Fame di gioventù
A volte ciò che scambiamo per fame cela un grave disagio.

Tommaso Cavallo

 

 

 

 

Credo siano ormai noti a tutti due gravi problemi dei nostri giorni che attanagliano migliaia di giovani e meno giovani, uomini e donne, anche se è spesso è nelle donne che più si manifesta: sono l’anoressia e la bulimia.

Silenziosi, sottili, senza preavviso alcuno, ci si ammala a volte senza un motivo apparente, inspiegabile, a volte senza tanti perché…

Sono due gravi malattie, perché di malattie si tratta, che spesso portano a conseguenze tragiche, pare che solo in Italia sono affetti oltre 6000 persone ogni anno.

Le cause sono spesso inspiegabili, vanno dalla debolezza di carattere alla mancanza di autostima, dalle delusioni affettive a quelle lavorative, l’appartenenza a gruppi sociali specifici, come modelle, ballerine, sportive o l’errato modo di seguire uno stereotipo non prettamente consono.

Le due malattie non sono però tipici del nostro tempo ma affondano le loro radici già nel Medioevo, pare, infatti, che santa Caterina da Siena e sant’Angela da Foligno fossero anoressiche, ma forse loro s’imposero un distacco assoluto verso ogni bisogno terreno, compreso il cibo, per raggiungere la santità e incontrare Dio.

I numeri rapportati al mondo, ovviamente solo in quello industrializzato, fanno paura; si parla di milioni di persone per lo più donne sotto i 30 anni; addirittura bambine in età scolare, perché le malattie possono già colpire intorno ai 10 anni e il Giappone detiene il più alto numero di persone colpite; le ragazze colpite da tale sciagura tentano di annullarsi, rifiutano il cibo o mangiano a dismisura.

Chiedono aiuto, urli solitari e silenziosi verso persone a volte sbagliate, verso le famiglie che spesso sono le meno adatte a dare un vero aiuto in termini di cura. Un problema così serio è giusto che sia di competenza di professionisti con alte competenze per la risoluzione dei casi, ma soprattutto da chi non è emotivamente coinvolto.

Le due malattie provocano nella persona affetta un grave disagio che sfocia nella ribellione verso se stessi prima e verso gli altri poi. E’ un continuo “non accettarsi”, un continuo bisogno di annullarsi alla vista degli altri, un continuo chiudersi in se stessi, inizia la guerra contro ogni oggetto che possa riflettere la propria immagine.

Inizia il rifiuto assoluto del cibo o l’esagerata ricerca di esso per “mangiare senza avere fame”; ci si odia al punto che tutto ciò che è carne, intesa come forma corporea, va eliminato. Un odio verso le proprie forme che riduce spesso in stati di debolezza, ma con una tale rabbia dentro da voler distruggere tutto ciò che circonda.

Una continua corsa alla ricerca di cibo, un mangiare nervoso e famelico ad ogni ora del giorno e della notte, mangiare, mangiare e ancora mangiare fino a perdere la dignità, infatti, non è “dove” mangiare ma “tanto mangiare”; leggevo tempo fa un’esperienza (da brividi!) di una ragazza affetta da entrambe le malattie: “…ero così addentro la malattia e così senza alcuna dignità, che mi sono ritrovata a mangiare tra i rifiuti della pattumiera di casa”.

Il continuo ribellarsi a se stessi, porta alla richiesta d’aiuto a tante persone, ma il voler prevaricare sugli altri (dovuto alla sottomissione alla malattia) comporta ad avere scontri continui. Le persone, spesso, rinunciano a essere d’aiuto perché impotenti e inadatti, ci si sente ancora più soli e abbandonati, tristi e sempre più inutili, prigionieri di un aguzzino crudele più che di un killer, aguzzino perché tiene in ostaggio per anni e solo (fortunatamente) in alcuni casi diventa killer.

Anime in pena, denutrite o dal corpo sformato, sole con mille pensieri, a volte tragici, costrette alla continua ricerca di se stesse, della perfezione, dell’accettarsi, ma sempre sole, perché in questo mondo non si trovano, senza santi per innamorati e senza feste per le donne, con i giorni tutti uguali e con un unico compagno: il rifiuto o la ricerca del cibo, e in tanti che li circondano, esortandoli a mangiare o a credere che sia solo fame…

 

Dedicato a quegli angeli che, per tanto tempo, l’unica luce che abbia rischiarato il loro volto è stata quella del frigorifero o quella vista in lontananza alla fine di un lungo tunnel.