La squadra
Ci fu una notte che non mancò il coraggio… ma la fortuna.

Tommaso Cavallo

 

Sono un modesto internauta. Navigo sul web per curiosità o per informarmi su storia o geografia, cronaca o informazioni varie o tecniche.
Lunedì scorso cercando non ricordo cosa, sono finito sul sito di un quotidiano on-line di Bari e mi sono imbattuto in una notizia che ha messo in me tristezza e allo stesso tempo sono riaffiorati molti ricordi.

Un cronista multimediale dava la notizia della morte di Michele Voros avvenuta nella sua casa di Bari l’11 ottobre scorso all’età di 88 anni.

A tanti giovani il suo nome non dirà nulla, a molti anziani e persone della mia età ricorda invece colui che fu "il maestro", era così che lo salutavamo incrociandolo per le vie del paese, l’uomo che per Bovalino fu leggenda, motivo di orgoglio ripensando alla sua carriera sia in patria sia in Italia.

Nato in Ungheria nel 1920, sempre taciturno ma distinto e cortese al saluto, di lui si diceva fosse profugo in fuga da un ambiente ormai divenuto caldo per via delle repressioni sovietiche, giocò in Italia nel Bari degli anni ‘40 e appesi gli scarpini al chiodo nel ‘53 divenne allenatore di molte squadre, tra cui la Bovalinese, ottenendo parecchi successi e applicando un gioco semplice, pulito, elegante, efficace;senza esagerazioni o divismi di alcun genere, in poche parole concreto, lanci lunghi a superare l’uomo per cercare la testa o il piede dell’attaccante pronto ad insaccare alle spalle del portiere avversario.
Voros fu il trainer di quella Bovalinese che nel 1973/74 si fece valere sui campi di calcio di mezza Italia, quell’anno infatti fu un anno magico, fatto di sfide con altrettante squadre valorose come la nostra che cercavano di conquistare un trofeo ambito, il trofeo di categoria: la coppa Italia dilettanti.
Da nord a sud si sfidavano squadre formate da giovani valorosi e promettenti, non erano campioni ma tanti di loro avevano talento da meritare divisioni più alte della "promozione".
La nostra squadra era composta da giovani provenienti dalle province di calabresi, da paesi quasi limitrofi e alcuni bovalinesi capitanati da Gigi Frascà. Il tifo era caldo, ma sempre composto; incitavamo la squadra spingendola a dare il massimo comportandoci da dodicesimo uomo in campo!
Il campionato quell’anno era passato quasi in secondo ordine rispetto alla coppa, il fascino era diverso forse perché le squadre iniziavano a essere di paesi lontani dal nostro, infatti dopo Locri e Taurianova ci si spostava in Sicilia per eliminare l’ostica squadra dello Scicli (Rg) e poi ancora più lontani a spegnere le velleità del Noci (Ba) e del Sacrofano (Rm), puntando poi sul Gaeta (Lt) che ci spalancò le porte della semifinale con il Montesilvano (Pe). Giocammo la prima in casa ma conquistammo la finalissima a Montesilvano grazie al gol di un omino che forse non aveva la faccia da campione, ma sapeva giocare a calcio con tocchi deliziosi o passaggi filtranti per le reti di Arona, era Giuseppe Sollazzo, fu lui l’eroe di Montesilvano!
Il giorno dopo il pullman che riportava la squadra a Bovalino ebbe difficoltà a raggiungere il piazzale della stazione, non so quanta gente c’era per le strade… ma ricordo che eravamo in tantissimi e scene di giubilo così festose per un evento sportivo a Bovalino sono state rare! I calciatori furono portati in trionfo in mezzo allo sventolio di bandiere amaranto e cori da stadio. Per i dirigenti, l’allenatore Voros, gli altri accompagnatori fu gioia immensa… le porte della finale erano spalancate e il successo era palpabile.
Mancava una sola partita, la finalissima! La sede era già stata designata: Montecatini Terme (Pt) in Toscana, finale unica da giocare in notturna. Il nostro fu un cammino dal basso verso il centro dell’Italia, da nord arrivò la Miranese (Ve) a contenderci la coppa.
Quella notte magica arrivò alla fine di giugno del ’74. Avere un cellulare? Era impensabile in quegli anni, le uniche notizie potemmo averle grazie a qualcuno che te chiamò da un telefono a gettoni al "Bar Zinghinì" dov’eravamo riuniti (grandi e piccoli) in trepidante attesa – "Stiamo giocando bene, siamo 0-0, ma l’arbitraggio ci è sfavorevole"- nessuno di noi perdeva la speranza. I pensieri erano rivolti a quei ragazzi che stavano giocando, confidavamo in una invenzione di Barbieri, un lancio di Sollazzo per la testa di Arona o una punizione di Vottari… Non accadde nulla di tutto questo perché dopo la fine della partita l’interlocutore richiamò – "Abbiamo perso 1-0" . Click… fine del sogno!
Gli occhi di bambini, che eravamo, si velarono di lacrime, la delusione fu tanta e ritornammo mesti a casa.
Quella notte la dea Fortuna sentendo quel fragore che animava la serata quieta di Montecatini, sollevò un lembo della benda, guardò giù e vide quei ragazzi che si contendevano il trofeo, ma abbagliata dai riflettori richiuse la benda sugli occhi e girò le spalle ai ragazzi con la maglia amaranto. La coppa prese la via che porta alla laguna di Venezia; i ragazzi di Mirano avevano vinto ma i nostri non avevano demeritato, infatti un autorevole giornale della F.I.G.C. "Calcio Dilettanti", in prima pagina, criticava l’arbitraggio di quella notte definendolo scandaloso e osannava i nostri atleti.
Sicuramente "un Grazie", con la "G" maiuscola sarà stato detto a tutti coloro che avevano tentato quell’impresa: l’impresa di quella notte dove non mancò il coraggio, ma la fortuna.

A Michele Voros.