Accolgo questo racconto nella rubrica "cultura". E' un lavoro che la studentessa ha inviato personalmente a me, non già per pubblicarlo ma solo per il piacere di farmelo leggere. Lo pubblico con grande piacere augurandole sempre migliori traguardi.

 

NON POSSO DELUDERLA
Raffaella Leporini


«Le mani tremano. Anzi, non le sento più! Da stamattina il mio stomaco è in festa. La tensione è alle stelle. NON POSSO DELUDERLA». Articolai tali parole, tra me e me, per tre, forse quattro ore. Dalla mia esibizione sarebbe dipesa la sua ‘’vita immortale’’.
Conoscevo Victoria da sempre; eravamo diverse, ma imprescindibili l’una dall’altra! Ricordo ancora la prima volta che la vidi. Che strana sensazione! Era timida, timidissima. Non avevo mai conosciuto una persona tanto riservata! Io, bambina scalmanata e irrequieta, smisi di rincorrere mia cugina Betty, quando lei entrò nell’aula di mio padre: non saprei dire come fosse vestita, cosa portasse. Sarebbe stato superficiale soffermarsi sull’abbigliamento, una volta notati i suoi occhi: erano belli, complessi, celavano un uragano di emozioni e le permettevano di comunicare con il mondo, di lasciare il segno. Seguii il mio istinto, mi avvicinai e le dissi la prima cosa che mi passò per la testa: - Che chitarra hai?. Lei mi osservò per qualche istante  sorrise e abbassò la sguardo. Poi , con voce fioca, quasi intimorita,rispose: -Non lo so... insomma... era di mia madre. Stemmo per un pezzo senza parlare; forse, inconsciamente, realizzammo all’istante che saremmo diventate migliori amiche, sorelle. Il silenzio fu interrotto da mio padre che da uomo preciso quale era ci invitò a prendere posto per partecipare alla prima lezione. Tutti pensavano che sarei stata avvantaggiata, avendo un genitore musicista ma si dovettero ricredere: Victoria dimostrò un talento senza eguali, un talento che sarebbe rimasto indelebile nel tempo. Mio padre fu da subito entusiasta: l’aveva trovata ! Era lei! Finalmente un’eccellenza! Anche io compresi cosa fosse la predisposizione di cui tanto avevo sentito parlare. L’ammiravo, ma non c’era invidia! Più la sua bravura diventava evidente, più la stimavo, più la adoravo. Con il tempo, si aprì completamente nei miei confronti; non ci furono segreti tra di noi. Mai un suo pur piccolo ed insignificante segreto che non fosse anche mio; mai una sensazione che non appartenesse ad entrambe; mai un dolore non condiviso. Definiva la chitarra  "l’amore della sua vita", tanto che mi indusse ad esserne gelosa in qualche senso; fui costretta , così, a rassegnarmi davanti a cotanta passione e iniziai a trascorrere, per l’evidente gioia di mio padre, le mie giornate alle sua scuola di musica. Tale era l’ardore con cui Victoria esprimeva la sua arte che anche io iniziai a studiare seriamente; non ne so bene il motivo. Forse avevo preso questa decisione per sentirmi ancor di più parte di Victoria, o molto probabilmente, era stato un percorso naturale: Insomma, qualcosa che fosse suo doveva necessariamente scorrermi nelle vene. Diventai brava, si stupirono tutti e questo dovevo alla mia grande "maestra"! La sua presenza mi faceva vivere. Non avrei mai creduto che l’amicizia potesse essere così sconvolgente. L’abilità di Victoria crebbe a dismisura,  così, decise di condividere con tutti questo suo grande amore e si convinse che lei, proprio lei, sarebbe diventata una musicista. Lo desiderava, lo voleva a tutti costi, ce l’avrebbe fatta. Lo avvertiva nell'intimo. Mio padre l’aiutò a realizzare il suo sogno e iniziò a parlarle di un’accademia rinomata e famosa , la "Julliard". Inutile specificare che ne fu subito attratta; considerava mio padre il suo pigmalione e aveva profonda fiducia nelle sue convinzioni. Da quel giorno si allenò duramente per superare l’esame di ammissione, e io la sostenni. Provava i pezzi di repertorio fino a tarda notte, fino a quando , sfinita, si adagiava sullo sgabello e cadeva nella braccia di Morfeo. Passarono i giorni  e tutto apparentemente era come al solito, o per lo meno, questo era ciò che Vic si ostinava a farmi credere, forse inconsapevole che la conoscevo meglio di me stessa. Durante le prove era timorosa, non dava più il meglio di sé. Sembrava che qualcosa la spaventasse, la