«Un uomo solo è al comando; la sua maglia è biancoceleste; il suo nome è Fausto Coppi».
Il
2 gennaio, di cinquanta anni fa, moriva Fausto Coppi, il Campionissimo. Un mito
del ciclismo, credo, senza togliere merito
a
nessun altro, “il mito”.
Era nato a Castellania (AL) nel 1919, da famiglia di umili origini, la prima guerra mondiale era da poco finita.
La prima gara la disputò appena diciassettenne nel 1937 e due anni dopo in occasione di un’altra gara fu segnalato al direttore corse della “Bianchi”.
Coppi divenne professionista nel 1940, andando a fare da gregario al capitano Gino Bartali nella gloriosa “Bianchi”, e fu il più giovane ciclista a vincere il Giro d’Italia. Era appena ventenne!
Fu ancora un’altra guerra. La seconda guerra mondiale, a fermare ogni impresa e a stroncare molte vite, in Italia si fermò quasi tutto. Coppi fu inviato in Africa, al seguito della fanteria della Divisione Ravenna, dove fu fatto prigioniero dagli inglesi e solo nel 1945 rientra in Italia e da lì a poco ricomincia le corse. La nazione, stentando, si rialzava dalle macerie della guerra e il ciclismo riusciva con le imprese dei campioni Coppi e Bartali a ritrovare un sano entusiasmo, il loro leggendario dualismo contribuì in parte a far dimenticare le tristezze, le amarezze, leniva a volte il dolore dei tanti lutti subiti per le perdite umane.
La gente si assembrava ai margini delle strade per aspettare il passaggio del Giro con i sui campioni, chi non poteva assistere si “attaccava” alla radio per seguire le radiocronache dell’epoca. Epica fu la tappa Milano-Sanremo in cui Coppi arrivò primo con quattordici minuti di vantaggio sul secondo corridore. A quei tempi non essendoci pubblicità radiofonica o altri spunti per intrattenere il pubblico, fu trasmessa della musica da ballo!
Coppi e “Bianchi” fu un matrimonio di dieci anni. Dieci anni di successi che mandò in delirio l’intera nazione.
Fisico asciutto, anche se minuto, capacità polmonare eccellente e ritmo cardiaco di quaranta battiti al minuto a riposo, Coppi in carriera stabilì il record di ben cinque vittorie al Giro d’Italia (1940-1947-1949-1952-1953); due volte il Tour de France (1949-1952), è tuttora l’unico ad aver centrato la vittoria al Giro e al Tour nello stesso anno; cinque giri di Lombardia; tre Milano-Sanremo; un campionato del mondo (1953); due campionati del mondo su pista e primatista dell’ora dal 1942 al 1956…
Serve altro?
In quegli anni il ciclismo era lo sport nazionale. Sicuramente molto più pulito del ciclismo moderno, univa la gente e non portava all’esasperazione e agli scontri come il calcio, che si sostituì al ciclismo negli animi della gente.
Sarebbe bello se i moderni campioni dessero buoni esempi ai nostri giovani come furono Bartali e Coppi, ritenuti a torto acerrimi nemici.
Provate a guardare la foto che vi allego, vi sembrano nemici quei due atleti che, impegnati in un’aspra salita del Tour, si passano la borraccia dell’acqua? Potevano mai essere nemici due ciclisti che seppur appartenendo a squadre diverse (Bartali era della “Legnano”) s’incitavano e si sostenevano a vicenda per l’unico scopo: la vittoria?
Durante la carriera trionfale del Campionissimo ci fu lo scandalo privato (per l’epoca) della relazione extraconiugale con Giulia Occhini, detta poi la Dama Bianca, che tanto scalpore fece nell’Italia puritana della metà degli anni ’50.
Alla fine del 1959 Fausto Coppi e alcuni altri ciclisti furono invitati in Alto Volta, oggi Burkina Faso, per le celebrazioni dell’indipendenza del Paese africano e oltre alla gara dimostrativa partecipò a una battuta di caccia in una boscaglia e in quell’occasione contrae la malaria. Dopo pochi giorni, rientrato in Italia, fu assalito da febbre alta e in seguito fu ricoverato all’ospedale di Tortona, dove la mattina del 2 gennaio 1960, muore.
Bastava poco: una diagnosi accurata e poche gocce di comune chinino per salvargli la vita, ma i medici non riconobbero che Coppi aveva contratto la malaria.
Aveva poco più di quarant’anni! L’airone ha chiuso le ali.
Dopo Coppi, in Italia, ci furono molti altri campioni del ciclismo: il suo contemporaneo Bartali, Basso, Adorni, Gimondi, Moser, fino a Pantani e molti altri ma, credo, nessuno abbia fatto breccia nei cuori degli amanti della bicicletta come il Campionissimo!
La frase in apertura non è mia ma di un cronista della radio, Mario Ferretti, al Giro 1949.
Un uomo solo al comando… Per sempre: Coppi!