E… se scoppiasse
la pace?
“Tutti i popoli del mondo possono vivere in pace tra loro perché è questo il disegno di Dio”
Tommaso Cavallo
6 giugno 2009
Il 4 giugno 2009 è una data destinata ad essere ricordata per uno storico evento.
In questo giorno tanti festeggiano un anniversario, qualcuno il compleanno, c’è chi festeggia l’ingresso nel mondo del lavoro… in tanti sperano che sia il giorno della svolta verso il germoglio di un seme di pace.
Il giorno prima, il 3 giugno, l’Air Force One il leggendario aereo presidenziale americano, atterra tra imponenti misure di sicurezza all’aeroporto della città del Cairo, in Egitto.
Dalla sua scaletta scende un uomo nuovo, non è bianco ma di colore, è il primo presidente afroamericano della storia USA: Barak Hussein Obama II, 44° presidente degli Stati Uniti d’America.
Scende dalla scaletta della sua fortezza volante con l’intenzione di portare un serio messaggio di pace, destinato a tanti uomini di buona volontà… destinato a carismatici uomini con sete di pace e giustizia, il suo messaggio è prettamente rivolto al grande popolo musulmano.
Il suo discorso all’università della capitale egiziana ha riscosso consensi e scatenato entusiasmo in tutto il mondo islamico moderato. Ha toccato temi d’interesse sia per il mondo occidentale che per quello orientale, riconoscendo gli errori fatti dal popolo che rappresenta e tendendo una mano per una pace costruttiva e duratura in tutte le regioni mediorientali martoriate da anni di guerra santa, strappi politici e religiosi di ogni genere e lotte fratricide che hanno portato solo lutti e miserie. Non so quanta santità possa esserci in una guerra o in nome di quale Dio può essere combattuta a volte tra fratelli dello stesso sangue.
E’ necessario porre un rimedio in Palestina, Israele, Libano, Iraq e in ogni parte del mondo dove scorre sangue innocente, sradicando quelli che sono i semi dell’odio, destituendo i tiranni che opprimono popoli inermi, in quelle terre dove ai bambini invece dei giochi d‘infanzia viene inculcata l’arte della guerra, dove viene detto loro di odiare un fratello, in tutti quei luoghi dove vengono violati i più elementari diritti umani e dove allignano scuole d’addestramento al terrorismo per spargere paura nel mondo.
Credo sia stato questo il messaggio portato da quest’uomo di origini africane, credo sia questa la linea di pensiero da seguire per una vera pace. Le parole di esordio del suo storico discorso sono quelle che ho trascritto sotto al titolo che ho dato al mio articolo, parole per tutti… tutti insieme a tendere la mano per una duratura pacificazione dei popoli nel mondo, riconoscendo che nessun popolo può presumere, con la forza, cos’è meglio per un altro popolo.
In nome della pace possono essere messi da parte quelli che sono gli interessi economici, quello che rappresenta il debito pubblico, esaltando i veri valori che uniscono popoli di confessioni religiose diverse, ma che possono convivere tra loro.
Giugno è un po’ nel destino per i messaggi di pace: il 26 giugno del 1963 un altro presidente d’America, un altro uomo di pace, John F. Kennedy, visitando Berlino ovest tenne un duro discorso di protesta contro l’avvenuta costruzione del muro in quella città, il muro che avrebbe diviso l’Europa dal 1961 al 1989 esordendo con la famosa frase: Ich bin ein Berliner, anche io sono uno di Berlino…
Anche noi in questo giorno possiamo urlare per la pace nel mondo e per la distensione tra i popoli: siamo tutti mediorientali…!
Thank you Mr. President, see you again.
Ricordo una frase da una lettera del cardinale Carlo Maria Martini, da qualche anno trasferitosi in Terra Santa dopo la fine del suo mandato pastorale a Milano per raggiunti limiti d’età, che diceva così: “Se vi sarà pace in Gerusalemme, vi sarà pace in tutto il mondo”.
Allah, allam! Dio solo sa!