Non dimentichiamo Cernobyl

Esiste una città da cui gli uomini furono allontanati per non tornare mai più.

 Tommaso Cavallo

 

Il pomeriggio del 25 aprile 1986 era un pomeriggio come tutti gli altri. Usciti da scuola i bimbi giocavano felici e spensierati nei parchi giochi. Gli anziani seduti sulle panchine o nelle loro case. Gli uomini ancora al lavoro e le donne intente a fare compere. Insomma una vita normale. La città, Pripyat, era una comune cittadina dell’Ucraina, sorta nel 1970 per ospitare, con le loro famiglie, lavoratori e tecnici della vicina centrale nucleare di Cernobyl. Una centrale come tante, sparse nel vasto territorio dell’ex URSS, capace di generare una potenza di 4000 Mw, necessaria ad una regione paragonabile all’intera Lombardia! Forse qualcosa di strano c’era tra la gente che conduceva quella vita “normale”: erano vari addetti all’emergenza della centrale vicina, che con tanto di maschere antigas, erano impegnati in un’esercitazione di routine. Nessuno notava loro, era tutto normale: d’altronde si conviveva con una “vicina” che necessitava di precauzioni e attenzioni, quindi perché preoccuparsi? Finiti i giochi, il lavoro, le compere tutti si erano ritirati nelle rispettive abitazioni per la cena e per trascorrere la serata e la notte…

Niente, e nessuno, poteva immaginare cosa sarebbe accaduto da lì a poche ore.

Alla 1,23 del 26 aprile 1986 accadde l’impensabile: un incidente all’interno della centrale, che generò la madre delle catastrofi. Vi parlavo prima dell’esercitazione del pomeriggio, infatti, all’interno della centrale proseguiva ancora e le procedure di sicurezza in fase criticità erano state disattivate e nel giro di pochi secondi la temperatura all’interno del nocciolo d’uranio salì di cento volte il valore dei normali standard. A seguito dell’elevata temperatura scoppiò un incendio e in seguito, nella parte di centrale dove si trovava il reattore numero 4, avvenne lo scoppio che scaraventò intorno alla centrale stessa il pesante coperchio ermetico di 1000 tonnellate del reattore, i macchinari e i frammenti di uranio; la grafite, usata per moderare la temperatura del nocciolo, incendiò per i successivi 9 giorni dopo l’incidente. Tutto questo per un test andato a male durante quell’esercitazione! La verità sull’incidente di Cernobyl non si è mai saputa perché i vertici dell’Unione Sovietica hanno nascosto al mondo le cause e gli effettivi danni causati dall’incidente.

Si capì che qualcosa era accaduto ad una centrale nucleare grazie allo zelo dei tecnici di una centrale scandinava che rilevarono un’alta presenza di radiazioni presenti nell’ambiente superiore alla media usuale.

Dopo il fragore dello scoppio, una nube di vapori e particelle radioattive, si sparse per gran parte dell’Europa fino a raggiungere, in quantità minori, le coste del Mediterraneo. Oltre a Russia, Bielorussia e Ucraina le particelle radioattive, trasportate nell’atmosfera dai fenomeni meteorologici, hanno contaminato i territori d’Austria, Svezia, Finlandia, Norvegia, Slovenia, Polonia, Romania, Ungheria, Svizzera, Repubblica Ceca, Italia, Bulgaria, Repubblica di Moldova e Grecia con conseguenze minori delle repubbliche ex sovietiche.

Il progresso aveva fallito. La necessità di produrre energia tramite l’uranio aveva prodotto, anche se durante un’esercitazione di sicurezza, la più grave catastrofe nucleare in Europa.

A Cernobyl l’effetto contaminante dalle radiazioni fu stimato in oltre cento volte quello delle esplosioni atomiche di Nagasaki e Hiroshima; la conseguenza che avvenne sulla salute pubblica fu (e continua ad essere) orribile e nel giro di poche settimane morirono centinaia di persone. Tuttora è imprecisato il numero di ammalati di cancro contratto, per effetto dell’incidente.

I bambini hanno pagato un caro prezzo in termini di salute. Il governo solo dopo quattro settimane iniziò a distribuire compresse di iodio per arginare i danni alla tiroide, ma era accaduto l’irreparabile: in migliaia si ammalarono di cancro alla tiroide, al sistema linfatico e immunitario... A oltre 20 anni dall’incidente le conseguenze sono ancora orribili. Diverse organizzazioni umanitarie si sono prodigati ad aiutare i bambini. L’Italia, con comuni famiglie e privati cittadini residenti nelle località di mare, ha ospitato i bambini bielorussi organizzando delle “colonie”. Potrebbe sembrare poco, ma, respirare iodio al livello del mare, aiuta i bambini e allevia le loro sofferenze. Sono nati rapporti affettivi tra le famiglie e i piccoli ospiti e non poche sono state le contese col governo ucraino che si mostra riluttante e impedisce di uscire dai propri confini i piccoli bisognosi di cure. Il titolo non è casuale o retorico: dimenticare Cernobyl vuol dire perseverare con gli errori che potrebbero generare orrori! Dimenticare Cernobyl vuol dire far ammalare ancora esseri innocenti! Dimenticare vuol dire non avere in mente che le sostanze radioattive (cesio, uranio, plutonio, ecc) impiegano milioni d’anni per perdere i loro effetti devastanti e dannosi!
Il tempo non ritorna a quel pomeriggio, quando i bambini giocavano spensierati e le donne erano intente a fare la spesa. Pripyat poteva sembrare Disneyland a confronto nella mente di quei bambini: non immaginavano neanche lontanamente che nel nome del progresso avrebbero sofferto, ancora oggi, per malattie terribili.
Questa città esiste… gli uomini non vi faranno più ritorno!