intimorisse  e che perciò cercasse di ‘’limitare i danni‘’. Apparve incomprensibile anche agli occhi di mio padre, che mi chiese di scavare a fondo, di scoprire che cosa l'affliggesse. Mancava davvero poco alla "resa dei conti"! Mi avvicinai mentre stava eseguendo l’adagio del Concerto di Aranjuez. Camminavo lentamente, magari sperando di trovare le parole adatte per convincerla a confidarsi,  per far sì che ritrovasse la fiducia che un tempo riponeva in me. Appena varcata la soglia della sala-prove sentì un tonfo sordo, e poi urla di dolore, strilli di rabbia.. Rimasi sbigottita: la chitarra era a terra, e Victoria piangeva,  stringeva delicatamente le sue mani, non sapevo cosa pensare. Corsi da lei, poi vidi arrivare mio padre e gli altri ragazzi del corso. Erano, anzi, eravamo esterrefatti. Il dolore si attenuò dopo dieci minuti: dieci minuti più lunghi della mia vita.  Quando la quiete ritornò a far parte di noi, Vic che consideravo una sorella fu costretta a confessare tutto: da due settimane a quella parte, la sua vita si era catapultata negli ‘’inferi’’. Aveva scoperto di avere la distrofia muscolare. Non credemmo ai nostri occhi. Era impensabile che l’astro nascente della musica , avrebbe finito per brillare sempre meno, fino a spegnersi. Entrò in terapia. Cercavamo di affrontare tutto con positività, di darle forza. Era chiaro, però, che il suo sogno sarebbe rimasto tale, e lei iniziò un po’ a morire attimo dopo attimo. La distrofia è un male terribile a cui ancora oggi non è stato trovato rimedio. Vic peggiorava a vista d’occhio. Dopo qualche mese, non riusciva neppure a reggersi in piedi. Trascorreva le sue giornate in clinica, non voleva avere a che fare con nessuno e, poco alla volta, diede l’addio alla sua bellissima chitarra! La fissava di continuo, sapeva che presto avrebbe dovuto abbandonarla. Si spense in una mattina di pioggia. Anche il cielo manifestò la sua disperazione. I mesi successivi alla sua morte furono traumatici. Non riuscii più a partecipare alle lezioni di musica. Per me era lei la musica. L’amarezza ebbe la meglio fino a quando, in un bel giorno di primavera , mi apparve tutto più chiaro: l’immagine di Victoria stava sbiadendo; tutto, fuori, continuava a scorrere e ad avere vita. Io non potevo permettere che venisse dimenticata e allora presi una decisione: mi sarei preparata al meglio e avrei sostenuto l’esame di ammissione presso l’accademia di cui tanto avevamo parlato. Mancavano due settimane alla prova. -Ce la dovo fare, dissi. Avrei realizzato il suo sogno, il nostro sogno. L’avrei resa immortale. Mio padre mi offrì il suo aiuto; io accettai. A Vic avrebbe fatto piacere.  Inutile descrivere la determinazione con cui affrontai quelle due settimane. Suscitai  in tutti un enorme stupore; senza che me rendessi conto arrivò il temuto giorno e l’emozione era grande, grandissima, tale e quale a quella che crebbe in me quando vidi Vic la prima volta. Cercai di convincermi che tutto sarebbe andato per il meglio, per un paio di ore, fino a quando il rettore dell’accademia pronunciò il mio cognome: - Avanti il prossimo. Ehm. Robinson.  - Eccomi, sono io. Esclamai. Poi, abbracciai mio padre e mi diressi verso il teatro. Appena varcata la soglia, mi sentii diversa: chiamatemi ingenua, ma ancora oggi, a distanza di anni, credo fermamente che in quel preciso istante la mia indimenticabile amica si sia incarnata in me. Salutai la commissione in modo sostenuto, mi sedetti, adagiai gli spartiti sul leggio e iniziai a suonare.  Eseguii i pezzi in modo eccellente, non potevo credere i miei occhi. Avevo avuto la conferma: mia sorella era entrata a far parte di me. Dopo l’esibizione l’intera commissione si congratulò con me; i commissari sembravano alquanto soddisfatti.  In serata ritornammo a casa;  ora non restava che attendere l’esito finale. Quindici giorni dopo mi fu recapitata una busta. Era candida, non aveva un colore preciso, apriva le porte all’infinito, lasciava spazio all’immaginazione. L’aprii e diedi un’occhiata al fondo della pagina; c’era scritto: "Ammessa a voti unanimi". Sorrisi, urlai,  forse per la prima volta dopo molto tempo, riuscii a manifestare il mio stato d’animo. Finalmente Victoria era tornata a vivere.