Ombre solitarie
Tommaso Cavallo
Considerazioni su uomini e donne, in solitudine, in mezzo a noi
2 gennaio 2009
Quante volte per strada, nei nostri spostamenti per recarci al lavoro o quando usciamo di casa per una passeggiata, ci siamo imbattuti in persone dall’aspetto strano, trasandato, malvestiti o sporchi?
Immersi nei nostri pensieri, chiusi nei nostri cappotti, avvolti dalle nostre sciarpe camminiamo senza, a volte, volgere un solo sguardo alla persona bisognosa che abbiamo accanto, siamo immersi più nell’indifferenza che nella… stoffa.
A volte è come se questa presenza ci desse fastidio, evitiamo di incrociare il loro sguardo, pensiamo a volte che inquinino l’aria che respiriamo contaminandola di sgradevoli olezzi.
Sono i senzatetto, senza fissa dimora, diseredati, vittime di loro stessi o della società in cui viviamo quelli che volgarmente chiamiamo “barboni” (trattasi di persona che vive di mendicità o di espedienti restando ai margini della società) o per essere un po’ transalpini “clochard”: uomini e donne che vagano per le nostre città, grandi o piccole che siano, portandosi dietro i loro averi avvolti in qualche modo o con borsoni di fortuna, gravosi fardelli con le speranze e con le illusioni di una vita.
Segregati a vivere ai margini di una società che si reputa civile, solidale, pronta ad essere buona se è Natale, che impazzisce per i falsi dei propinati da talpe, isole da sedicenti famosi, grandi fratelli e chi più ne ha più ne metta… ma che lascia a volte soli uomini o donne, “normali” come noi, sconfitti da drammi personali o problemi di lavoro, che cercano di sparire da una vita fatta di stress che sfocia persino nella depressione psichica; illusi e rovinati da bond, azioni, obbligazioni, affari andati male o scappano via da chi non li ha voluti bene… Si lasciano andare senza che la comunità li aiuti in alcun modo.
Non credo che tutti i barboni nascano così, “di famiglia”, spesso si diventa per svariati e infiniti motivi, il brutto è che di loro se ne parla quando arriva la stagione fredda, l’inverno, quando le temperature scendono vertiginosamente toccando per molte notti diversi gradi sotto lo zero.
Nelle grandi città come Milano, la mia città d’adozione, diversi gruppi di volontari si adoperano per prestare soccorso e aiuto a queste persone molto spesso dimenticate; se vi capita di passare per Piazzale Cadorna, importante per via del terminal ferroviario delle linee della Nord, per il collegamento ferroviario con l’aeroporto di Malpensa e di due linee della metropolitana, potrete notare nei giardinetti adiacenti, piantate sotto gli alberi delle tendine canadesi allocate appunto per dare un “riparo” dal freddo; insieme alle tende vengono distribuiti dei sacchi a pelo.
Le ferrovie, presso la stazione centrale, danno ospitalità sulle loro carrozze ferme in binari fuori servizio; il dormitorio pubblico credo possa dare ospitalità ad un numero esiguo di senza tetto, ma la stragrande maggioranza di loro si arrangia come può in rifugi o giacigli di fortuna non si risparmiano angoli di palazzi o gallerie pubbliche, li potrete notare giacigli fatti con cartone e qualche coperta.
La Caritas Ambrosiana e l’ordine dei frati minori cappuccini dell’Opera di San Francesco per i poveri si adoperano a distribuire ogni giorno centinaia di pasti caldi a queste persone bisognose, ma la loro opera viene estesa anche a chi si presenta nelle loro mense, basta dire: “Ho fame”.
Tanti di loro, credetemi, hanno fame di affetto, fame di una parola, fame di un sorriso, di un dialogo… oltre alla fame di stomaci affamati!
Trascorrono le loro notti al freddo, magari litigando per aggiudicarsi il posto “migliore”, sballandosi con l’alcool, per affogare tristezze più che per affrontare le intemperie. A volte il loro cuore si ferma, spezzato, infranto… volano via i loro sogni, i loro progetti, tutto quanto… anche quel continuo trascinarsi da posto all’altro, sotto il peso di un fardello fatto di povere cose che rappresentavo tutto il loro mondo.
Solo dopo l’ultimo viaggio riescono a rivelarsi a noi nella loro identità anagrafica, solo allora possiamo conoscere il loro nome e cognome, quelli che conoscevamo come il barbone di Corso Genova o come il barbone di Piazzale Cadorna, adesso scopriamo che si trattava magari di un ex manager d’azienda, di una professoressa di storia, di un operaio, di uno stimato professionista, di un uomo o donna finora sconosciuti e privi di ogni dignità.
Nelle loro tasche, a volte, vengono trovati fogli di carta con scritte poesie, frasi d’amore o di odio, pensieri e parole, richieste di un aiuto mai urlato ad un mondo ogni giorno più sordo. Qualche spicciolo o a volte tanti spiccioli mai spesi e conservati per rincorrere un sogno, il sogno di un’ombra solitaria.