritiro dall’attività dei proprietari.

Sicuramente avrete notato che ho spesso chiamato “stabilimento” una delle più grandi segherie d’Italia, sì perché, per noi bovalinesi, l’opificio di Bricà fu e resterà per sempre… “lo stabilimento”!

Per mia considerazione personale credo che allora poco si è fatto, mi riferisco agli organi competenti dello Stato centrale, e forse l’amministrazione del paese non fu sostenuta politicamente, per salvare almeno il salvabile e rendere decorosa la vita di molta gente.

Nulla si fece che potesse salvare e incrementare l’industrializzazione del sud, non perché io parli di Bovalino, ma è come se tutto fosse lasciato al destino, all’arrangiarsi… sia per i siti industriali sia per le infrastrutture. Non fu (anche adesso!) potenziata la linea ferroviaria, né quella stradale, non fu nemmeno incrementata l’attività agricola o la pastorizia, le strutture turistiche e culturali, la sanità e il terziario… nulla di tutto ciò, solo sogni e fallimenti, umiliazioni e degrado!

Dell’industria bovalinese e mi riferisco a quella “pesante” altro non resta che archeologia industriale e molti ricordi.

In quegli anni (mattina, mezzogiorno e pomeriggio) suonava la sirena dello stabilimento, come se volesse ricordare la rinascita di quel tempo andato e fu triste quando suonò per l’ultima volta, perché ogni giorno inizia all’alba e si sa bene che… all’alba muoiono i sogni!

(Nella foto, dei primi anni ’50, dei giovani posano davanti agli uffici della “F.lli Primerano SpA”.)