La classe politica italiana dinanzi alla “ Deriva” dello
Stato
di Bruno Chinè
Ormai da tanti anni i due schieramenti politici che si alternano alla guida politica del Paese nei loro programmi inseriscono il tema della grande riforma, ritenuta da tutti necessaria per creare quello che Massimo D’Alema, in un suo libro, anni fa, auspicava: il ritorno ad un Paese normale. Ma finora questo non è avvenuto, anche se la gente avverte sempre più il disagio di vivere in uno Stato nel quale le varie mafie e consorterie ingrassano ai danni dei cittadini onesti e indifesi, tra l’inefficienza di chi dovrebbe vigilare. In un sistema democratico come il nostro le riforme devono essere fatte dal Parlamento, però quello italiano non è in grado di farle. Gli studi sulla riforma dello Stato risalgono a Fanfani, La Malfa, Craxi, ma finora di fatto nulla. La Commissione bicamerale, presieduta da un politico intelligente e grintoso come Massimo D’Alema, ha prodotto un buon lavoro, ma s’è arenata tra interessi divergenti e gelosie di bassa lega perché nessuno ha interesse a modificare gli attuali equilibri di potere. I nostri due rami del Parlamento assomigliano, per numero, ai vecchi Soviet: circa mille tra deputati e senatori, che oltre ad incidere pesantemente sul bilancio dello Stato, paralizzano spesso l’attività legislativa. Oggi l’Italia avrebbe bisogno d’un Parlamento agile e qualificato, poco sensibile al canto delle sirene di gruppi di potere trasversali e lobby e capace principalmente di perseguire interessi generali. Ma com’è pensabile che i deputati votino una legge che riduca la loro presenza in Parlamento? Esistono tanti studi seri che denunciano gli insopportabili costi della politica, ad incominciare dalle due Camere e dalla stessa Presidenza della Repubblica: ma nessuno finora è stato capace di abbattere privilegi consolidati che solo in Italia appaiono normali e vengono tollerati. Recentemente due giornalisti autorevoli hanno descritto l’Italia dei privilegi di pochi, ossia della “ La casta”. Il libro ha avuto una larga diffusione, l’Italia più colta e sensibile s’è indignata, ma non è successo nulla. Il sistema ha assorbito l’indignazione legittima e tutto è rimasto come prima.
Ma se le cose continuano così l’attuale stato di quasi anarchia e illegalità diventa irreversibile ed il nostro Paese si assimila a quelli Sud americani. Eppure noi sappiamo che sono le buone leggi che creano i buoni costumi, ma non le facciamo. Oggi sono indispensabili riforme strutturali per alleggerire la presenza dello Stato, eliminare gli sprechi, abbattere vecchi e nuovi privilegi, e principalmente è urgente ripristinare la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni creando una moralità pubblica e privata. La politica dei piccoli passi, degli aggiustamenti, dei classici pannicelli caldi, dopo anni di guasti, di non governo e dinanzi alle nuove emergenze di un mondo globalizzato, risulta inadeguata. Occorre ridisegnare lo Stato creando realmente la Seconda Repubblica con una Costituzione nuova. Le Istituzioni devono essere agili, trasparenti e democratiche. Il degrado e la corruzione della Pubblica Amministrazione sono sotto gli occhi di tutti. Apprezziamo l’impegno e la tensione morale del ministro Renato Brunetta, ma non basta. Occorre mettere subito mano alla selezione del personale della P.A. per garantire efficienza e merito. Per superare poi le consorterie locali occorre ritornare ai concorsi nazionali per tutti, con buona pace di Bossi e delle autonomie locali. Abbiamo appreso dalle indagini della Magistratura delle varie parentopoli: nelle università, negli enti locali, nella televisione, nelle regioni ed in tutti i centri di potere. E’emersa una situazione peggiore di quella del 1992. Ma, a differenza d’allora, oggi la gente nemmeno s’indigna, vedendone l’inutilità. Ma chi è interessato a cambiare questo stato di cose? Tutti sanno della corruzione e degli sprechi, ma tutti fanno finta di non vedere. Né la stampa né i media oggi svolgono quel ruolo che hanno svolto nel ’92, quando in concorso con la magistratura hanno demolito un sistema, certo non privo di difetti. Immaginate cosa succederebbe se venissero ripristinati i concorsi nazionali per medici, primari, docenti e i vari dirigenti della P.A.? E se all’università i professori venissero selezionati con concorsi sottratti al controllo della corporazione? Una vera rivoluzione! Ma chi mai oggi ha il coraggio di proporre qualcosa del genere che pur farebbe l’interesse di tanti studiosi seri e del Paese tutto? Qualcuno l’ha proposta in campagna elettorale, ma sarà ripresa nella prossima. In sostanza viviamo in un sistema politico bloccato dove affarismo, demagogia e corruzione trovano il loro habitat naturale. Assistiamo impotenti all’esplosione del “ Particulare” nell’accezione peggiore del termine. C’è una sola speranza: che il popolo sovrano, spinto dal bisogno, dopo aver spazzato via tante formazioni politiche inutili nelle ultime elezioni, faccia il resto nelle prossime.